Father Playoffs – I cinque Cavs in cerca d’autore…

Father Playoffs – I cinque Cavs in cerca d’autore…

I Cavs sono arrivati in finale quasi autogestiti dalla grandezza di LeBron, ma non è come avere un autore che distribuisce le parti.

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“Imparerai a tue spese che nel lungo tragitto della vita incontrerai tante maschere e pochi volti.”
Luigi Pirandello

I punti 60 e 79 degli Warriors si portano dentro tutta una filosofia.

Nel punto 60 Steph prende un rimbalzo in attacco, esce palleggiando. Palla a Green sull’arco. Marcato, Green passa a Steph rimasto sulla sinistra, che palleggia, si attira il raddoppio e serve KD libero da 3, canestro.
Nel punto 79, a destra magia di Curry in palleggio, a KD sulla linea di tiro libero che, marcato, la dà a Klay sul tiro da tre. Klay riceve un passaggio preciso, canestro.

A OKC, Kevin avrebbe ricevuto sul terzo tentativo di entrata e col cavolo che la ridava fuori. In qualsiasi altra squadra, uno come Klay col cavolo che si sacrificava aspettando il suo turno.

LeBron ha provato a costruirsi degli Warriors in casa. Ma la versione casereccia non funziona altrettanto bene. Bisognerebbe fare un monumento a Kevin Love. Criticato aspramente per gli errori al tiro, il povero Love aspetta sull’arco un pallone che arriva sempre o alto o basso e comunque senza la rotazione esterna che lo aiuta a liberarsi. Klay Thompson, dall’altra parte, ha un rilascio veloce perché la palla arriva dove deve, e chissà quanto ci pensa Love, ogni volta che deve sporgersi e cambiare la sua posizione al tiro, ai passaggi di Rubio, che ogni tanto lo avrebbe picchiato sulla testa, ma quei palloni al bacio…

da espn.go.com
da espn.go.com

Come insegna qualunque allenatore, il tiro è per metà il risultato del passaggio. Il tiro Warriors, nasce facendoti pensare che vadano da una parte, e poi andando dall’altra. Il tiro Cavs nasce come un atto eroico. LeBron entra e passa fuori una fucilata impressionante, bella, ma che non aiuta il tiratore. Sai già tutto del tiro dei Cavs, non c’è quel pensare ed elaborare del gioco Warriors.

LeBron ci prova ma non è il suo basket, non lo era. Solo Wade poteva farglielo fare, con Spoelstra, ma qui è lui che decide e nessuno gli dirà mai che sbaglia.

Non che glielo si possa dire, chiaro. Anche la scelta di giocare al ritmo Warriors è sintomo di una visione da giocatore e non da allenatore. La serie è stata bella per certe cose, ma non è stata tattica, i Cavs hanno fatto la stessa cosa sempre ed è andata bene loro una volta, ma non hanno davvero cambiato. Quindi? Quindi ai Cavs ci vuole un allenatore, altrimenti in campo ci sono cinque giocatori pirandellianamente in cerca d’autore, che possono bastare per vincere a Est ma non il tutto.

E l’anno scorso? L’anno scorso gli Warriors erano esausti, avevano Harrison Barnes e non KD, e forse la squadra si portava dentro qualche germe blattiano, fiorito al momento giusto. I Cavs di oggi sembrano il Corinthians autogestito di Socrates, ma senza la mente fine del grande centrocampista brasiliano.

I Cavs sono l’espressione cestistica del più grande di oggi, che però deve avere l’umiltà di lavorare su dei dettagli, sulla costruzione del gioco, del tiro, senza pensare che tutti siano come lui.

E a ben vedere questo è forse l’unico difetto del suo essere passato dall’high school all’NBA: la mancanza di una sottigliezza di lettura del gioco, combinata alla granitica certezza di essere il più grande.

da bringyourgamessporttalk
da bringyourgamessporttalk

Non sono cose enormi, sono dettagli, ma tradiscono quell’allenamento alle situazioni che non si insegna in partita, ma solo in allenamento a 18-19 anni, quando Mike Brown provava a domare i suoi istinti fino a, paradossalmente, sedersi sulla panca dei suoi avversari di oggi.
Ciò lo ha portato a una tripla doppia di media, per quel che vale, ma a sole 5 partite. Mentre KD ha trovato una naturalezza che non aveva e Klay Thompson, un uomo con la perenne faccia da martedì pomeriggio, ha dominato non nei numeri, ma con delle finezze tecniche in difesa e tirando quando serviva.

Il basket è uno sport di pensiero, di trama, e vince chi ha il romanzo migliore, che meglio aderisce alla natura dell’uomo sotto il giocatore. Fatica a vincere, ma non è detto che non vinca, chi si costruisce addosso un’identità posticcia. L’essenza di LeBron permette di sollevare i Cavs fino al punto più alto. La squadra costruita come l’anno scorso, è anche riuscito a vincere. Ma i Cavs di quest’anno, pur aumentando i giocatori di classe, non hanno mai creato il gioco per innescarli. Hanno scopiazzato il copione Warriors senza capirne le ragioni interiori e sono stati spazzati via dall’originale.

Mentre l’autore del copione di partenza, ancora sulla panca degli Warriors, guardava sorridente e sofferente per la schiena, conscio di un destino umano che ora passa in secondo piano, ma che tra un po’, forse, gli riserverà sorprese, fisiche, non felici.

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