From Steph to Steph: Evolution of a game

From Steph to Steph: Evolution of a game

Storia di una meteora dell’NBA anni ’90.

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Tra l’oggettistica americana più famosa menzione d’onore va alle action figure, modellini in plastica per lo più rappresentanti personaggi di film o fumetti. Negli anni ’90 la Mcfarlane Toys ha iniziato a produrne raffiguranti i giocatori NBA. Il prezzo delle statuine si aggira mediamente tra i 20 e i 30 euro nell’anno di uscita, perdendo poi valore col passare del tempo ma non andando mai sotto la metà della cifra iniziale.

Capita però che, ad una fiera del fumetto e guardando tra i cesti “tutto a 1€” di un banchetto, si trovi l’action figure di Stephon Marbury ai tempi dei Knicks, e probabilmente non ci sarà la fila per acquistare il cimelio dal costo irrisorio nonostante i ragazzi frequentanti le fiere indossino spesso maglie NBA. Com’è possibile questo?

Innanzitutto chi è Stephon Marbury? Nato e cresciuto a Coney Island, quartiere a sud di Brooklyn magistralmente immortalato da Spike Lee nel film He Got Game con Ray Allen e Denzel Washington. Stephon è il quarto figlio di una famiglia povera e cresce tra qualche lavoretto manuale e il playground. Cestisticamente parlando, è un giocatore dalle spiccate doti realizzative e ha un fisico, all’epoca sconosciuto, sotto il 1,80 m di altezza.

Inizia la sua carriera a Georgia Tech, dove concluse l’anno con quasi 19 punti e 5 assist di media a partita: questa annata gli valse la quarta scelta assoluta nel draft del ’96 da parte dei Milwaukee Bucks, che lo scambiarono per Ray Allen, e una scelta con i Minnesota Timberwolves.

A Minnesota però non riesce a brillare: è compagno di squadra di Kevin Garnett all’apice della forma fisica, ma il ruolo di comprimario non gli si addice, perché Stephon è cresciuto tra i campetti e lì emergi solo se sei l’attore protagonista. Così nel ’99 va ai New Jersey Nets.

Il 1999, il 2000 e il 2001 sono sicuramente i suoi migliori anni e tocca l’apice nel 2001 dove prese parte ad uno dei più intensi All-star Game di sempre, durante il quale Larry Brown decise di giocare l’ultimo quarto con Dikembe Mutombo e 4 piccoli (tra cui Marbury e l’MVP della partita Allen Iverson) per una furiosa rimonta che li portò da -20 a +1, grazie a 2 triple di Steph nel finale che decisero la partita. I Nets però non sono una squadra abbastanza forte e non reggono il suo passo: la foto della sua carriera nel New Jersey è la partita del 13/02/2001 contro i Los Angeles Lakers di Kobe e Shaq, durante la quale Marbury mise 50 punti a segno ma i Nets persero al supplementare. A fine 2001 va a Phoenix insieme con Kidd e Stoudemire e nel 2003 riuscirà a portare la squadra fino al primo turno dei playoffs, uscendo poi con i San Antonio Spurs.

Nel settembre 2004 si fa scambiare con i New York Knicks insieme con Penny Hardaway: la squadra sarebbe stata anche forte e in panchina c’era Larry Brown, che aveva portato Allen Iverson e i suoi 76ers alle finali dei playoffs. Ma come dice un famoso detto americano: you can take the man out of the ghetto but you can’t take the ghetto out of the man; la sua attitudine è quella di un giocatore che deve essere sempre al centro di ogni azione, ma non fa nulla per limare quei difetti che non lo hanno collocato tra le leggende del gioco. Farà licenziare Larry Brown a causa di un litigio avuto in estate e si farà scambiare con Boston, ma non otterrà risultati migliori. Concluderà la sua carriera poi in Cina dove per una strana regola non si può assegnare l’MVP di una stagione ad un giocatore non cinese e quindi decisero di erigere una statua in suo onore.

Certo, nel contesto attuale, sarebbe tutta un’altra storia. Il gioco si è evoluto a dismisura e la cura dei dettagli da parte di allenatori, staff e giocatori (sopratutto in off-season) è aumentata esponenzialmente. Se prendiamo l’uomo del momento, Stephen Curry, che in comune con Marbury ha l’abbreviativo del nome, si vedrà che fino a 3 anni fa non era altro che “uno dei tanti”, un giocatore destinato ad essere ricordato come un gran potenziale tecnico, ma allo stesso tempo tenuto lontano dai grandi palcoscenici a causa dei problemi alle caviglie. Poi gli allenatori, lo staff, la sua famiglia e la sua voglia di dimostrare al mondo di essere un fenomeno, lo hanno portato a scrivere la storia del gioco e tuttora lo sta facendo.

Ma se oggi ci troviamo a questi livelli, molto probabilmente è anche merito di tutti i Marbury che l’NBA si è fatta scappare a causa della poca attenzione data loro nelle fasi iniziali di carriera. Indubbiamente una carriera come quella di Marbury è cinematografica, fatta di tante parti in campo e di altrettante fuori per la strada, tra i campetti di Brooklyn. Oggi probabilmente un giocatore di questo tipo non troverebbe spazio in un roster NBA oppure, se si trovasse, verrebbe modificato nel fisico e nella mente dai vari staff tecnici.

Evidentemente parlare di questi giocatori crea un po’ di nostalgia, dal momento che rende talenti come Marbury delle autentiche meteore di cui pochi si ricordano. Tuttavia, il contesto sociale in America, così come anche negli altri paesi del mondo, sta leggermente migliorando da questo punto di vista e l’esempio è dato da gente come Curry, LeBron o Harden che sta “togliendo” ragazzi dalla strada per metterli in palestra ad allenarsi.

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