Farewell, Kobe

Farewell, Kobe

Il saluto da parte di chi non ammirerà mai fino in fondo il Black Mamba.

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Se per moltissimi il 13 di Aprile 2016 (ultima partita NBA nella carriera di Kobe Bryant) viene e verrà visto come una sorta di giorno sacro in cui piangere litri di lacrime, per altri è e sarà sempre un giorno come un altro, o addirittura da ricordare con gioia: esiste anche chi non ama (o addirittura detesta) Kobe Bryant.

 

Il numero

 

si.com

Innanzitutto il numero: inizalmente l’8 in onore di Mike D’Antoni, suo idolo cestistico durante il periodo italiano, poi cambiato e “moltiplicato” per tre (come gli anelli vinti fino ad allora) e diventato 24. Il cambio di numero coincise con le accuse di stupro da parte di una ragazza, le quali costrinsero a Kobe a ricrearsi un’immagine, in primis a partire dal numero indossato. Kobe spiegò che passò al 24 in seguito all’incontro con un motivatore, che lo spronava a “vivere 24 ore al giorno”. I più maligni invece, insinuano che il 24 sia stato scelto per una sua voglia di paragonarsi a Jordan (che indossava il 23) ponendosi un gradino sopra His Airness.

L’ego

 

slamonline.com

 

I giocatori che stimano Kobe Bryant come giocatore sono moltissimi, ma di amici all’interno della Lega, il Mamba ne ha pochissimi: il suo continuo insultare/provocare i compagni di squadra durante gli allenamenti, le sue conferenze stampa e interviste spesso al vetriolo, le accuse quasi mai velate, la sua ossessiva ricerca della perfezione e le sue brame assolute di vittoria lo hanno reso un uomo insostenibile per moltissimi addetti ai lavori, nonché per altrettanti giocatori. Nel gioco di squadra per eccellenza, il suo individualismo è parso spesso e volentieri estremamente fastidioso.

 

Le squadre sconfitte

lalive.com

 

Il Mamba, nelle sue molteplici vittorie, ha spezzato i sogni di gloria di moltissime franchigie, alcune delle quali passate alla storia da romantiche perdenti per la grandezza dei suoi facenti parte. Per fare qualche esempio…

Philadelphia 76ers: tra Allen Iverson e il titolo si frapposero Kobe e Shaquille O’Neal. Nelle Finals del 2001, dopo una clamorosa gara 1 vinta dai Sixers allo Staples, The Answer e compagni vennero in seguito spazzati via dai Lakers.

Sacramento Kings: i Kings di Webber, Divac, Stojakovic, Christie e Bibby, spettacolari e con un altissimo tasso tecnico, furono sconfitti in gara 7 delle finali di Conference 2001/02, considerata una delle serie di Playoffs più belle di sempre. Col senno di poi, una delle più controverse dal punto di vista arbitrale.

Phoenix Suns: non solo Stoudemire e Steve Nash, i Phoenix Suns sono una di quelle squadre che il Mamba ha sempre odiato. Dopo essere stato fermato nei Playoffs 2006 e 2007, li ha stesi nel 2009-2010, per poi prendersi il titolo contro i rivali di sempre, i Boston Celtics.

 

La passerella

 

sportrants.com

 

Annunciare il proprio ritiro con una lettera pubblica, a inizio stagione per giunta, gli ha riservato una sorta di passerella in ogni palazzetto d’America, ognuno dei quali gli ha tributato il proprio rispetto con un video commemorativo, una standing ovation di saluto, o altro. Andarsene senza far rumore, come i più grandi del passato, non è nello stile del 24.

 

Tony Montana

lakers.topbuzz.com

 

La parabola di Kobe può in certi versi essere vista come quella di Tony Montana: alla fine, è rimasto solo. La sua squadra è attualmente in fondo alla Western Conference, le ultime cavalcate verso il titolo si sono concluse con delle batoste (prima Dallas, poi Oklahoma City e infine San Antonio, sebbene contro quest’ultima lui fosse assente per la rottura del tendine d’Achille). Una volta tornato dall’infortunio, palesemente non più quello di prima, ha firmato un biennale da 25 milioni di dollari a stagione, intasando il Cap e rendendosi in un qualche modo uno degli artefici di queste ultime debacle. Il suo ritiro è paradossalmente un possibile punto di partenza per i nuovi Lakers, non più palesemente schiacciati dalla grandezza sportiva ed emotiva del numero 24.

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