Father Playoffs – Potevano essere i Nets

Father Playoffs – Potevano essere i Nets

Una trade sciagurata ha dato vita a questi Celtics affossando i Nets, che, fossero stati più saggi, potevano essere qui.

di Massimo Tosatto

“Genio è saggezza e gioventù”

E. L. Masters, Antologia di Spoon River

Non dobbiamo avere remore a dire che questi Boston Celtics sono più attrezzati di Cleveland ad affrontare i Golden State Warriors. LeBron farà altre due o tre partite delle sue, da 40 e su, ma non potrà nulla contro una squadra forte, unita e talentuosa come questi Celtics.

Danny Ainge ha fatto un grande lavoro, con la collaborazione di Billy King e Mikhail Prokhorov. Quando, infatti, ricevette la chiamata dall’allora GM di New Jersey con la richiesta dei big-three in cambio, sostanzialmente, del futuro, scommettendo su una vittoria immediata, l’infallibile senso cestistico di Danny cominciò a risuonare come un’orchestra sinfonica.

Era in difficoltà. Sapeva di dover rifondare, doveva tankare, ma quando King arrivò con la proposta di scambiare Terry, Pierce e Garnett con una messe di mediocri e le scelte del 2014, 15, 16 e 17, non ci pensò due volte.

da businessinsider.com
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Marcus Smart (in realtà la scelta di Smart fu il prodotto della stagione di tanking del 2013-2014, la scelta dei Nets fu la 17), Terry Rozier, Jayson Tatum, Jaylen Brown.

A cui aggiungere gli infortunati Kyrie Irving e Gordon Hayward, e i sani Al Horford, Marcus Morris, Aron Baynes.

Una squadra fatta di 4 scelte e di ottimi acquisti sul mercato libero, oltre a scambi furbi. Dietro a tutto questo, uno che a guardarlo non diresti che è un genio, ma che è arrivato al secondo ciclo vincente della sua carriera: Danny Ainge.

Un ciclo vincente può venire a tutti. Per arrivare a due ci vuole capacità e qualcosa di simile al genio. O solo essere uno che respira basket dal mattino alla sera. E Danny è questo tipo di persona.

Ma non siamo qui per tessere le lodi di Ainge, o di Stevens, quanto per dire come questa squadra, arrivata a questo punto, non debba avere paura di nulla. Tantomeno dei Golden State Warriors.

Warriors che, per certi aspetti, preferirebbero trovare in finale i Cavs, che tanto bene conoscono, con un grande come LeBron, di cui però sanno tutto, che non una squadra di argonauti partiti giovani e di cui non si conoscono, almeno sino ad ora, i limiti.

Strano lo sport. Gli Warriors, che fino a ieri simboleggiavano una giovinezza eterna dell’NBA, all’improvviso si trovano ad aver svoltato, a essere una squadra adulta, e a potenzialmente fronteggiare, in finale, qualcuno che così bene si accoppia con loro.

La coppia Rozier/Brown minaccia difensivamente Steph/Klay, mettendogli di fronte due giocatori in grado di pressarli e, in specie Brown, di infastidire Klay con le braccia lunghissime.

gigantes.com

KD si troverà o Brown o Tatum, forse Morris, braccia lunghe e mobilità. Un quintetto con Horford in centro e Morris ala forte sembra fatto apposta per la squadra della morte di Golden State (sempre che Golden State approdi alla finale).

Cestisticamente, il duello è molto più interessante per l’appassionato, che l’ennesima telenovela su Tyronn Lue telecomandato da LeBron. Stevens è un allenatore vero, che finalmente, con Kerr (o con D’Antoni, occorre dirlo) darebbe vita a un duello in panchina degno di essere raccontato.

Quando, quattro anni fa, Steve Kerr prese le redini degli Warriors, nessuno immaginava la crescita di questa squadra. Nel 2014 gli Warriors erano stati eliminati dai Clippers al primo turno con Mark Jackson in panchina. Nel 2015 Kerr portò il suo basket, dimostrando di aver capito fino in fondo i suoi uomini, di essere tutt’uno con le loro capacità.

Brad Stevens prese i Celtics nel 2013, con una squadra in pieno tanking ma con la promessa di un miglioramento lento e costante. Cinque anni Stevens e quattro Kerr. Stevens a partire dal basso e costruire pezzo dopo pezzo, Kerr a godere dei frutti di una costruzione anch’essa lenta, occorre dirlo, a cui le sue idee di gioco, congegnate anno dopo anno in una lunga carriera da giocatore e manager, hanno infine dato la spinta giusta per vincere.

Il più giovane Stevens è, paradossalmente, più vecchio di panchina, ha una squadra in pieno controllo, e sa di avere il futuro nelle sue mani. I rientri di Hayward e Irving l’anno prossimo gli daranno una profondità che nessuna squadra possiede.

Ora, con questa truppa di ragazzi e pochi veterani, Brad minaccia i vertici della lega. Basta crederci, non sentire la stanchezza nelle gambe, non aver paura di camminare in alto, dove pochi, da giovani, arrivano.

E pensare che potevano essere i Nets.

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