Free agency NBA – It’s a business, man!

Quando l’ambizione personale prevale sull’attacamento alla maglia.

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Sebbene la free agency NBA sia iniziata da meno di due settimane, sono già tanti i colpi di scena a cui abbiamo assistito. Quest’estate passerà di sicuro agli annali per l’aumento del salary cap, che ha permesso anche a giocatori mediocri di guadagnare cifre importanti, e per le partenze sorprendenti di giocatori del calibro di Kevin Durant, Dwyane Wade, Derrick Rose e molti altri. Ma c’è un altro aspetto degno di nota: questa offseason sta dimostrando ancora una volta che non esiste più quel legame di fedeltà che lega una star NBA a una determinata squadra.

L’EVOLUZIONE DEL GIOCO

Il basket, come ogni altro sport, è soggetto a un’evoluzione naturale che ha trasformato l’invenzione di James Naismith del lontano 1891 alla pallacanestro come la vediamo oggi. La NBA degli anni ’80 e ’90 è ancora distante dalla NBA odierna sotto molti aspetti. Uno di questi è sicuramente il senso di appartenenza e l’attaccamento alla maglia. Ma il motivo per cui a quel tempo le star NBA cambiavano squadra così di rado è che non avevano un’ampia libertà di scelta. Inoltre, al tempo, i giocatori erano tenuti ad essere fedeli alla propria città nativa e alla loro famiglia. Al contrario, adesso, si guarda al concetto di “fedeltà” a una squadra in maniera differente. Questo punto di vista, certamente caratteristico dell’era in cui viviamo, ci spinge ad esplorare ogni possibilità, a correre ogni rischio e a intraprendere nuove avventure.

Unica vera bandiera ancora in attività|| fulcrumgallery.com

LA DISPERATA RICERCA DI RICONOSCIMENTI INDIVIDUALI

Un giocatore che è alla ricerca di un traguardo personale ha due possibilità: raggiungerlo percorrendo il sentiero più diretto oppure facendo una scelta di cuore. Se si sceglie il percorso più facile e diretto, si hanno più chance di ottenere ciò che si vuole, ma, in caso di fallimento, non esiste scusa che tenga. Al contrario, se si opta per il senso di appartenenza e la fedeltà ad una squadra, raggiungere il traguardo sperato può risultare più complicato, ma, in caso di insuccesso, ci si può sempre aggrappare alla stima e al rispetto guadagnati nel corso degli anni. Se Durant avesse giocato ad Oklahoma City per tutta la sua carriera NBA, anche se non avesse portato un titolo alla città, avrebbe comunque goduto di stima e rispetto per aver scelto di percorrere la strada più difficile. Adesso, al contrario, ha sicuramente ottime chance di vincere almeno un titolo con Golden State, ma, in caso di fallimento, verrebbe considerato uno dei più grandi perdenti della storia.

L’EGOISMO, UNA STRATEGIA VINCENTE

La scelta giusta, spesso, è quella che fa più male e che implica qualche sacrificio. I giocatori NBA hanno l’opzione di trasformare l’egoismo in un’arma, che consenta loro di puntare a riconoscimenti prestigiosi. In fin dei conti, infatti, la misurazione universale di un giocatore NBA sono i suoi anelli, non la gratitudine e l’apprezzamento dei tifosi.

UN RAPPORTO DI RISPETTO RECIPROCO

La NBA è un business. I giocatori cercano e vengono cercati e, una volta trovata una squadra, si mettono al lavoro per trovare la giusta ricetta per il successo. Per creare un buon rapporto di fedeltà e stima reciproca, una squadra e un giocatore devono dimostrare qualcosa l’un l’altro. Per esempio, Kobe Bryant ha giocato un totale di 20 stagioni per i Los Angeles Lakers, riuscendo a conquistare 5 titoli. La dirigenza giallo-viola, in cambio, ha offerto al giocatore uno stipendio sopra i 25 milioni di dollari all’anno anche negli ultimi due anni della sua carriera NBA, nonostante Kobe non fosse più in grado di condurre la squadra ai Playoff. Quando tale rispetto viene a mancare, le conseguenze sono inevitabili.

Le due bandiere appena ritiratesi || kpopstarz.com

FREE AGENCY

I giocatori che decidono di lasciare la squadra per cui hanno giocato per la maggior parte della loro carriera vengono criticati aspramente per aver scelto di dare maggior importanza al successo personale piuttosto che ai traguardi di squadra. Ma, d’altro canto, la free agency ha adottato quel nome proprio perché ogni giocatore è libero (“free”) di scegliere ciò che pensa sia meglio per il suo futuro. I problemi iniziano a sorgere quando una tifoseria si aggrappa a false aspettative. Il fatto che un giocatore abbia giocato a lungo per una squadra non significa che non se ne possa andare da un momento all’altro. Quando Wade ha deciso di lasciare South Beach per andare ai Chicago Bulls, il mondo NBA è stato colto di sorpresa. I tifosi di Miami sapevano che i rapporti di Wade con Pat Riley non erano più quelli di un tempo e che Flash si sentiva mancato di rispetto, ma pensavano che i sentimenti e l’attaccamento alla maglia avrebbero prevalso sul suo desiderio di cambiamento.

Insomma, i rapporti di sincera fedeltà in NBA sono sempre più sporadici, ma la colpa non è né dei giocatori né delle franchigie. In fin dei conti, ormai ce ne siamo fatti una ragione: It’s a business, man…

 

di Gianluca Brambilla

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