From Bob to Pete: storia di musica, basket e dignità

From Bob to Pete: storia di musica, basket e dignità

Le multiformi personalità di due grandi artisti americani della seconda metà del ‘900 si somigliano, si inseguono ed infine si incontrano in occasione della scomparsa di ”Pistol” Pete.

di Domenico Laudando
npr.org

”Lo sai, insegnandogli quelle stravaganze, lo rovinerai. Sono principi contrari alla disciplina”- chiosò coach John Wooden all’orecchio di Press Maravich, intento a propinare al figlio Pete un programma d’allenamento sui fondamentali del tutto rivoluzionario per l’epoca che, tra le altre cose, prevedeva il vasto uso di un ball-handling quanto più elaborato e creativo possibile. Era un’America cestistica (e non) agli albori del superamento della segregazione razziale, con conseguenze sul gioco di palese ribaltamento ritmico e filosofico rispetto a quella precedente, che si traduce in dinamismo fino ad allora sconosciuto e capace di catturare l’attenzione della gente verso uno sport lontanissimo dalle vette di successo attuali. E all’interno di questa rivoluzione, come collocare un normotipo ancorché pervaso da un talento purissimo, ma pur sempre col fisico da basket di ”vecchia scuola”?

Lo stucchevole dibattito, fortunatamente affievolitosi negli ultimi giorni, sulle motivazioni che hanno spinto una giuria ad assegnare il Premio Nobel per la Letteratura ad un cantante, porta alla luce un nuovo quesito: è azzardato accostare forme d’arte più nobili ad altre considerate meno nobili? Lo stesso Bob Dylan risponderà che non era a conoscenza del fatto che scrivesse poesie e infatti, da un punto di vista formale e professionale, il fu Zimmerman, così come Pete Maravich, non può essere annoverato tra i poeti della propria epoca. Ma c’è un altro aspetto: il termine ”poesia” deriva dal greco ”poiesis” (il poetico, ovvero l’operare comune a tutte le arti) ed è a punto lo spirito che circola all’interno di un’opera d’arte. Risulta dunque limitante rifiutare l’idea per cui un brano musicale o un passaggio dietro la schiena possano essere alta forma d’arte, che non possano creare emozioni generazionali fortemente contrastanti come sembra esser detto senza tema di smentita di un Ginsberg o di un Kerouac. Cambia solo il linguaggio.

”Il ragazzo diventerà un campione milionario” – fu la laconica risposta di papà Press. Sia chiaro, lui e Wooden erano agli antipodi da un punto di vista metodologico ma il rispetto reciproco che li legava era praticamente inossidabile. Il più lampante punto di rottura tra i due pensieri era quello sulla concezione del playmaker. Nella piramide (immagine simbolica che spesso ricorre in Wooden) dei Bruins il compito del play è quello di mero iniziatore e organizzatore di giochi, un metronomo senza consegne da finalizzatore ma non per questo meno importante, in quanto nello sport dalla cura più maniacale del dettaglio, un passaggio d’entrata in un set offensivo fatto con mezzo secondo di anticipo o di ritardo molto spesso si sviluppa in un attacco fuori ritmo. Nel sistema di convinzioni di Press Maravich, e nel gioco di ”Pistol”, era ben presente l’idea che il playmaker potesse essere la principale arma da fuoco offensivo o che perlomeno non dovesse seguire pedissequamente un copione scritto, a vantaggio di una spinta costante sull’acceleratore che implicava, da un punto di vista statistico, numeri altisonanti, personali e di squadra. E fin dai primi passi nel basket collegiale, Pete si affacciò come una potenziale rock star del ruolo.

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Sulla stessa autostrada sensoriale, e più o meno negli stessi anni, quello che fino a quel momento era idolatrato come folksinger e paladino del popolo con le sue canzoni di protesta a favore di lavoratori, donne e famiglie decimate dalla guerra, legato a doppio filo com’era alla realtà di minatori del Minnesota in cui era cresciuto e ai movimenti della New Left proliferanti nei sobborghi intellettuali di Minneapolis, diede una forte scossa all’ortodossia ritmica e melodica del tempo facendosi accompagnare da band rock ‘n roll alla ricerca di nuove sonorità, con buona pace dei puristi della sua musica. In Bob Dylan non cambiarono le tematiche, anche nei tentativi più melensi una certa ironica amarezza pervadeva i suoi testi, e si prendeva troppo sul serio per produrre musica con il mero tentativo di arruffianarsi il fruitore. Ma Dylan, che mai ha dimenticato di essere ”that little Jew”, non poteva fare a meno di ricorrere all’ironia nei suoi personaggi, come accaduto col suo ”Mr. Tambourine Man”, una delle tante estensioni dell’artista che raffigurava sostanzialmente un menestrello che ha il compito di alleviare gli animi, il suo in primis, con quello di cui disponeva: la propria arte.

Non prima di subire una scoppola memorabile con i suoi Tigers contro la UCLA di coach Wooden, in cui Maravich spiccò per una prestazione che definire solipsistica sarebbe superficiale, la sua leggendaria carriera universitaria trovò lo sbocco tanto agognato nel basket professionistico. Al piano superiore il gioco si sarebbe fatto davvero serio, e il proverbiale ingegno del nativo della Pennsylvania avrebbe potuto non essere sufficiente, oltretutto in presenza di una psiche tendente all’autolesionismo in modo preoccupante. Ma niente poteva fermare la magia, mai come in Pete entità intrisa di dignità. Una nuova forma di dignità, che poteva essere definita “dignità fisica”. Tutto il suo basket irriverente e cristallino, possibile principalmente per via di un innato rispetto verso sé stesso, che lo portò ad approcciarsi ossessivamente a quel tipo di gioco perché era l’unico possibile che potesse calzare addosso alla sua persona nel pieno della consapevolezza dei propri limiti. Come tutti i grandi narratori, i suoi racconti superavano il limite dell’autoreferenzialismo e si traducevano in storie aperte a chiunque vi si volesse immedesimare, scritte con un linguaggio polisemico che parlava non di sé stesso, ma di un’epoca di profonda trasformazione. L’opera è autoironica ed è pregna di un’etica che si consacra nell’ironia; d’altra parte c’è qualcosa di più beffardo che far credere di andare da una parte e invece spostarsi nell’altra direzione?

Cosa sarebbe successo se ”Pistol” avesse spostato la pietra angolare della propria arte? Probabilmente quello che accadde all’irriconoscibile Dylan dei primi anni ’70, in totale blocco creativo e caduto nell’errore che da sempre aveva scacciato: quello di essere autobiografico. L’album ”Self Portrait”, il cui nome la dice già lunga, è un tentativo di raccontarsi esplicitamente che non era proprio all’artista di Duluth, perché quella autoironia nel raccontarsi mancava totalmente e si rivelava essere un ritratto al limite dell’autocommiserazione, e dove c’è questa non può esserci arte né tantomeno dignità. Conscio di ciò, a metà anni ’70 escono i due lavori che ne segnano la rinascita: ”Blood on the tracks” e ”Desire” riproposero un Dylan sovrapersonale e sublime cantore dell’esperienza umana, spinto da un’esigenza terapeutica post traumatica dalla rottura con la moglie Sarah. Fu probabilmente l’unico biennio a poter competere con quello di metà anni ’60, ma ormai il processo di flessione era avviato e probabilmente irreversibile.

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Nel passaggio dagli Atlanta Hawks (nel cui quadriennio aveva accumulato niente più che contratti pubblicitari e riconoscimenti individuali) ai New Orleans Jazz, lo stile di gioco di Maravich rimaneva tra i più inebrianti dell’epoca, e la sua spettacolarizzazione dell’attività fisica ebbe l’effetto di rendere sempre più popolare la lega e sempre più ricchi i proprietari per cui giocava. Il problema era che i proprietari di cui sopra poco erano interessati a costruirgli squadre vincenti intorno, anzi: più si faceva carico dell’intero peso offensivo della squadra col suo modo funambolico di stare al mondo, più fioccavano gli abbonamenti e le sovvenzioni per le nuove strutture. Di questo periodo si ricordano le prestazioni rabbiose in attacco, come i 68 rifilati ai Knicks nel ’77, ma anche le ombre che si allungavano sulla sua vita, con l’inaccettabile dolore della perdita della madre per suicidio e il conseguente ammiccamento ai bassi piaceri dell’alcol e la tendenza alla depressione. A nulla valse l’ultimo tentativo per il titolo, voluto fortemente da Red Auerbach ai Celtics; ma sempre più discontinuo nella sua arte, ogni suo gesto in campo aveva già connotati nostalgici per un campione che si sarebbe ritirato solo un anno dopo, per i motivi di cui sopra e per un insormontabile problema al ginocchio.

Negli anni ’80 Dylan, uomo di una complessità spirituale praticamente indistricabile, decise che non doveva essere altro che la sua musica e diede vita al suo ”Neverending Tour”, tutt’oggi in scena. Si era innamorato di Pete Maravich ai tempi di New Orleans e ovviamente ne apprezzò la vena ribelle canonicamente associata all’artista, dicendo di lui che non aveva giocato in modo professionale (leggasi conformista) per un singolo minuto nella sua vita (quanto fanno le prospettive? Tutto. Pat Riley per gli stessi motivi lo riteneva la guardia più sopravvalutata del tempo). E dicevano che sarebbe stato dimenticabile, ma si sbagliavano: perché quelli come lui nel momento in cui scompaiono diventano automaticamente indimenticabili. E come una vera rock star, Pete Maravich divenne leggenda dopo che si spense su di un campo da basket a Pasadena 28 anni fa, leggenda accresciuta dalla scoperta di una malformazione cardiaca con la quale inconsapevolmente convisse per 40 anni, anziché per gli 8 solitamente previsti quando vivi con un’arteria coronarica in meno. Il giorno stesso della morte di Pete, Bob Dylan, in una meravigliosa sfilza di alter ego, racchiuse lo spirito dell’anima gemella all’interno di ”Dignity”, omaggio che sconfina nella poesia, in quanto non limitata a una singola persona, ma aperta ad una forbice ben più ampia di ascoltatori.

Uno dei pionieri del basket come intrattenimento, che tante persone ha fatto appassionare a questo sport, con come implicazione la possibilità che questi nuovi seguaci potessero saltare sul seggiolino grazie alle gesta di uno degli innumerevoli campioni afroamericani, e anche questo è superamento delle barriere razziali (qualcuno potrebbe definirla una forma di ghettizzazione, non si avrebbero tutti i torti). Che lo si voglia vedere come tassello incastonato in un mosaico storico più ampio o che lo si voglia considerare come protagonista di una storia personale irripetibile, la cosa certa è che, anche grazie all’opera dell’amico mai conosciuto Dylan, la musicalità di Pete Maravich non solo sarà mai dimenticata, ma è rivissuta nella Novi Val di Drazen, nell’hip-hop di Iverson e nel pop di Steph Curry. Cambia solo il linguaggio.

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