Gli allenatori delle Conference Finals – Steve Kerr, un uomo per tutte le stagioni

Gli allenatori delle Conference Finals – Steve Kerr, un uomo per tutte le stagioni

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Le finali di Conference 2015 presentano quattro allenatori che non potrebbero, umanamente e cestisticamente, essere più diversi. La NBA è una lega che accoglie le diversità culturali e ha dimostrato che, pur essendo affezionata al suo passato, per il futuro è pronta a farsi contaminare da chiunque possieda il talento necessario a farla migliorare. L’avventura umana e cestistica di Steve Kerr, Mike Budenholzer, David Blatt e Kevin McHale, si incontra oggi al livello più alto possibile nel mondo, un luogo privilegiato, in cui solo le menti tecnicamente più preparate possono arrivare e i giocatori più forti, che qui sono a loro agio, richiedono il meglio della preparazione e della conoscenza tecnica per vincere il trofeo più ambito. L’unica caratteristica in comune di questi coach è di provenire da organizzazioni vincenti, come se la vittoria in sè richiedesse un muscolo specifico, che si allena e porta chi la conosce a saperla replicare in ambienti diversi. I loro coaching tree vanno all’indietro di molti anni e presentano ramificazioni interessanti, dimostrando che il successo di un allenatore, come in ogni altro ambito, risieda nel scegliersi un buon maestro e nel saper sviluppare, a un certo punto, una visione propria da portare avanti scordandosi il passato.   Steve Kerr – Golden State Warriors
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Steve Kerr è stato un buon giocatore molto vincente. Ha passato i suoi anni migliori ai Bulls  del secondo ciclo di tre titoli con Jordan e agli Spurs, in cui ha vinto altri due titoli. Kerr è nato in Libano e ha passato gran parte dei suoi anni giovanili in Medio Oriente, più o meno nelle zone in cui, anni dopo, David Blatt prima giocherà e poi diventerà allenatore di successo. Rispettando l’idea per cui organizzazioni vincenti creano mentalità vincenti, Kerr da giocatore ha vinto 5 titoli: 3 con i Bulls di Jackson e 2 con gli Spurs di Popovich. L’ascendenza di Jackson è la più interessante. Phil Jackson è stato un’ala arcigna dei Knicks degli anni ‘70 allenati da Red Holzman, con cui vinse due titoli. Holzman, a sua volta leggenda del basket di New York e campione NBA con i Rochester Royals, condivide con Jackson e Kerr alcuni elementi. Intanto, tutti e tre non sono passati immediatamente dal campo alla panchina NBA, ma hanno avuto molti anni di apprendistato, Holzman come scout e Jackson in CBA e campionato di Puerto Rico. Poi, hanno sviluppato un’idea di gioco diversa da quella in cui sono cresciuti, avendo la capacità di ascoltare e di sviluppare nuovi concetti adeguati al loro personale in campo. E’ destino dei grandi allenatori di essere diversi da quel che erano in campo. E’ anche destino che i grandissimi non riescano sempre in questa transizione, portandosi dietro l’ipoteca della grandezza come un problema, che non gli permette di capire come un giocatore “normale” possa approcciare il gioco. Non è un elogio della mediocrità, semmai dell’intelligenza e dell’equilibrio che un allenatore deve possedere per guidare tanti caratteri così diversi, applicando sensibilità, comprensione, forza e in certi casi cattiveria. Kerr si adegua perfettamente al tipo di leader che ha ai Warriors. Curry non è un uomo che grida o si impone con durezza, il gruppo è fatto di ragazzi che non danno problemi, si applicano e stanno bene in campo. Merito anche del coaching staff, molto profondo, in cui Alvin Gentry ricopre il ruolo di Associate Head Coach. Kerr non è un allenatore che ha paura di mettersi in discussione tecnicamente e questo è un approccio sicuramente molto apprezzato, anche se l’idea di fondo è che, alla fine, a decidere sia lui. Non dà l’idea di essere uno di quegli uomini che morirà su una panchina. Ha molti interessi in ogni ambito della vita NBA e passa con disinvoltura da GM a analista a presidente. Sembra adatto a costruire organizzazioni vincenti e questa non è cosa da poco e nemmeno cosa che terrà lontano eventuali estimatori, quando penserà che questo ciclo ai Warriors si sia esaurito. Cosa che, nella turbinosa vita NBA, è abbastanza frequente.

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