Finalmente i Sacramento Kings

Finalmente i Sacramento Kings

Il bilancio della stagione della franchigia californiana

di Fabrizio Martini

Siamo agli sgoccioli della Regular Season 2018-2019, e incominciamo a intravedere i primi bilanci: Golden State e Milwaukee solidamente al primo posto, il tracollo dei Lakers, le sorprese Nuggets e Nets, le conferme Oklahoma City e Toronto per dirne alcune.

Tuttavia c’è una squadra, che non farà i Playoffs, del quale si è parlato e si parlerà poco: i Sacramento Kings.

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Dei Kings si è parlato  tanto e male negli anni scorsi, sebbene loro stessi ci mettessero del loro: il front office di un incompetenza unica, l’ingombrante presenza del proprietario Ranadive, le scelte sbagliate dalla bandiera della franchigia, Vlade Divac, ora divenuto GM di una franchigia a cui ancora brucia il ricordo di quello che erano e sarebbero potuti essere (in riferimento ai clamorosi Kings di inizio millennio, “scippati” di glorie da Kobe Bryant, Shaquille O’Neal e i gialloviola di Coach Phil Jackson).

I Kings di quest’anno tuttavia non hanno affatto sfigurato, anzi, sarebbero ancora in corsa per la post season in una tonnara unica qual’è la Eastern Conference: chi fa più notizia sono gli odiati rivali dei Lakers, al momento dietro in classifica relegati all’undicesima posizione, mentre i grigio-viola sono noni, con 33 partite vinte e 35 perse, molto vicini al 50%.

I Kings sono attualmente a 7 partite di distanza dai Clippers, ottavi, e una vittoria sopra i Timberwolves, decimi, i quali ambivano a tutt’altra stagione. E’ praticamente impossibile che i Kings vadano ai Playoffs, sebbene abbiano già raggiunto, con 14 partite ancora da giocare, il maggior numero di vittorie rispetto le ultime 10 stagioni; i motivi risiedono innanzitutto nella guida, quel Coach Dave Joerger lasciato andare via forse troppo presto dai Memphis Grizzlies, forse dal carattere particolare a tal punto da rischiare il licenziamento più volte anche con la bislacca dirigenza californiana, ma che sicuramente sa trarre il meglio dai propri interpreti.

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Andando con ordine, le due principali rivelazioni di quest’anno sono il playmaker sophomore De’Aaron Fox e la guardia tiratrice Buddy Hield. Entrambi sono in lizza per il premio di “giocatore più migliorato” (anche se probabilmente andrà ad un’altra storia di questa stagione, D’Angelo Russell) e vanno a costituire un back-court spiccatamente offensivo ma assolutamente di livello. Fox ricorda vagamente il primo John Wall, sebbene con meno fisicità del giocatore dei Wizards, ma mai come quest’anno ha disdegnato le conclusioni al ferro buttandosi in area a tutta velocità; inoltre, ha un ottimo 37,5% da tre punti, con quasi tre tentativi a partita, e un ottimo 7.2 assist di media a partita. Oltre ad essersi dimostrato un buon direttore d’orchestra, non ha disdegnato di prendersi la squadra sulle spalle nei momenti decisivi, mostrando un atteggiamento da giocatore fatto e finito (ricordiamo che ha solo 21 anni).

Il secondo invece, Buddy Hield, è una pepita raccolta dalla spazzatura: arrivato come contropartita nella trade per DeMarcus Cousins via New Orleans Pelicans, acclamato dal presidente Ranadive come “il nuovo Klay Thompson”, in un anno e mezzo in California non aveva fatto intravedere alcun salto di qualità, “bollandolo” quasi come l’ennesima promessa non mantenuta e non in grado di rendere a Sacramento (Buddy al college, Oklahoma, era un marcatore di livello assoluto). Invece, dopo un estate passata a lavorare duro, il nostro è passato da 13.5 punti di media a partita a 21.0, col 43.3% da tre punti e più di tre triple realizzate a partita, mettendo anche un paio di canestri decisivi (su tutti quello contro Detroit).

a royal pain

Con due trascinatori così, il futuro del roster ruota attorno alla crescita di Marvin Bagley III; arrivato come seconda scelta all’ultimo Draft, atleta irreale, ha impiegato metà stagione per prendere il ritmo NBA, ma poi ha mostrato lampi di classe decisamente interessanti: i 32 punti contro Phoenix o i 28 contro Golden State ne sono la prova, è un lungo dinamico che sa tirare da tre punti ma dovrà concentrarsi ad aggiustare la difesa, sebbene le premesse siano incoraggianti.

Arrivato via trade  metà stagione Harrison Barnes da Dallas, forse per provare a dare una guida un pò più esperta ad un roster molto giovane, Divac ha poi aggiunto in estate al connazionale Bogdan Bogdanovic (fuori metà stagione per infortunio, ma una volta tornato assolutamente positivo, dimostrando in silenzio di poter essere uno dei migliori europei oltreoceano nei prossimi anni) l’ex MVP di Eurolega Nemanja Bjelica, che è riuscito a dimostrare di poter far parte di un quintetto NBA.

Chiude il quintetto il dualismo tra centri di Willie Cauley Stein (giocatore sottovalutato, ma capace di fare tante piccole cose molto preziose per un giocatore della sua stazza) e il tanto decantato Harry Giles III,  rookie ex Duke predestinato a prendere il posto da titolare.

In estate avranno flessibilità salariale (dipenderà molto anche se Barnes vorrà rimanere) e anno prossimo avranno tutti i giovani con un anno di esperienza e chimica in più; salvo mosse da far saltare il banco, il futuro per i giovani Kings è roseo, anche in una Conference così competitiva come la selvaticissima Western.

 

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