Ecf Focus: perchè Miami ha vinto

Ecf Focus: perchè Miami ha vinto

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Che sarebbe stata una serie fisica e piena di testosterone, lo sapevano più o meno tutti già prima della palla a due che ha dato il via a queste Finali ad Est. Quello che in molti non si aspettavano, forse, è che Indiana offrisse una così strenua resistenza ai campioni in carica, rischiando di vincere entrambe le partite di apertura in quel di South Beach, rispondendo fieramente al blowout subito da parte di Miami in Gara 3 e forzando la serie alla settima partita. Purtroppo per loro, però, i ragazzi di Vogel non sono riusciti ad arginare l’ondata degli avversari nell’ultimo match della serie, e il confronto fra le due franchigie si è concluso stanotte con un tonante 99-76 in favore dei campioni in carica.

Sono tanti i fattori che hanno influenzato questo duello, e particolarmente interessanti da visualizzare sono quelle tecnico-tattici, essendo gli Heat e i Pacers due squadre profondamente diverse, sia per come sono state costruite che per come stanno in campo.

La situazione tattica più famosa e discussa probabilmente degli interi playoff, è stata senza dubbio quella legata al finale di Gara 1, quando coach Vogel decide di lasciare in panchina Hibbert per l’ultimo possesso. Tutti sembrano concordare sul fatto che il big man dei Pacers sarebbe dovuto essere in campo per il possesso difensivo che avrebbe deciso la partita, ma in realtà la lettura più razionale resta quella di Vogel e dei suoi assistenti. Non che Vogel avrebbe tenuto in panchina il suo centro titolare se avesse potuto fare diversamente, beninteso. La mossa tattica vincente l’ha fatta Spoelstra, proponendo un quintetto piccolo e pericoloso in ogni ruolo, con Cole, Allen, James, Battier e Bosh. Il suo collega, e i suoi assistenti, hanno ritenuto più giusto tenere in campo un quintetto in grado di cambiare su tutti i blocchi, per non permettere a nessun avversario di prendere un vantaggio, e magari obbligare il ricevitore a forzare un tiro da fuori. Il piano, in linea teorica, avrebbe funzionato, se non fosse stato per il macroscopico errore difensivo di George su Lebron James.

Ma analizziamo anche altre situazioni di gioco e scelte tattiche, non così estreme, e che tuttavia hanno contribuito a tenere in equilibrio la serie per ben sei gare.

Anzitutto, l’attacco degli Heat: l’opinione comune è che Spoelstra tenda ad affidarsi quasi esclusivamente alla creatività e al talento di Wade e Lebron, costruendo poco e rendendo il gioco poco organico. In realtà questa affermazione è vera solo a metà, nel senso che Spoelstra, ovviamente, avendo in squadra due talenti di quel livello (soprattutto il 6, visto che Flash ultimamente è frenato dai problemi fisici) tende a cavalcarli, a fargli esprimere tutto il loro potenziale. Sarebbe stupido non farlo. Ma l’attacco degli Heat non si limita a mettere la palla in mano a loro da fermo senza movimento dei compagni.

Analizziamo gli schemi più comuni e che Miami ha utilizzato con più frequenza contro i Pacers, e partiamo proprio dal cosiddetto schieramento HORNS:

Questo schieramento è stato molto utilizzato dagli Heat nella serie, soprattutto perché sono costretti a giocare con il doppio lungo più spesso di quanto vorrebbero. Inoltre è utile per tenere fuori dall’area Hibbert e West, che è l’obiettivo primario dell’attacco di Miami. E’ uno schieramento molto comune e sfruttato dalle squadre di tutto il mondo, con il play in punta e i due lunghi alti, che può portare a svariate soluzioni. Gli Heat, in particolare, tendono a cavalcare determinate situazioni:

 

E’ da tener presente che gli Heat spesso e volentieri mettono Wade o James in punta ad iniziare il gioco, e in questo set lasciano Mario Chalmers in angolo (al posto del “3”, per intenderci) per un eventuale scarico. Questa soluzione è pensata per mettere “2” (solitamente quello, fra Wade e James, che non ha il compito di iniziare il gioco) in una condizione di vantaggio, facendogli sfruttare, alla fine, un pick&roll in movimento per andare dentro, con i tiratori ben piazzati sul perimetro.

Altra soluzione comune nell’attacco degli Heat, che prevede sempre lo schieramento HORNS come partenza, è il cosiddetto “hand-off set”: 

 

L’hand-off set è giocato solitamente col secondo quintetto di Miami, quindi con Cole in punta, Ray Allen da “2” e Wade o James (a seconda del turnover) da “3”, anche se le rare volte in cui è stato Lebron a riceve l’hand-off (passaggio consegnato) da Cole, il movimento si è rivelato molto più efficace. Con Lebron che riceve da Cole, infatti, spesso la difesa è costretta a cambiare e il difensore di Cole, più piccolo, finisce a marcare Lebron che non ha difficoltà a batterlo. La contromisura più efficace di Indiana è impedire a chi riceve l’hand-off, di sfruttare il blocco di “4”, forzando l’attacco a far tornare la palla sul lato opposto dove non è stato costruito niente.

 

Da Gara 3 in poi, in particolare, si è visto spesso da parte di Miami un set chiamato “Power”: 

 

“Power” è giocato principalmente per isolare Lebron in post basso (in questo caso col quintetto piccolo e Lebron da “4”), situazione che, come detto, si è verificata con continuità per la prima volta nella serie in Gara 3, e che Miami ha continuato a cavalcare con successo alterno da lì in poi.
Questi set offensivi sfruttano bene le caratteristiche dei giocatori di Miami, veloci, molto mobili e pericolosi sul perimetro. Lo scopo dell’attacco degli Heat, infatti, è proprio far muovere quanto più è possibile la difesa di Indiana, per sua natura più statica, così da mandarla fuori posizione, o creare un ritardo in un recupero che può favorire giocatori come James o Flash, che diventano praticamente incontenibili se possono attaccare una difesa mal posizionata.
Su “Power” in particolare, abbiamo visto come in Gara 3 Lebron abbia letteralmente sovrastato George isolandosi in post basso. I Pacers non sono riusciti ad arginarlo per tutta la partita, spesso lasciando George a difendere da solo, altre volte mandando aiuti da parte di difensori ad un solo passaggio di distanza dalla palla, con la conseguenza di lasciare un giocatore smarcato pericolosamente a vista del n.6 di South Beach.  In Gara 4, invece, Vogel e i suoi sembrano aver trovato il bandolo della matassa, raddoppiando Lebron appena riceve palla costringendolo a darla via prima che possa giocarsela, o mandando Hibbert prontamente in aiuto su ogni virata di James.  
La difesa dei Pacers, in generale, è molto brava a rompere gli schemi degli avversari, soprattutto grazie alla sua aggressività, e questo causa molti problemi agli Heat, che hanno bisogno di ordine. Quando eseguono con lucidità, infatti, spesso e volentieri riescono a trovare un tiro pulito. Troppo di frequente però il loro attacco tende ad andare a “ruota libera”, con spaziature rivedibili, movimenti con poco senso e il più delle volte con Lebron costretto ad inventare una soluzione dal nulla, e questo contro una difesa aggressiva come quella dei Pacers costa carissimo.

 

Per quanto riguarda Indiana, invece, i set offensivi che hanno fatto realmente male agli Heat sono sostanzialmente due, ed entrambi prevedono un pick&roll alto fra Hibbert (o, più raramente, West) e George. La differenza fra i due sta nella disposizione degli altri tre uomini in campo, cosa per nulla secondaria ai fini dello schema: 

Come si può vedere, sono soluzioni molto molto semplici che però sono costate a Miami almeno due partite. Nella prima, il concetto chiave è liberare l’area per il roll di Hibbert. West (il “4”) è in post alto in modo che il suo difensore non riempia l’area. Così, quando Hibbert rolla, la difesa degli Heat è costretta a ruotare con il difensore di “2”, o al massimo con quello di “1” dal lato debole, entrambi non in grado di contenere il big man dei Pacers così vicino a canestro. 

Nella seconda situazione, invece, lo scopo è lasciare un quarto di campo completamente libero a Hibbert per prendere posizione. Se George riesce ad ottenere un vantaggio sul blocco e ad attaccare il canestro con aggressività, il difensore di West è costretto a fare una scelta, trovandosi sostanzialmente a difendere contro tre giocatori: George, West, e il tagliante Hibbert.
Il motivo per cui questi semplici pick&roll siano stati così dannosi per Miami, risiede nelle caratteristiche stesse della difesa degli Heat. Questa, infatti, è costituzionalmente aggressiva sul portatore di palla, e spesso e volentieri lo raddoppia anche molto lontano dal canestro. Ciò è stato ancora più amplificato dal fatto che i palleggiatori dei Pacers facciano particolarmente fatica nella costruzione del gioco, debolezza che Spoelstra ha tentato di sfruttare il più possibile. Questa eccessiva aggressività causa infatti il cosiddetto “room”, eccessivo spazio fra i difensori che raddoppiano sulla palla e quelli dietro. Lunghi capaci come West e soprattutto Hibbert, in questo modo, hanno avuto molta più libertà per rollare e ricevere indisturbati al centro dell’area.
La cosa strana è che Miami aveva trovato la soluzione a questo problema, raddoppiando il rollante non appena ricevuta la palla e costringendolo a giocarla nuovamente per vie esterne, ma è una contromisura che ha adottato solo saltuariamente.
In generale, il modo di affrontare la serie da parte degli Heat è sembrato molto criptico, mutevole di gara in gara. Strategie che la partita prima hanno funzionato, sono state misteriosamente abbandonate nella gara successiva. Al contrario, invece, i Pacers sono rimasti fedeli alle loro strategie offensive, proponendo aggiustamenti difensivi ai vari set che Miami ha via via messo in campo.

I fattori positivi e negativi delle due squadre, sono stati rispettivamente rimbalzi e palle perse. Per gli Heat, i rimbalzi offensivi degli avversari li hanno condannati troppo spesso a difese estenuanti lunghe 24 secondi, terminate poi con una seconda opportunità per gli avversari. Le palle perse, invece, hanno esposto i Pacers, generalmente abbastanza caotici in attacco, a numerosi e sanguinosi contropiedi. Per tutta la serie c’è stato un continuo alternarsi di questi fattori, una volta pendenti a favore di Miami, quella successiva a favore di Indiana. Nella decisiva Gara 7 è bastato che uno solo di questi due dati statistici venisse invertito, affinché si creassero le condizioni per una roboante vittoria dei campioni in carica.
Nell’ultimo match, infatti, Miami ha vinto a rimbalzo 43-36, e 15-8 a rimbalzo offensivo, mentre Indiana ha continuato a perdere palle sanguinose, ben 9 dopo il primo quarto di gioco e 15 all’intervallo, chiudendo alla fine con 21.
Inoltre, gli Heat hanno compiuto quei minimi aggiustamenti che sembravano già essere stati la chiave della larga vittoria in Gara 3: raddoppiare il post basso appena ricevuta la palla, raddoppiare Hibbert sui roll, e lasciare più spazio ai tiratori di Indiana sul perimetro. E’ stata infatti proprio la difesa l’altra chiave della partita, sia da una parte che dall’altra. Se gli Heat sono stati aggressivi fin da subito e hanno forzato gli avversari a diverse palle perse, i Pacers sono sembrati fin troppo “soft” e addirittura arrendevoli per i loro standard. Errori esplicativi del difficile momento che ha attraversato Indiana, sono state le ricezioni di Lebron James vicino a canestro, più di una volta colpevolmente perso da un distratto Paul George. Al contrario, il 6 di Miami ha letteralmente tagliato fuori dalla gara la stella dei Pacers.
Insomma, è chiaro che alla fine che gli Heat ne hanno avuto di più, un po’ per la maggior esperienza, un po’ forse per i desiderio di Lebron e i suoi di tornare in Finale Nba per il terzo anno consecutivo. Ora, sul palcoscenico più importante del basket mondiale, troveranno i veterani degli Spurs a contendergli il tanto agognato titolo.

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