Father Playoffs: basket olistico contro basket individuale, bellezza contro forza

Le semifinali di conference confermano l’eclissi di un modello basato sui big three con l’affermazione di un basket di squadra basato sulla diffusione del talento.

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“Le attività umane sono sistemi ma noi ci concentriamo su istantanee di parti del sistema: poi ci domandiamo perché i nostri problemi non si risolvono mai.” P.Senge

Finalmente i Raptors hanno vinto una serie alle sette partite. E alla settima, per di più, per farlo hanno dovuto diventare adulti, superare l’eterna adolescenza e dare in mano a DeRozan una squadra che, nei momenti chiave, aveva sempre rifiutato di guidare. Sarà fronteggiare Paul George, sarà la spinta del pubblico, chi lo sa, ma dopo una serie di partite non belle, Toronto ha chiuso la difesa e vinto una gara-7 che un paio di partite fa non sembrava scontata. Indiana non è del tutto scontenta. Ha raggiunto i playoffs, recuperato il suo miglior giocatore, avviato alcuni giovani di belle speranze che già chiudono bene sotto canestro. Fare più di questo non era davvero pensabile.

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Toronto adesso deve affrontare gli Heat, che anche loro in sette partite hanno eliminato gli Hornets. Hanno fatto la stessa fatica, o simile, e non c’è un vantaggio fisico per entrambi. Valanciunas dovrà sudare una ventina di camicie per tenere Whiteside, e dovrà far affidamento su tutta la furbizia europea per non far saltare il suo avversario. Dalla sua ha un buon tiro dalla media, nulla di esaltante, ma quanto può bastare per tirare fuori l’avversario dalla tana dell’area piccola. Gli Heat, dal canto loro, hanno vinto una serie che hanno perso due o tre volte, per poi riacciuffarla in gara -6. Wade si è tenuto i punti importanti, giocando gran parte delle partite sul velluto. Giocatore superiore se mai ce n’è stato uno, si è tenuto le pennellate decisive per gara -6, la più delicata, senza infierire in gara-7.

Gli Hornets invece lasciano ancora sperare in una prossima crescita, una volta rientrato Kidd-Gilchrist e recuperato l’acciaccato Batum. Ci si chiede a cosa potrà arrivare una squadra come questa, con Jefferson simile a un Bob Lanier degli ultimi suoi anni, ma ancora divino con il perno alla Nureyev, ed un Walker davvero forte. Manca qualcosa, la stella che completi la squadra, il giocatore imprescindibile. Ora ad est le serie di semifinale vedono Cavs contro Hawks e Heat contro Raptors. Irresistibile, un basket olistico sta entrando in scena.

Le squadre di “big three” soffrono contro compagini costruite con maggiore profondità e meno star power, ma con un ingrediente cestistico molto raffinato. Una generazione di allenatori cresciuti al gioco di San Antonio sta portando il verbo del gioco moderno in giro per la lega. Paradosso, i big three di San Antonio sono stati considerati la quintessenza di questo modo di costruire le squadre, ma sono anche quelli meno “big three” di tutti. Giocatori con mentalità gregaria, partecipativa, ma anche in grado di sobbarcarsi la squadra, hanno permesso, con il loro indubbio QI cestistico, di evolvere il gioco fino a un livello di raffinatezza che non si vedeva dalla Jugoslavia del ’78 o l’URSS dell’85.

Budenholzer ad Atlanta è un diretto allievo di Pop, Casey a Toronto viene dalla scuola di Rick Carlisle, e Spoelstra è un figlio cestistico di Pat Riley, che dal gioco hollywoodiano dei Lakers anni ’80 è passato ai durissimi Knicks anni ’90. Allenatori con un imprinting del campo molto marcato, grandi lettori di gioco, che metteranno Tyronn Lue in grande difficoltà. Fin che LBJ gira e i due scudieri gli vanno dietro, potrebbero non esserci problemi, ma l’Est di quest’anno potrebbe rendere combattute le partite più di quel che immaginiamo e strappare ai Cavs qualche vittoria. Lue avrà la capacità di leggere la partita come questi allenatori, che hanno attraversato serie di playoffs e allenato al livello più alto?

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A Ovest, dopo le vittorie scontate di Warriors (senza Curry, non è banale quello che stanno facendo senza l’MVP) e Spurs, le serie di Thunder e Clippers…ah no, Thunder e Blazers hanno avuto un epilogo atteso, per OKC, e meno atteso – dopo gli infortuni di Griffin e Paul era inesorabile – per i Blazers.

Portland è una squadra molto interessante. Stotts, altro allievo di Carlisle, ha dimostrato di non temere niente e dopo che gli avevano tolto almeno due giocatori molto importanti, Aldridge e Matthews, ha messo in piedi una squadra giovane che gioca un basket semplice, dinamico, con Lillard a menare le danze. Senza Curry, una volta ambientato, Lillard può diventare il pericolo per cui non c’è risposta. I Warriors hanno iniziato gara-1 con veemenza, ma dopo un iniziale svantaggio di 20 punti, Portland è rimasta attaccata dimostrando che la strada è ancora lunga.

Oklahoma è invece un inno all’idea di big three. Che nel loro caso sono due sicuri (Westbrook e Durant), e uno non tanto ma valido (Ibaka). Se Westbrook è in serata nessuno può fermarlo, ma se non lo è non vince nemmeno nel CSI. L’impressione è che abbiano raggiunto il picco nel 2012, e che non possano fare di più. Gli Spurs li hanno demoliti in gara-1, ricordando che la base teorica delle squadre di big three è la difesa, e con questa difesa non vanno lontani.

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Ma questi Spurs al meglio sono l’etere, l’essenza, del basket, distillato in una diluzione di talento che davvero riesce, in modo olistico, a prendere il meglio dei suoi e a combinarlo in una somma vettoriale superiore a quella dei singoli. C’è davvero da sperare che si fronteggino in finale di conference, Warriors e Spurs, per darci una finale cestistica anticipata di altissimo livello. E c’è da sperare che Steph torni al meglio per dare davvero uno spettacolo di livello altissimo. Gli Warriors forse hanno avuto il torto di non voler cambiare troppo. Gli Spurs hanno aggiunto grandi giocatori e preferito la classe alla forza bruta.

Il contributo di Ettore Messina si vede nella fluidità dell’attacco, nella musicalità con cui la palla gira, trovando sempre un uomo libero. Ed è un basket libero, quello degli Spurs e quello degli Warriors, che coniuga la grinta della mentalità vincente con la capacità di trarre il meglio dal talento a disposizione. Un basket sistemico che guarda al totale e non al singolo, un flusso infinito di mondi alternativi in cui la palla finisce sempre nel canestro.

Un basket olistico, un approccio alla vita, al flusso delle cose, che non si lascia imbarbarire dalla forza bruta ma anche nei momenti più difficili cerca un tocco elegante, che se non li premia con la vittoria rischia di precipitarli nella sconfitta. È la bellezza del gioco, quella pura, che meritiamo poco nella vita, come nella giovinezza, nell’amore, nelle cose semplici che sono le sole importanti.

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