Ginobili e Schweinsteiger, silenziosi simboli di una generazione che invecchia

Ginobili e Schweinsteiger, silenziosi simboli di una generazione che invecchia

Un parallelismo sul ritiro di due grandi campioni.

di Fabrizio Martini

 

euroleague.net

 

Salotto di casa della nonna, 2000 o 2001; passando uno dei soliti pomeriggi da studente medio “parcheggiato” dai nonni causa lavoro dei genitori (quindi servito e riverito, viziato all’inverosimile), mi imbatto in una partita di pallacanestro alla tv. Lo sport un pò lo conoscevo, ma non lo avevo mai praticato e una partita non l’avevo mai vista veramente; c’era la Virtus (sponsorizzata Kinder, che per un bambino di 10 anni era un marchio impossibile da dimenticare, o non notare) e c’era un tipo che si muoveva letteralmente come un gatto: quel tipo era, ovviamente, Manu Ginobili. Il telecronista continuava a elogiare l’argentino ad ogni giocata, anche perchè sembrava veramente ci fosse solo lui in campo; tutto ruotava intorno a lui, dai palleggi, ai passaggi, qualche schiacciata, avversari e compagni erano letteralmente in balia di quel tipo, ma come non sapevo, era la normalità in quegli anni. Il mio amore per la pallacanestro sboccia in maniera strana poco dopo, tramite un gioco per console, NBA Live 2001 e la scoperta di NBA Action il sabato pomeriggio raccontati da Guido Bagatta. In un anno solare, tante riviste NBA dopo e tanti NBA Action registrati, anche Ginobili inizia a far parte del carrozzone, pur entrando in punta di piedi: per uno che stava letteralmente scoprendo un mondo enorme, è una goccia in un oceano. Abbandonata un attimo la palla spicchi, la riscopro con le Olimpiadi di Atene, le magie degli azzurri, Pozzecco, Basile…ma in finale c’è lui. Lui che ha battuto gli Americani, lui coi pretoriani e soprattutto Luis Scola, lui che, come in quella partita di qualche anno prima, sai già in cuor tuo che vincerà. Riprendere poi in mano l’NBA mi porta diretto alla finale contro i Pistons, giocata da assoluto protagonista. Ginobili si è creato la carriera perfetta, ha vinto quanto ha vinto perchè aveva si talento ma ha sempre lavorato sodo: quest’anno aveva ancora un fisico invidiabile e una tenacia incredibile, tant’è che ha vinto lui l’unica gara di Playoffs possibile che gli Warriors abbiano concesso, durante la loro serie. Il suo carisma, le sue giocate, il suo averlo visto con mano (a Reggio Calabria, a Bologna) il suo essere stato scelto alla 58 ed essere stata la prima vera “steal” al Draft degli Spurs, il suo aver vinto tutto quello che si potesse vincere venendo da un paese che guardava di sbieco il basket.

Non stupitevi di vederlo scendere in politica prossimamente, o di ricoprire un ruolo importante in un qualsiasi tipo di organizzazione.

zimbio.com

Dopo Ginobili, precisamente due giorni dopo, si è tenuta la partita di addio (questa volta parliamo di calcio) di un tedesco dal cognome impronunciabile: Bastian Schweinsteiger, simbolo di una germanicità totale (biondo, occhio chiaro, il classico stereotipo di bambino ariano che ti propinano ad elementari e medie). Bastian ha esordito giovanissimo, nel 2004, a 20 anni, giocando l’Europeo in quella che ancora non era la Germania schiacciasassi che conosciamo (ultimo Mondiale a parte) ma ha contribuito, come Ginobili seppur con un peso diverso, alla rinascita e prosperità della propria Nazionale prima e del Bayern Monaco, vincendo tutto quello che un calciatore può vincere a livello di squadra e diventando uno dei centrocampisti più completi della sua generazione; dopo 17 anni di Bayern Monaco, passa al Manchester United in un’avventura che non avrà fortuna e durerà poco, prima di ritirarsi dopo un breve passaggio negli USA a 34 anni.

Tutti noi ventenni/trentenni/quarantenni sappiamo chi siano Ginobili e Schweinsteiger, tutti noi li abbiamo accompagnati con gli occhi nella loro carriera essendo consci di dove son partiti e dove sono arrivati. A maggior ragione per un ragazzino che incomincia ad osservare lo sport per poi evolversi, diventare adolescente ed infine adulto, aggiungendo senso critico e riguardandosi i video delle loro prodezze ripensando ai primi tempi in cui osservava questi due magnifici sport, porta un pò di malinconia e riflessione, insieme sicuramente ad un grandissimo ringraziamento.

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