[ESCLUSIVA] Pratesi: “Warriors favoriti per il titolo, i Lakers torneranno grandi”

[ESCLUSIVA] Pratesi: “Warriors favoriti per il titolo, i Lakers torneranno grandi”

L’autore di “30 su 30 – Viaggio nelle Arene NBA” si è raccontato a Basketinside

di Ario Rossi

Abbiamo avuto modo di fare una piacevole chiacchierata con Riccardo Pratesi, giornalista de La Gazzetta dello Sport negli Stati Uniti. Da qualche mese è uscito il suo libro “30 su 30 – Viaggio nelle Arene NBA” di cui parleremo nel corso dell’intervista.

Ciao Riccardo, sappiamo che ora stai a Minneapolis: come mai hai scelto questa città?

Per il Superbowl (si è svolto proprio nella casa dei Vikings, nda) e per i Timberwolves. E perché dopo l’esperienza a San Antonio al seguito degli Spurs e in California per seguire Warriors e Kings, volevo raccontare un altro spicchio d’America. Qui il problema è il freddo – in inverno si è intorno ai 15 gradi sotto lo zero, di media – ma per la qualità della vita a 360° meglio della California: nessuno batte il Texas, però!

Che iter hai fatto per arrivare lì?

Mi sono laureato in storia del giornalismo a Siena. Proveniendo dalla città del Palio, ecco la passione per il basket. La mia specializzazione post laurea l’ho fatta alla LUISS di Roma: proprio l’ateneo capitolino dava la possibilità di fare stage in qualche giornale d’Italia. Allora sono andato gratuitamente in Gazzetta a Milano per i tre mesi estivi. Parliamo del 2000, poi ci ho messo circa 5 anni ad essere assunto a tempo indeterminato.

Noi tutti invidiamo la tua posizione, ma non rischierà mai di stancarti tutto ciò?

Gli USA sono una realtà gigantesca. Vivere in Texas, rispetto alla California e poi al Minnesota, è completamente diverso come quotidianità. Questo lavoro è stimolante ed intrigante, ma serve un aggiustamento costante del mio vivere quotidiano: la costante felice è quella lavorativa, d’altronde poter seguire da insider gli sport americani, dalla NBA alla NFL alla NCAA è anche molto gratificante. L’accesso che hai agli spogliatoi prepartita per 30′ e postpartita fino a quando i giocatori non se ne vanno, ti rende il lavoro assai più facile, oltre a dare al lettore un servizio migliore e più diretto.

Cosa consiglieresti ai giovani giornalisti italiani che guardano alla tua posizione come un’aspirazione?

Io ho fatto tutta la trafila textbook, cioè dalla laurea fino agli stage e all’assunzione, ma nel frattempo avevo anche fatto marciapiede nelle testate locali senesi, cioè facendo la gavetta diretta di chi ha visto le cose in presa diretta, non per sentito dire dalla redazione o dal divano di casa. Consiglio di fare entrambe le cose per avere una formazione ideale teorica, ma pure un’idea di quella che è la quotidianità. Fare il giornalista non è solo scrivere, è fare desk in redazione, assimilare il concetto di fonti e la loro credibilità, saper gerarchizzare una notizia, capire come farsi i contatti: ci sono tante sfaccettature dietro il lavoro di giornalista.

Il mondo oltreoceano è tutto dorato ed irraggiungibile come spesso ce lo raccontano?

Di dorato c’è solo la suggestione, in realtà c’è tanto politically correct. Molto più che altrove. Le dinamiche sono però le stesse: cavalcano maggiormente i nuovi media (dirette Twitter o i podcast), ma come domande scomode e cronaca “senza sconti” paradossalmente andiamo meglio in Europa per dirla tutta. Il giornalismo negli States è soprattutto locale, mentre per lo sport ci sono i pochissimi inviati a livello nazionale. La TV domina i media sportivi, soprattutto ESPN.

Proprio di ESPN volevo chiederti: è possibile che abbia inglobato tutti i media sportivi lasciando così poco agli altri? Alla fine è l’unico sito solamente sportivo, le altre sono sezioni sportive di emittenti generaliste (CBS o Fox, ad es.)

ESPN ha cannibalizzato tutto, grazie ad un’enorme quantità di soldi. Non è l’unico sito, ma gli altri o sono a pagamento (The Athletic il migliore), oppure tanti blogger visto che qui non esiste la figura del giornalista professionista: ma l’accesso alle partite nelle Arene per i blogger è limitato. Tuttavia c’è da dire che si stanno sviluppando tante piattaforme digitali per chi non vuole più pagare la TV via cavo: la TV via internet prende sempre più piede perché quella via cavo costa cifre indegne – in Minnesota intorno ai 140$ al mese solo per il pacchetto sport con reti generaliste e reti sportive, ma la cifra varia per ogni Stato – che nessuno può o vuole più permettersi.

American Airlines Arena di Miami || sohu.com

Meglio andare a vedere le Arene dal vivo allora. Raccontaci un po’ del tuo lungo viaggio dal quale è nato il libro “30 su 30 – Viaggio nelle Arene NBA”.

Sono 30 capitoli, uno per franchigia, i quali partono con la mia scusa della visita alle Arene. Come prima tappa, da tifoso del basket, c’è una gara interna degli Heat nel 2004, grazie ad un biglietto comprato con i miei soldi. Il racconto è tutto live, con oltre 200 partite viste. Ci sono inoltre 50 mie interviste a giocatori ed addetti ai lavori, compresi i nostri portabandiere Messina, Gallinari, Belinelli, Datome…

Oltre al dietro le quinte tecnico, cerco di raccontare le città dello sport USA con retroscena di vita vissuta da residente, ma anche on the road alla guida del mio Maggiolone rosso. Ci sono tanti stralci di football e sport collegiale raccontati live proprio per i vasi comunicanti cittadini: non puoi parlare dei Mavs a Dallas se non parli dei Cowboys…Insomma, è da leggere assolutamente!

Qual è l’Arena migliore come partecipazione del pubblico e quale, invece, quella dove quasi ci si addormenta?

Oklahoma City e Boston le più rumorose. Dei Celtics incanta la mistica del Garden e la competenza dei tifosi. Dai Thunder c’è un tifo più “collegiale” per approccio, molto più scatenato di quello abituale a livello professionisti: questo è il comun denominatore delle Arene in città in cui la NBA rappresenta l’unica franchigia sportiva. E quindi è giusto citare anche Portland con Lillard capo-banda, San Antonio e Sacramento, dove l’atmosfera è sempre calda a prescindere dai risultati di squadra.

Tra quelle peggiori direi Atlanta, Minnesota (dove regnano i Vikings della NFL) e Washington, che ha tante alternative sportive cittadine e persino nella vicina Baltimore. Ma per addormentarti non ti addormenti mai da nessuna parte!

Ed il Madison Square Garden? Ricco di storia, ma dove ormai manca il titolo da un’eternità…

Fa molto da ombelico del mondo, in quanto è un’esperienza che prescinde dallo sport. “Fauna composita” alla partita, ci sono tantissimi turisti rispetto alle Arene di città più periferiche. Resta per suggestione uno dei palcoscenici più intriganti dello sport americano, in attesa che i Knicks tornino grandi.

Prima hai parlato del pubblico di OKC: pensi che la NBA tornerà nella Città dello Smeraldo, casomai insieme a Las Vegas?

Credo che non sia una cosa semplice, anzitutto perché servono due ingressi, per perequare i calendari, e aumentare le squadre a 32 è tutt’altro che scontato. Al momento non ci sono franchigie che rischiano la piazza a brevissimo tempo: anche quelle piccole come OKC o Memphis sono andate bene per anni. Ma sono convinto che Seattle prima o poi tornerà in NBA: ho dedicato un ampio spazio a questo tema nel capitolo del libro dedicato ad Oklahoma City, nel quale parlo anche con Riccardo Fois (assistente a Gonzaga University, nda) di come lo stato di Washington – quello dove c’è Seattle – viva di basket, molto seguito anche a livello di High School.

Dal punto di vista del calendario, se la NBA aprisse ad altre due squadre non è possibile ridurre la stagione a 62 partite totali (una squadra gioca cioè solo due gare con tutte le altre 31 franchigie)?

Dovresti cambiare il format delle Division con due aggiunte, sarebbe una mini-rivoluzione! Per i soldi qua fanno ben di peggio: vallo a dire tu alle TV che pagano centinaia di milioni per contratti pluriennali che riduci la stagione di ben 20 partite per squadra…hanno palinsesti pronti per anni, è una cosa che non ti permetteranno mai di fare.

Però alla fine le stelle si rompono (Irving, Wall, Butler, Porzingis, ecc) anche a causa di questo calendario fitto di impegni: dici che alle TV non interessi?

Hanno snellito la preseason e ridotto i back-to-back, proprio per ridurre gli infortuni, ma ha funzionato solo parzialmente.

Le due stelle forse più iconiche della NBA attuale || AOL.com

A proposito di stelle, com’è la visione tipicamente americana di anteporre e dare risalto spesso più al giocatore simbolo che non alla squadra?

La NBA vende un prodotto e le stelle ne sono i primi veicoli pubblicitari. I giocatori sono valutati in base allo stipendio che comandano in un sistema economico di pari opportunità come il salary cap, e sono la faccia del brand nei singoli mercati, dall’Europa all’Africa all’Asia.

Le stelle, lo sappiamo, sono persino arbitrate in modo diverso. Lo star power impera: mentre al college è la figura dell’allenatore quella intorno a cui gira il programma cestistico, in NBA comandano le stelle. Il caso di LeBron e Lue il più emblematico, quello di Popovich l’eccezione che conferma la regola.

Sei convinto dell’affermazione che appena fatto riguardo alla figura del coach nel college basket? Negli ultimi anni, soprattutto da quando ci sono gli one-and-done, anche in NCAA sembrano cambiate le cose da questo punto di vista.

I programmi one-and-done sono massimo 10 in tutti gli USA, su 351 programmi di Division I. e comunque a Duke e Kentucky, primi esponenti di questa scuola, coach K e Calipari sono le facce dell’ateneo ben più delle stelle momentanee.

Rimanendo in tema NCAA: qual è il giocatore che più ti ha colpito e chi, nel caso non coincida, potrà essere subito pronto in una squadra NBA?

Mi ha colpito tantissimo Sexton, guardia di Alabama, agonista feroce ed atleta supremo. L’ho visto rischiare di vincere una partita 3vs5 ad inizio stagione! Bagley III attaccante meraviglioso, ma difensore tutto da verificare; da Duke occhio a Carter, giocatore sottovalutato ma che mi ricorda Al Horford.

In NBA qual è il giocatore più elettrizzante e quello che più ti ha colpito?

Il giocatore che non smette di stupirmi quando lo vedo live è Westbrook, con un atletismo da supereroe dei film. Tra i giovani mi hanno colpito Ball, visto ad UCLA e ammiravo il fatto che riuscisse a muovere telepaticamente i compagni sul parquet: anche ai Lakers ha mostrato qualcosa di questo tipo. E poi Ben Simmons: mai vista una roba così per istinti cestistici e cattiveria agonistica!

Qual è la squadra che più ti diverte come gioco?

Golden State. È la squadra che più mi diverte perché muove tantissimo la palla: hanno tantissimi playmaker, nell’accezione americana del termine.

Ma sono molto affascinato anche da Sixers e Celtics: i primi per come giocano di squadra all’europea; i secondi per come difendono, anche grazie ad un allenatore favoloso come Stevens.

Infine mi piace molto anche Snyder, visto che Utah sta facendo qualcosa di clamoroso, visto il limitato talento a disposizione.

Come vedi questi Playoffs?

Immagino la sfida Rockets-Warriors ad Ovest, con Golden State mia favorita se recupera Curry. Vedo più aperto l’Est,dove mi sarei sbilanciato con Boston ma l’infortunio di Irving cambia ovviamente gli scenari.

E Toronto? La vedi comunque un passo indietro rispetto a LeBron e compagnia?

Credo che LeBron abbia il supporting cast più scarso degli ultimi anni, ma non mi stupirei se riuscisse in qualche modo a giocare ancora le Finals. Non sono, invece, pronto a salire sul carro dei Raptors: gli impacci storici di Lowry e DeRozan ai Playoffs sono sotto gli occhi di tutti. Magari è l’anno buono, ma sono come San Tommaso che non credo finché non vedo…

Cosa può fare Houston per battere 4 volte Golden State?

Harden deve dimostrare si poter giocare nei Playoffs come in stagione regolare, Paul deve assicurare leadership e la difesa dei Rockets deve quantomeno contenere l’attacco Warriors. Inoltre D’Antoni deve attaccare Curry con le sue due guardie di primo livello ogni volta che può.

Manca una soluzione per KD e Green, però…

Infatti penso che alla fine vincano gli Warriors.

fadeawayworld.com

Il più grande “what if” della stagione: Clippers o Pelicans senza un “Boogie” formato MVP?

Clippers, davvero falcidiati dagli infortuni. Vero che i Pels hanno perso Cousins, ma quello che ti dà in campo, poi ti toglie in spogliatoio.

Ci sono tanti fattori e non sei un mago, ma quale franchigia è destinata ad uscire dal baratro nei prossimi 2-3 anni potendo dire la sua eventualmente anche nei Playoffs?

Lakers. Avere una base con Ball-Ingram-Kuzma è già di per sé ottimo e hanno lavorato benissimo liberando molto spazio salariale.

Intendi dire LeBron to L.A.?

Intendo uno tra LeBron o George, con magari un Jordan di rinforzo. La mia è pura speculazione, ma i Lakers per me sono favoriti ad accaparrarsi il talento di Akron.

E quindi è probabile l’addio di James a Cleveland…

Penso proprio di sì. Me lo fa credere l’addio di Irving ed il mancato arrivo di Billups come dirigente. Il fatto che uomini chiave della franchigia siano mediocri (Lue ed Altman) e che in questa fase della carriera di LeBron il brad diventi importante quanto i risultati. Poi è difficile vincere qualcosa con questa situazione salariale a Cleveland.

Ricordando di non perdere l’occasione di fare un viaggio per le Arene NBA e per le città degli States, ringraziamo Riccardo per la grande disponibilità a fare questa lunga e ricca chiacchierata!

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