Father Playoffs – I Warriors dal lato oscuro della forza

Father Playoffs – I Warriors dal lato oscuro della forza

Vincere ti cambia, soprattutto agli occhi degli altri.

di Massimo Tosatto

Che la forza sia con te

Obi Wan Kenobi
Quanto ci si mette a passare dal lato oscuro della forza? La risposta è semplice, basta vincere e hegelianamente si diventa la sintesi di un discorso arrivato fino a quell’attimo. Vincere è il lasciapassare dalla simpatia all’antipatia.

I Warriors hanno percorso questa strada negli ultimi quattro anni, con quattro finali e due vittorie, dato che la quarta è ancora da giocare. All’inizio stupivano piacevolmente per il gioco, piaceva l’aria sbarazzina di Steph Curry, vero simbolo di questa squadra, e il modo asimmetrico, nuovo, di intendere il basket. I primi due anni di finali con i Cavs, una vittoria e una sconfitta, li consacrarono come i preferiti di una generazione.

Da allora abbondano i ragazzini con il paradenti sospeso fuori dalle labbra, o i balli dell’orsetto di Draymond. Grosso modo al passaggio di Kevin Durant, però, i Warriors sono stati guardati in modo diverso.

Troppo maschio alfa, Kevin, in una squadra apparentemente sempre di ragazzini mezzi adolescenti. Prendeva il posto di Harrison Barnes, andato poi ai Mavericks per sparire dai radar d’alta classifica, con un approccio completamente diverso.

Durant è infatti il tipo di giocatore che risolve le situazioni. In una squadra nota per confondere i propri avversari con una ragnatela infinita di passaggi, in cui l’extra pass era la regola, Kevin interrompeva questo flusso per fare l’azione decisiva, il tiro che nessuno si aspettava, ma che assumeva sulle proprie spalle l’onere della chiusura, come nessuno poteva fare fino ad allora.

L’arrivo di KD, retrospettivamente, ha completato il roster dei Warriors, gli ha donato quell’aspetto di decisività, quell’attitudine da closer che mancavano in certe timidezze di Steph e di Klay. Kevin è infatti il “grande” giocatore da storia NBA, cresciuto con lo stigma del campione. Kevin può guardare in faccia LeBron, Kawhi, i grandi, e fare uno contro uno. È una questione di lignaggio, ma anche di carattere, di forza interiore.

 

da slamonline.com
da slamonline.com

KD ha fatto attraversare ai Warriors la frontiera invisibile con il lato oscuro della forza. Da quel momento, i Warriors sono sempre stati ammirati per il loro gioco, ma non erano più la squadra “di tutti”; erano, magicamente, la squadra da battere, l’espressione del potere, quelli in cima alla lista.

Queste cose hanno un costo, che i campioni imparano ad affrontare nel tempo. Tutti, all’inizio, sono amati, quando sono giovani, pieni di speranze e i tifosi possono riflettere in loro le aspirazioni al domani che la loro giovinezza nasconde.

Poi, quando si cresce, occorre prendere decisioni, vincere, lottare per stare in cima. Solo i grandi sconfitti sono sempre amati: i Trail Blazers di Sabonis, i Kings di Webber. La trasformazione in campione implica, automaticamente, la perdita di quello status, con la contemporanea acquisizione di uno più oneroso, di vincitore, alla cui cima tutti vogliono arrivare.

Ci sarà un dopo. Un poi. Quando gli eroi dei Warriors, invecchiati, andranno in giro per palazzetti, a mostrare il loro talento a sprazzi, non più costantemente, non più come primi violini. E lì l’amore della gente tornerà a galla, nella sconfitta, nella discesa, quando il desiderio di vedere ancora uno sprazzo di talento li porterà nei palazzetti a dire: “Ti ricordi?”.

Ma ora sono ancora nel lato oscuro, quello dei vincenti, quello che ti rende inviso a chi sogna solo la sconfitta dei più forti e domani ricomincerà a odiare i nuovi vincenti.

Mentre dall’altro lato, LeBron, con una squadra più debole, comincia a incrinare perfino l’odio  dei suoi haters. Niente stimola l’amore come una sconfitta ripetuta. Ti porta dal lato oscuro al lato illuminato, dalla magia nera alla magia bianca, dal male al bene. LeBron sta facendo questo percorso, con un’andatura regale, una consapevolezza interiore che non si interessa alle critiche quotidiane, e un’idea di sé che solo i grandissimi, i Kobe, i Micheal, i Magic, i Wilt, hanno avuto nella storia della lega.

Ogni finale è un duello tra la luce e il buio, tra il bene e il male. Chi ne ha già viste tante, è consapevole che le frontiere non sono fissate in eterno, chi è bene oggi è male domani, chi è nella luce oggi, scende nel buio del potere domani. E una finale lunga quattro anni, diventa un romanzo, un poema, in cui gli eroi cambiano la loro natura e a ogni tappa ne svelano una nuova, in un racconto che non vuole saperne di finire.

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