Father Playoffs – La finale Ovest e il basket di domani

Father Playoffs – La finale Ovest e il basket di domani

La serie tra Houston e Golden State si arricchisce del capitolo più interessante. Un confronto tra filosofie simili, attuate dalle squadre che più di chiunque altro le portano avanti.

di Massimo Tosatto

Da qualche parte ho letto: “lasciate l’ego fuori dalla porta”
io una volta ci ho provato
quello si è incazzato e l’ha sfondata, la porta

Guido Catalano, “Di poesia, di metal, d’amore”

Se esistono quelli che in America chiamano “Matches made in heaven”, la finale di conference tra Golden State e Houston Rockets lo sarà in pieno.

Raramente si sono incontrate squadre con DNA più moderni e con giocatori più forti. Houston e Golden State sono al punto più avanzato dell’evoluzione cestistica: un basket liquido fatto di tiri da lontano, spaziature, ruoli ibridi e libertà di azione.

Golden State arriva in finale con questa formula ormai da tre campionati, con due vittorie in una faida ormai personale con i Cavs, in cui Cleveland ha vinto una volta, nell’anno dei record di Golden State, paradossalmente.

Houston, da quando ha preso Harden e D’Antoni ha occupato lo scranno di allenatore, ha impostato la stessa tattica. Che era poi la sua, di D’Antoni, dato che l’inventore di questo modo di giocare è inequivocabilmente lui ai tempi di Phoenix, con Steve Nash.

da clutchpoints,com
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Quest’anno Houston si è arricchita di Chris Paul, e la squadra se ne è indubbiamente giovata. Paul e Harden si spartiscono i compiti di playmaking e di primo bombardiere della squadra, le difese hanno un altro rompicapo da affrontare e gli spazi si aprono ancora di più. Chris è arrivato in salute a questo playoff, e sinceramente è la prima volta che capita da un sacco di tempo.

Segno che il gioco di D’Antoni si coniuga bene anche al suo fisico, lo stressa meno e gli permette di scegliersi i suoi ritmi.

Ora, la finale di conference mette di fronte due squadre speculari per filosofia, ma molto diverse per quanto riguarda l’approccio al campo.

Kerr è più pratico, un empirico che ha preso dall’NBA e dal mondo un modo di giocare e lo ha applicato alla sua squadra. Mike è un platonico, un creatore di gioco, che alla fine ha messo in campo qualcosa di molto diverso dal giocatore che era lui.

Kerr è un organizzatore, un uomo dall’etica chiarissima, inserito in un’organizzazione moderna come i Warriors, gestita da un investitore della Silicon Valley. Mike è un allenatore che crede negli uomini, un uomo di campo e un visionario. Personalmente, ha pagato questa sua adesione all’idea con l’ostracismo da una lega che fatica ad accettare il nuovo, ma le vittorie dei Warriors hanno dimostrato che aveva ragione, e lo hanno rimesso a lato del campo.

Se scendiamo nel dettaglio, partendo dalle guardie, la coppia Curry-Thompson e la coppia Paul – Harden non potrebbero essere più diverse. Curry e Thompson sono nati per questo tipo di gioco. Klay in una partita ha segnato sessanta punti tenendo la palla in mano per due minuti. Un giocatore adorato da chi ama il dettaglio tecnico, l’intelligenza di gioco, l’eleganza in campo. Grande difensore, grandissimo tiratore, in grado di cambiare pelle quando serve.

Steph è un giullare, un inventore, un tiratore fantastico (la parola tiratore viene bandita da questo articolo da questo punto in poi, sono tutti grandi tiratori), grande passatore. Il gioco emana da lui, gli spazi, la paura delle difese, sono solo propagazioni del suo modo di stare in campo, che solo a Golden State poteva essere valorizzato così.

Dall’altro lato Harden e Paul non sembrano “nati” per completarsi. Sono due grandi prime donne che accettano di condividere lo spazio. Quando palleggia Harden l’azione parte da lui e lo stesso con Paul. Chris è grande difensore, più di Harden, ma Harden è IL giocatore quintessenziale nel gioco di D’Antoni.

Paul e Harden sono due giocatori tradizionali prestati al modello D’Antoniano, a cui si adattano in virtù di un’intelligenza cestistica superiore. Gli piace stare in un gioco in cui l’allenatore non ti sta addosso con schemi noiosi, ma tutto è lasciato a un’idea di gioco, a una filosofia comune.

Le due coppie di guardie da questo punto di vista si equivalgono. Steph e Klay occupano di più il campo e costringeranno Chris e il barba a lottare di più in difesa, ma i punti segnati da entrambi saranno grossomodo gli stessi.

La differenza grossa sarà a livello di ali. Trevor Ariza e Mbah a Moute, o PJ Tucker, non possono opporsi alle variazioni di Durant, Green e Iguodala. Senza pensare che il quintetto della morte di Golden State con Green in centro, è un tipo di gioco per cui nessuna squadra ha una vera risposta.

da nbcsports,com
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Qualche indizio potrebbe provenire dalla serie con i Pelicans. Nei pochi momenti in cui i Pelicans sembravano avere una risposta ai Warriors, la ragione risiedeva nel predominio a rimbalzo del sopracciglio, che, con le sue braccia lunghissime, arrivava dove gli altri non potevano sfiorare le sue dita.

I Rockets hanno Clint Capela sotto canestro, un lungo veloce e scattante, diverso dalla maggior parte dei lunghi della lega. Clint è un giocatore forgiato da D’Antoni nelle regole del gioco liquido e si è appena guadagnato un rinnovo a 80 milioni di dollaroni. Clint staziona nei dintorni del canestro in attacco, blocca e corre a prendere il passaggio oppure aspetta il rimbalzo offensivo, fondamentale in cui è tra i migliori nella lega.

Nei Playoffs Clint ha preso 4 rimbalzi offensivi a partita, e contro una difesa come quella dei Warriors questa sua caratteristica sarà molto importante. Anche perché l’elvetico corre molto veloce e non si stanca mai e questo potrebbe significare più difficoltà a riaprire i contropiedi dei Warriors, e necessità di ancorare un lungo sotto canestro, rallentando così la corsa della squadra tutta.

Le partite si decidono per questi dettagli e se i Warriors non avranno risposte, sull’arco Harden e Paul troveranno zone più libere, lasciati 1 contro 1 con gli avversari diretti, con aiuti più difficili. Un ambiente in cui i due si trovano a meraviglia

Schierando PJ Tucker, un buon tiratore, e Mbah a Moute e usando Nene come backup di Clint, Ryan Anderson si è trovato spiaggiato in panchina. Una sinistra evocazione di Davide Pessina, un altro lungo italiano che D’Antoni sottoutilizzava nonostante il buon tiro da tre.

Ryan potrebbe essere un’arma contro i Warriors, anche se occorre considerare che la velocità dei guerrieri non gli lascia molte speranze. Ma il suo raggio di tiro, la grinta, potrebbero tirarlo fuori dalla panchina nei momenti chiave.

Ovvio che i favoriti siano i Warriors. La predominanza sulle ali è troppa, e anche se i Rockets si sono rafforzati, in quello specifico ruolo soffriranno troppo.

Certo, in questi anni Houston si è attrezzata, è davvero forte, e se arrivasse un’ala, un 3/4, con grande esperienza, in cerca di una squadra che lo faccia vincere dopo anni in finali perse e si adatti al gioco d’antoniano, chissà. Ma chi non si adatta al gioco di D’Antoni?

Nessuno ne conosce qualcuno? Magari nel distretto di Cleveland?

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