Fenomenologia dei playoff NBA dopo le gare 3 del II turno

Fenomenologia dei playoff NBA dopo le gare 3 del II turno

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Mai come quest’anno i playoff sono fonte di sorprese: ogni notte si ribaltano i pronostici, e ci siamo ricordati come in questo tipo di partite conti una qualità dei giocatori spesso poco considerata, ma che esula dalla semplice componente tecnica per sconfinare nella forza dell’anima, nella voglia di riuscire, in quanto si è uomini pronti a tutto per farcela. Vincere una partita di una serie significa arrivare fino a dopo l’ultimo secondo, oltre lo sforzo tecnico e fisico necessario. È un ambiente in cui l’aria è rarefatta e vengono alla ribalta dei caratteri che, per come sono fatti, rendono in quei momenti. Altri, invece, mostrano i loro limiti o semplicemente il fatto che, forse, non sono ancora uomini fatti e finiti. Ma una partita dei playoff e` il compendio di un’età della vita, vale un’adolescenza non vissuta, e superarla significa perdere una verginità simile all’altra, quella fisica, da cui non si ritorna. Infine, non tutte le sconfitte sono uguali. Dipende da come maturano, dalle scorie che ti lasciano dentro e da quanto di te stesso hai messo, o perso, nel tentativo di vincerla.
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Cleveland Cavs – Chicago Bulls I Bulls hanno vinto all’ultimo, portando a casa (e in casa) la terza partita di una serie che sembra un gioco a eliminazione. È dura da accettare per LBJ e compagni, ma non impossibile da recuperare. Dipende da quanto e quando Irving riuscirà a rientrare, da quanto infortunato è Gasol, da quanto Rose sarà in grado di assorbire il breve preambolo tra due partite. In sé i Cavs possono sentirsi arrabbiati, ma non abbattuti. Senza Love, con Irving a mezzo servizio, stanno dando il loro meglio. I Bulls invece si affacciano a gara 4 con un Mirotic in più che, anche se considerato un 3, può agevolmente sostituire Pau e magari non far imbestialire troppo Noah sui mancati aiuti. A proposito, la rivalità James/Noah sta diventando molto maschia, ancorché poco cestistica…
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Atlanta Hawks – Washingtonton Wizards Qui siamo ben oltre il fatidico orlo di una crisi di nervi. I giocatori degli Hawks non sono abituati a questo livello di gioco e di intensità; Pierce, invece, sta fornendo un contributo chiave nel condizionamento mentale dei suoi Wizards. Quello di gara 3 è il suo secondo tiro decisivo di questi playoff, entrambi messi con tre che gli saltano addosso. Schroeder può parlare di fortuna quanto vuole, ma gli sarebbe bastato guardare il primo turno contro Toronto. Porter ha trovato una sua dimensione e Gortat si adatta a qualsiasi play: il suo gioco sotto canestro e la sua saggezza di passatore sono lingue universali che si adattano a Wall come a Sessions. Se Wall fosse rimasto integro, vengono pensieri proibiti su quello che ci si potrebbe attendere dalla squadra della capitale. Certo, basketwise, Atlanta dovrebbe avere ancora margine, ma qualcosa dentro quei giocatori li sta rodendo, un male, come se non capissero come mai gli avversari non mollano. Preoccupa soprattutto il primo quintetto, in gara 3 impalpabile, e forse il messaggio per coach Bud è proprio di rivoluzionare, dare una scossa ai suoi per recuperare almeno la loro rabbia agonistica.
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Los Angeles Clippers – Houston Rockets I Clippers sono diventati una classica squadra di Rivers: lottano in difesa, si aiutano, passano bene la palla… Oltre che una mandria di bestioni che vanno avanti ad alley-oop, anche una vera e propria squadra a cui la vittoria con gli Spurs ha dato uno spirito, una consapevolezza, che devono preoccupare gli avversari. I Rockets si sono sciolti nel terzo quarto di gara 3, devono capire come rifornire i lunghi e abituarsi all’idea che Austin Rivers sia un giocatore e non solo il figlio del coach. Ma sono molto, forse troppo, legati agli estri del Barba e fuori da lui e Howard non hanno la personalità per essere un credibile pericolo per i Clips.
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Golden State Warriors – Memphis Grizzlies Un altro caso Atlanta, con un conundrum aggiuntivo: come può una squadra che più tradizionale non si può, senza particolare estro, con gente grintosa e grandi difensori ma riconosciuti non grandi attaccanti, battere la squadra che è stata il più grande show della regular season, quella che ha innovato il gioco, scavato nei nuovi concetti di gioco con una profondità di panchina mai vista? Forse l’unica spiegazione è quella di cui sopra: i PO sono giochi da grandi e per passare il turno i Warriors dovranno superare un ostacolo prima interiore che esterno. Non è infatti la difesa di Memphis a fermarli, ma quello stesso concetto che i difensori lenti e goffi e il gioco appoggiato sotto con la mezzaruota alla Gomelsky, possano stare davanti a giocatori come Curry e Thompson, Green e Barnes. Forse per Kerr, come per Bud, la soluzione sta nel guardare alla panchina, ribaltare i giochi, puntare all’orgoglio di gente a cui i complimenti e il vestito da favoriti ha forse fatto male, togliendogli quel centesimo di reattività che in una serie come questa, in cui i cojones di Conley contano più delle percentuali, è la chiave delle ultime due sconfitte. Come sempre nei playoff non c’è davvero tempo, sorry, non puoi cercare la tua anima e fare la fine dell’eroe romantico, bellissimo ma destinato a fallire quando la vita lo stringe da vicino; no, qui la soluzione si deve trovare oggi per domani e se non si trova, beh, il domani non c’è, affossato come tutti i sogni che si sciolgono all’alba.

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