ESCLUSIVA BASKETINSIDE: Intervista a Dario Vismara (Rivista Ufficiale NBA)

ESCLUSIVA BASKETINSIDE: Intervista a Dario Vismara (Rivista Ufficiale NBA)

Abbiamo contattato per un’intervista Dario Vismara, promettente redattore di Rivista NBA e capo della sezione basket della webzine Ultimo Uomo. Cordiale come sempre, abbiamo chiesto a lui di raccontarsi per basketinside.com ma soprattutto un parere sulle incombenti tematiche dell’NBA quali draft e finali di conference.

Innanzitutto ben trovato in questo spazio dedicato appunto a te e alle tue avventure, se così possiamo definirle, come redattore della Rivista Ufficiale NBA e di Ultimo Uomo. Partiamo dal basso, chi è Dario Vismara?

Decisamente non le possiamo definire avventure, piuttosto peripezie. Comunque ciao, sono Dario, ho 25 anni e da circa quattro sto cercando di fare il giornalista, con fortune molto alterne. Sono entrato come stagista a Rivista Ufficiale NBA nel giugno 2011, mi sono laureato a marzo 2012 con una tesi di laurea su LeBron James, mi hanno tenuto a Rivista dopo il periodo di stage e da circa un anno collaboro anche con l’Ultimo Uomo, del quale sono diventato caporedattore basket. Nel mezzo ho tradotto anche tre libri per Libreria dello Sport, tra cui “Eleven Rings” di Phil Jackson e Hugh Delehanty.

Il basket è la tua vita, o quasi: c’è qualche altro sport che condivide l’appartamento del tuo cuore con la pallacanestro?

Sicuramente il calcio, che però seguo più con l’occhio del tifoso che non con quello del giornalista. Sono stato abbonato del Milan per cinque anni prima di fermarmi in questa ultima stagione e sanguino rossonero da quando ne ho ricordo, però devo dire che il calcio mi diverte molto da guardare – non da seguire, non da ascoltare, non da leggere (o almeno, quando fatto in un certo modo), ma da guardare in tv sicuramente sì. Vorrei avere il tempo per seguire anche qualcos’altro, ma al momento non ce l’ho.

Da giornalista a giornalista, sappiamo entrambi che servono punti di riferimento per apprendere e migliorarsi. Chi è stato il tuo “mentore” o la fonte di ispirazione che ha influito in maniera più o meno incisiva sulla tua formazione?

Credo che chiunque abbia la mia età non possa prescindere da Flavio & Fede: siamo un po’ tutti figli loro, chi più chi meno. Io sicuramente sono tra i “più”: se non ci fossero state le loro telecronache, difficilmente mi sarei interessato e appassionato al basket fino a farlo diventare il mio lavoro, anche se poi ho cercato in tutti i modi di trovare una voce il più possibile “mia”. Per quanto riguarda il mio “mentore”, invece, devo citare Mauro Bevacqua e Pietro Scibetta perché, banalmente, sono stati loro a farmi entrare e farmi crescere a Rivista. Però è una definizione impropria: sono colleghi e amici, il rapporto tra mentore e discepolo non è mai esistito tra di noi.

Ultimo Uomo è ispirato a un altro noto web magazine, la Grantland di ESPN fondata da Bill Simmons, che dopo la dipartita di quest’ultimo si prepara forse all’ingresso nel periodo più difficile della propria storia editoriale. In comune avete l’impostazione che in America chiamano “fanalysis”: questo genere di giornalismo ha futuro in Italia e può essere esportato sui canali mainstream (Gazza, CorSport, ecc)

Non saprei veramente come risponderti a questa domanda, nel senso che i canali mainstream agiscono secondo logiche del tutto diverse rispetto a quelle di UU. Non ho alcun dubbio che alla stragrande maggioranza dei giornalisti lì dentro piacerebbe fare quello che facciamo noi e approcciare lo sport in quella maniera, ma non sempre gli è concesso. Per quanto riguarda il “futuro” di questo tipo di giornalismo… lo stiamo scoprendo ora, così come Grantland dovrà scoprire il suo senza Simmons. È tutto troppo in divenire per sapere cosa succederà, sia da noi che nel resto del mondo.

Ti abbiamo chiesto prima il tuo “idolo” giornalistico; quali sono i tuoi eroi sportivi, invece? Non solo parlando di basket.

Sono legato a Rasheed Wallace finché morte non ci separi, anche se lui non lo sa. Per tutti gli altri, scegline uno a caso tra Shevchenko, Nesta e Kakà e sono a posto così.

Sei laureato in Linguaggio dei Media, e la tua tesi ha avuto un protagonista di eccezione: LeBron James. Ne hai raccontato la sua evoluzione mediatica, passando quindi dai “pompaggi” ai tempi dell’High School fino alla tanto contestata Decision nel 2010. Domani notte va di scena gara 1 delle Finali di Conference, Atlanta – Cleveland. Chi passa secondo te, LeBron o l’armata di Budenholzer?

È tutto l’anno che sono scettico sulle possibilità di titolo di LeBron, più che altro per l’impostazione tattica che ha dato alla sua squadra, giocando isolamento dopo isolamento dopo isolamento. Finora ha funzionato, ma mi piacerebbe vedere un’idea di basket diversa andare in finale NBA, come quella degli Hawks. Ci sono ottime possibilità che quanto io abbia appena detto sia dovuto al fatto che sono un lover di LeBron e un tifoso dei Cavs (da quando LBJ se ne è andato), però è quello che penso: se giocano così, meglio che passino gli Hawks. Poi LeBron è talmente forte da poter vincere quattro partite da solo, ma se c’è una giustizia negli dei del basket, merita di passare Atlanta.

Dall’altra parte del tabellone, si sfideranno Warriors e Rockets, a guidar loro saranno i due migliori giocatori del campionato secondo la classifica dell’MVP. Ti chiedo anche qui un pronostico e magari le chiavi tattiche a favore delle due squadre.

Se quello che abbiamo appena visto nelle ultime settimane di playoff ha un senso, questa serie non esiste nemmeno: gli Warriors sono nettamente più forti, più lunghi e più preparati. Però i Rockets sono già stati dati per spacciati contro i Clippers e sappiamo tutti com’è andata a finire: se riescono a buttarla un po’ più in “caciara” con Brewer e Smith e fanno uscire mentalmente dai loro binari Steph e soci, che non sono particolarmente abituati e disposti a giocarsela “nel fango”, possono dargli fastidio. Ma Golden State parte e rimane favorita.

Domani notte si svolgerà la consueta lottery per il draft NBA: non ti chiedo chi sceglieresti se fossi il GM tal dei tali, ma semplicemente quello che consideri il BPA (miglior giocatore disponibile, ndr) della classe 2015.

Per come si sta sviluppando il gioco adesso, avere un lungo che sappia aprire il campo, giocare in post e proteggere il ferro come fa (o potenzialmente può fare) Karl-Anthony Towns, beh, è automaticamente da considerare il miglior giocatore disponibile. Questo non vuol dire che non abbia difetti, ma il suo skill-set di base è da 5 stelle extra lusso.

Tornando sull’MVP dato a Curry, pensi che sia stato giusto al 100% premiare il leader della squadra col miglior record della lega o credi che bisognerebbe dare più credito ai vari Westbrook o Davis, unici uomini al comando di squadre, vuoi per defezioni, mediocri?

Sono dell’opinione che Steph non è stato premiato in quanto “leader della miglior squadra”, ma perché è stato effettivamente il migliore in assoluto della regular season appena conclusa. Se gli Warriors hanno vinto 67 partite è dovuto certamente alla presenza di un roster molto profondo, ma quello che fa fare il salto di qualità è e rimane Curry. Il fatto che abbiano chiuso così tante partite prima dell’ultimo quarto ha tolto un po’ di “highlights” alla sua stagione, ma il fatto che abbia ucciso quasi tutti gli avversari nel giro di 3 quarti non può essere un difetto – semmai, una testimonianza ancora più grande della stagione incredibile che ha fatto. Più di Westbrook, più di Davis, più di Harden, più di LeBron a prescindere dalle defezioni. Steph is the MVP.

Ti saluto calorosamente e ti auguro il meglio per il tuo proseguimento di carriera!

Grazie mille, alla prossima!

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