Gli uomini che fecero l’impresa, ovvero gli uomini che fondarono la BAA

Gli uomini che fecero l’impresa, ovvero gli uomini che fondarono la BAA

Il primo novembre 2016 saranno passati esattamente 70 Anni dalla prima palla a due della BAA, poi divenuta NBA a partire dal 1949. Dopo aver parlato del basket barnstorming e delle leghe precedenti la NBA, oggi delineiamo i personaggi che diedero vita materialmente alla lega, scommettendo il loro futuro su un gioco molto conosciuto ma ancora secondario

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Se non ci fosse la visione del futuro di qualche audace, le cose non succederebbero. Le automobili, per esempio, non si assemblerebbero alla catena di montaggio. Gli aerei, senza materiali leggeri ma resistenti per fare le ali, non si alzerebbero in volo.

Il basket, a modo suo, è una di queste attività. Ha penato per cinquant’anni per fare una lega che stesse in piedi, relegato a sale da ballo, tendoni, casino. Trattato come un gioco da freaks, con i giganti in campo, ha attratto spettatori basandosi su un elemento di spettacolarizzazione facile, diventando il pretesto per una festa o per un evento sociale.

La partita finiva e i giocatori si spostavano per fare posto a ballerini, giovani innamorati, famiglie, o giostre di feste paesane.

Per farlo diventare l’attrazione mondiale che conosciamo, ci sono voluti dei nomi e delle visioni che trascendessero quelle del tempo, che immaginassero un investimento con un ritorno non immediato e non si spaventassero delle perdite nel breve termine. Una congrega di sognatori e callidi businessmen, sinceri appassionati, gente che nel basket ha passato una vita e finalmente vede una luce in fondo al tunnel: non più leghe in paesini con giocatori pagati il giusto, ma il big business che finalmente si accorge dell’unico sport di grande diffusione senza una vera e propria lega.

Questi uomini fanno la differenza, traducono un sogno in un progetto e si sobbarcano la parte sporca, poco poetica: trovare i soldi, scommettere le arene, mettere i giocatori sotto contratto.

Prendiamo Max Kase, un famoso giornalista sportivo del New York Journal American, un quotidiano del magnate della carta stampata W. R. Hearst. Kase si appassiona all’idea del basket professionistico e, grazie alle sue entrature nel mondo dei manager di grandi arene, ne parla con Walter Brown del Boston Garden. Brown ne è subito interessato, e Kase sviluppa una bozza di una lega professionistica basata nelle grandi città, di cui vorrebbe detenere la squadra di New York. Ma quando chiede a Ned Irish di affittare il Madison per il basket pro, Irish gli dice che qualsiasi squadra professionista di New York giochi al Garden, deve essere di proprietà del Garden stesso. Kase non potrà avverare il suo sogno, ma Irish gli pagherà 10.000 dollari per il disturbo, riconoscendo il suo contributo fondamentale allo sviluppo del gioco. Nel 1951 Max Kase scoprì lo scandalo del “point-shaving”, in cui alcuni dei più forti giocatori universitari si facevano corrompere per far vincere le partite entro un certo numero di punti e aumentare le entrate delle organizzazioni criminali. Alex Groza, la stella di Kentucky e all star NBA, fu la vittima più importante di quello scandalo, per cui Kase vinse un premio Pulitzer.

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Max Kase, da Alchetron.com
Prendiamo poi Ned Irish. Nel 1933, da giornalista, deve scrivere un articolo sulla partita del Manhattan College, ma trova la palestra talmente piena da dover entrare passando dalla finestra dell’ufficio dell’allenatore. Si strappa i pantaloni del suo vestito migliore, ma è folgorato dalla folla che riempie le gradinate e capisce che lì c’è un business da costruire. Si rivolge al Generale James Kilpatrick, presidente del Madison Square Garden, e  stipa più di 16.000 persone al suddetto Madison per il primo doubleheader (due partite in un giorno). Ned ha molto successo e abbandona il lavoro di giornalista per dedicarsi a tempo pieno a quello di organizzatore di partite di college. Conosciuto come un uomo molto duro e diretto, Irish è uno dei primi a trattare il basket come uno spettacolo. Irish è un personaggio chiave, perché l’adesione dei Madison Square Garden è un momento fondamentale nella storia della lega: New York è il cuore culturale ed economico del paese, la lega può avere successo solo se New York è dentro. Quando il generale Kilpatrick si ritira, diventa il presidente del Madison Square Garden e avalla la nascita dei Knicks.

da www.sportsthemagazine, un articolo su Ned Irish
da www.sportsthemagazine, un articolo su Ned Irish

E che dire di Eddie Gottlieb? Una vita passata a trovare il modo di far combaciare il mattino con la sera, una fede incrollabile nel futuro del basket, tanto che si adopera per gestire una squadra pro dal 1918! I suoi SPHAS, gli ebrei di Philadelphia, sono dominanti dagli anni ’10 sino all’alba dell’NBA. Eddie allena, promuove, paga e viene pagato, gestendo le fortune dello sport di Philadelphia dal suo ufficetto con telefono, per un trentennio. Quando arriva la proposta di gestire la squadra di Philadelphia nella BAA, Eddie non ci può credere: una grande arena, le grandi città, finalmente il grande business che si affaccia sul campo. Alla prima riunione dei proprietari, si rende conto di essere l’unico che ne capisce. Casualmente, i suoi Warriors vincono il primo campionato, nel ’46 – ’47, e sono, con i Knicks, l’unica squadra a non perdere soldi.

E Walter Brown? Il rampollo di una famiglia che più WASP non si può (White Anglo Saxon Protestant sono i primi abitanti del New England), Brown eredita dal padre la gestione del Garden e si concentra sull’hockey. Per lui l’esigenza principale consiste nel riempire l’arena nelle sere senza hockey e aumentare le entrate. Quando Irish sostiene l’idea del basket pro, capisce che le probabilità di successo ci sono e, tramite l’associazione dei gestori di arene, la promuove. Non che ne capisca molto di basket, a suo onore va’ il fatto che  per lui l’attività è un puro investimento e che ci crede talmente tanto da sopportare anni di perdite e costruire la dinastia Celtics degli anni ’60.

Al Sutphin è invece il proprietario dell’arena di Cleveland. A Cleveland i Rosempblums hanno scritto pagine importanti della ABL negli anni ’20, come abbiamo visto in articoli precedenti. Sutphin, un milionario pieno di entusiasmo riesce a coinvolgere Arthur Wirtz, che gestisce le arene di Chicago, Detroit e Saint Louis, e fa parte della proprietà dei Chicago Black Hawks di hockey. L’ultimo scoglio per coinvolgerlo è il nome del capo di quella lega, per cui Wirtz non vuole spendere i 25.000 dollari richiesti dal primo candidato.

Sutphin allora gli parla del presidente della American Hockey League, una lega di hockey in cui gioca la sua squadra, i Cleveland Barons: Maurice Podoloff.  A Wirtz interessa subito l’acume di Podoloff e la sua reputazione di onestà assoluta che, in mezzo a un branco di proprietari che nel pieno delle operazioni si sarebbero volentieri accoltellati, era la cosa migliore, oltre alla richiesta economica di Podolff, di appena 9.000 dollari.

Il buon Maurice accetta, anche se l’unica partita di basket che ha mai visto è di molti anni prima a YALE, la famosa università. Si dimostra un buon amministratore e organizza subito la lega stilando un regolamento molto chiaro che i proprietari sottoscrivono.

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Maurice Podoloff da topnotchhiphop.com
Podoloff è soprannominato “il pinguino” per la sua non proprio sportiva complessione. Sempre con un vestito, ieratico, è un avvocato di grande esperienza che gestisce con i fratelli una pista da hockey a New Haven. Ebreo nato in Russia e portato in USA da un padre a cui non piacevano i pogrom, Podoloff non accetta  il titolo di “commissioner”, che gli ricorda i commissari zaristi di cui nella famiglia si parla ancora con terrore, preferendo essere considerato il presidente dellalega. Uomo estremamente serio, non si ricordano battute di Maurice, se non quella scritta sul telegramma con cui convocava la riunione alla fine della prima annata della BAA: “si prega di arrivare dopo pranzo, in cassa non sono nemmeno rimasti i soldi per mangiare”.

Cosa che, alla luce dell’NBA di oggi, è singolarmente ironica…

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