Father Playoffs – La macchina olistica dei Warriors

Father Playoffs – La macchina olistica dei Warriors

Il finale di gara-3 ha messo in mostra delle giocate naturali dei Warriors, un modo di stare in campo senza forzare, che sono il prodotto di un ambiente e di un pensiero cestistico e umano.

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La perfetta macchina da guerra dei Warriors si è materializzata a Cleveland a due minuti dalla fine di gara tre. Fino a quel momento, dei Cavs arruffoni e pasticcioni, con un sacco di errori al tiro e una difesa forsennata, erano avanti di 6, 113 – 107.

Ma la macchina dei Warriors, una macchina olistica che aumenta, nel gruppo, il valore del singolo, erano tranquilli. La macchina dei Cavs stava sbuffando, come i pistoni di una vecchia 500 in salita, o come il ciclista che, a un chilometro dalla fine, sente arrivare il gruppo che lo supera in volata.

La macchina dei Cavs, non è olistica. È semplicemente l’insieme delle abilità dei suoi giocatori. E questo insieme non produce un miglioramento del singolo. I canestri dei Cavs sono sforzi di volontà, possiedono lo spirito del football americano: sfonda la linea, poi passa la palla se non puoi fare altro. Il passaggio al tiratore da tre avviene come iniziativa individuale, nell’illusione che la linea diretta possa avvantaggiare al tiro.

La velocità del gioco che LeBron ha voluto imprimere ha penalizzato alcuni giocatori, che sono abituati a ritmi più lenti. Persino Tristan Thompson, che nell’attacco schierato è una cellula impazzita che fa saltare le difese, in questo attacco frenetico è meno importante perché non riesce a imporre la sua stranezza, oltre naturalmente a essere sistematicamente picchiato, ma in modo scientifico, da Zaza Pachulia.

Giocare nei Warriors dev’essere una figata. Un po’ come la Swinging London degli anni ’60, New York nei ’70, Golden State è la place to be nel basket di questi anni. Un luogo in cui si può essere se stessi, e al tempo stesso migliorare gli altri.

KD è andato a Golden State per essere meno importante, non più. Ai Warriors ha trovato un leader silenzioso che ama passare la palla, come Steph Curry. Una guardia dal tiro perfetto e dall’armamentario tecnico, in attacco e in difesa, infinito, in Klay. Lo stretch 4 che rappresenta l’esempio perfetto di stretch 4, in Draymond Green, un gruppo di giocatori forti e unselfish, come Iguodala e Levingston, West, panchinari, come Clark, Mc Caw e McAdoo, oltre a JaVale e Zaza, che completano una squadra che non sembra avere fondo.

Era perfino banale chiedere a Kevin dove andare. Dove poteva andare un pittore nel rinascimento, se non a Firenze?
Una battuta velenosa è circolata su Twitter poco dopo la fine di gara 3. A un tweet che chiedeva: “come si può fermare Kevin Durant nel quarto quarto?”; un perfido twittatore ha risposto: “Mettilo in squadra con Russel Westbrook!”.
Ecco, KD, un uomo non esattamente allegro, che sembra soffrire gli ambienti troppo rumorosi, gli ego fuori misura, è andato a Golden State per essere come vuole essere. Le persone di Steph e Klay sono create apposta per lavorare con lui, e sul campo l’amalgama è avvenuto su una base tecnica sinceramente non immaginabile prima e dopo di loro.

Così come c’è un amalgama tecnico in panchina. Mike Brown, un esperto riconosciuto della difesa, un uomo a tutto tondo, con una sua forza interiore rafforzata dalle esperienze non facili con diverse squadre, si è seduto di fianco a Steve Kerr, e sicuramente la forza difensiva dei Warriors ne ha beneficiato. Brown è un uomo capace di costruire, riflessivo, che ha saputo inserirsi nella relazione squadra-coach dei Warriors in punta dei piedi, guadagnandosi la piena fiducia di Kerr.

Apr 24, 2017; Portland, OR, USA; Golden State Warriors assistant coach Mike Brown (L) and head coach Steve Kerr (R) arrive at Moda Center for game four of the first round of the 2017 NBA Playoffs Portland Trail Blazers. Mandatory Credit: Jaime Valdez-USA TODAY Sports
Mandatory Credit: Jaime Valdez-USA TODAY Sports

I due parlano nei momenti più concitati della partita con una tranquillità da uomini adulti. Si confrontano, disegnano schemi, si parlano in un linguaggio cestistico. Con i giocatori hanno una relazione chiara, in cui il confronto è accettato, ma la decisione è una. Cosa strana per una NBA in cui la stella diventa, con l’andar del tempo, un intoccabile a cui non dire nulla.

Se i movimenti in campo e fuori dei Warriors sono improntati a una logica di massimizzazione cestistica, quelli dei Cavs sembrano perseguire l’idea di rafforzarsi in poco tempo, prendendo stelle, o ex (DeRon Williams, Kyle Korver, Jefferson) da adattare in ruoli da panchinari per rinforzare nel breve la squadra. In questo modo sono arrivati più a somigliare a un frankenstein che non a un Mosè di Michelangelo, o una cupola del Bernini. Sono una squadra asimmetrica, tutta costruita sull’immensità LeBroniana, personaggio romantico e frankensteniano se mai ce n’è uno, nel senso proprio di Dottor Frankenstein, che vuole dar vita a un insieme di pezzi di carne con un cervello esterno, piuttosto che creare un uomo dal materiale che ha.

Ma non è così che si costruiscono le squadre oggi? Gli Heat di LeBron, Wade e Bosh erano una squadra frankensteiniana, così come i Celtics dei Big three, o i Lakers di Kobe e Shaq e di Kobe e Pau. Non sarà che non siamo più abituati a vedere le squadre ben costruite, amalgamate, con scelte che si basano sul lungo termine, e invece vediamo solo la scorciatoia del grande giocatore, a cui sacrificare le risorse di tutti?
Il grande giocatore vede la squadra proprio come somma di personalità, di ego, e si sostituisce al management e al coach costruendosi organizzazioni in campo che gli somigliano, che non possiedono l’intelligenza del gioco, la leggerezza della costruzione ideale, ma solo la pesantezza di un corpo muscoloso, senza un intelletto in grado di guidarlo oltre le proprie capacità.

da sportsworldreport.com
da sportsworldreport.com

È una fortuna che Klay, Steph, Draymond e ora KD siano capitati in quell’ambiente. Da nessun’altra parte le loro capacità sarebbero state esaltate in quel modo. Dei leader silenziosi, che si spartiscono il peso dei tiri, che non hanno bisogno di affermarsi come tante galline nel pollaio, ma collaborano per creare un organismo superiore alla somma delle loro abilità.

Frankenstein e Prometeo, l’uomo che cerca di fare un altro uomo e il titano che costruisce l’uomo, il giocatore e il coach. Chi guarda al gioco da dentro e vede solo uno spicchio, e chi invece lo costruisce, come progetto a lungo termine.

Per questo la macchina dei Warriors, all’alba di quegli ultimi due minuti, non è deragliata. Ha agito guidata dall’innata naturalezza della sua idea di basket, facendo le cose più semplici, e lasciando a KD la serenità di provare il suo tiro, sapendo che non ci sarebbe stato un Russel Westbrook a giocarselo ma, anzi, i due migliori tiratori del mondo gli stavano facendo spazio per lasciarglielo fare.

E questa dev’essere, per KD, l’idea di un eden cestistico.

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