Father Playoffs: Habemus Seriem! (Non quella che pensate voi) e la teoria della subsidenza cestistica

Father Playoffs: Habemus Seriem! (Non quella che pensate voi) e la teoria della subsidenza cestistica

La rivincita dei piccoli. Ovvero, Toronto è con merito al tavolo dei grandi e non se ne vuole andare, mentre Oklahoma City è un rebus difficile da risolvere.

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LeBron si prepara. Passa la palla a Love sul vertice del tiro da tre, poi prende la rincorsa. Sta per fare una delle sue cose da Re Leone: un’affondata al volo da vero intoccabile. Peccato che nessuno lo abbia detto a Bismack Biyombo, il vostro eroe della porta accanto, che con un balzo da pantera, ovviamente nera, stoppa il Re e mette in discussione la sua supremazia.
Non che Bismack possa cambiare la vita a una squadra di basket; può farlo, però la sua inconsapevolezza totale di dove si trova, il suo spirito libero, sorridente, che lo sta aiutando a infrangere i tabù di cui non sa nulla.

Primo tabù: l’intangibilità di LeBron. Il Re si è visto stoppare e, anche se non è la prima volta, subire una stoppata “fisica” è un’umiliazione.
Secondo tabù: la sconfitta certa. I Raptors sono entrati in campo stanchi visibilmente, dopo 14 partite, e con una zavorra mentale del perdente assegnatario. Bismack no, ha una libertà intellettuale e spirituale che altri non possiedono, non fosse altro perché sanno cosa stanno facendo. Non è questione di ignoranza, ma di libertà dai condizionamenti.
Terzo tabù: i vincoli del lungo. Se non sai che un lungo è lento, allora sarai veloce. Se non sai che un lungo è goffo, sarai elegante, se non sai che un lungo ha bisogno di movimenti in post basso, allora farai senza.

I Raptors, dati per morti, sono stati rivitalizzati, oltre che da Bismack, da un pubblico che rende il nord simile al maracanà e da un allenatore che non ha proprio la faccia di uno che si arrende. Uscito da Full Metal Jacket o dall’ufficio dell’ispettore di Starsky e Hutch, Dwayne Casey non ha ascoltato le facili sirene della soddisfazione per la finale di conference raggiunta, e ha messo tanto sale sulla coda dei suoi giocatori, i quali si sono sentiti in dovere di tornare a giocare a basket. Sosia di Lou Gossett Jr di ufficiale e gentiluomo, è l’animatore del villaggio turistico ideale che tutti vorremmo per perdere peso.
Senza Jonas ha ricostruito la squadra intorno ai tre piccoli, che con DeMarre Carroll sanno anche difendere, e un gruppo di lunghi che avrebbe fatto comodo a Clint Eastwood.
Scola e Patterson, anche se il primo ha primavere in abbondanza, sono i vostri uomini se dovete attraversare un quartiere malfamato e di Bismack abbiamo parlato in abbondanza. I Cavs tireranno pure bene da tre, ma se in area non ci entri mai, allora è comunque dura.

 

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E non è la serie che pensavamo, quella che emoziona. Gara 4 tra Warriors e Thunder presenta l’interrogativo della situazione della squadra di Steve Kerr. Fisicamente sono molto giù e contro una squadra che fa della condizione fisica e della velocità il suo karma, rischiano davvero grosso. In gara 4 è difficile dire cosa succederà. I Thunder partono favoriti e un 3-1 renderebbe immediatamente interessante la serie tra Cavs e Raptors, mentre candiderebbe quella dell’Ovest a un cupio dissolvi a cui non si pensava.
Credere che i Raptors potessero vincerne una era già difficile, credere che potessero vincerne due, ancora di più. Tra Casey e Lue non è difficile capire chi sia più deciso. Casey è un uomo di basket integrale. Ha giocato sotto coach Hall a Kentucky e per mantenersi in estate ha lavorato in miniera e nei campi di tabacco. Hall lo ha subito suggerito come coach e Casey non ha deluso le sue aspettative. I suoi lavori sono andati da coach di Western Kentucky ad assistente di Kentucky, allenatore in Giappone per club e la nazionale, head coach di Minnesota (da cui venne cacciato con un record di 20-20, cosa rara per il team), e assistente di Dallas con cui ha vinto un titolo.
Hombre Vertical se ce n’è uno, Casey rappresenta nel 2016 la rivincita del Grande Coach Americano. Lui e Donovan stanno portando in alto dei team dopo l’esperienza universitaria, dimostrando quanto conti un lungo lavoro di anni dietro le panchine nella costruzione a lungo termine della squadra.

 

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23 – 34 – 48 – 49 – 56, sono i numeri di vittorie di Toronto negli ultimi cinque anni. Un crescendo costante in una squadra che con lui e Masai Ujiri ha saputo mettere in piedi un connubio panchina-scrivania degno di un grande team.
Non è detto che i Raptors vincano ancora, ma l’impressione è che ogni giocatore ce la metterà tutta per un coach che non si arrende mai. Per Cleveland un’improvvisa battuta di arresto, che dimostra alcune fragilità quando la vittoria non arriva facilmente, e te la devi andare a cercare. Di certo ci sono sei partite a Est, ma, anche se le prossime due le vincesse Cleveland, i Raptors avrebbero fatto una post season egregia, la prima della loro storia, conquistandosi davvero un posto al pranzo dei grandi della lega.
E non è nemmeno detto che i Cavs le vincano entrambe. Sulla lunga distanza i Raptors si sono dimostrati in grado di reggere, e solo ora arriviamo a un chilometraggio a cui danno il meglio, mentre i Cavs queste partite non le hanno ancora fatte.
Dall’altro lato Donovan ha dimostrato il suo valore e la conoscenza del gioco. Ha usato la RS per mettere insieme la squadra e ha ottenuto il massimo da loro nel momento decisivo. Non ha cercato di cambiare i giocatori, ma ha usato i loro pregi e i loro difetti per quel che sono, correggendo le palle perse con rimbalzi offensivi garantiti dai suoi marcantoni.

Gli Warriors, da favoriti, sono diventati sfavoriti. Sono stanchi, appannati. Giocano a sprazzi. I lunghi alla mercé dei rivali. È un lento movimento da zolla tettonica, una subsidenza con cui i Warriors si stanno affossando e da cui sarà difficile che risalgano. Una lezione è che le prime 24 vinte sono alla lunga un problema. Si spremono i giocatori e si perde di vista la vittoria finale. Le gambe sono molli, non si può giocare al 100% tutta la stagione, non più ormai, come dimostrano gli Spurs.
Le strisce vincenti sono una misura ingannevole. Nel Baseball le 20 vittorie di fila degli A’s non portarono al titolo, come la stagione perfetta dei Patriots nel football. Non è la prima partita che conta, ma l’ultima, e se ti lasci tentare dal frutto facile da raccogliere, è probabile che nel lungo tu non ne abbia più per arrivare alla vittoria.
Lezioni che squadre sfavorite, Thunder e Raptors, fanno ai favoriti, dimostrando che il basket non è un gioco sol di finezza in cui le graduatorie sono stilate all’inizio, ma un magma bollente in cui il movimento imprevedibile della zolla cestistica porta alla subsidenza delle squadre più forti.
E quando inizi a sprofondare, è difficile smetterla.

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