Golden State Warriors: Basket con echi dal passato

Golden State Warriors: Basket con echi dal passato

La pallacanestro giocata da Golden State contiene tanti concetti e caratteristiche che ricordano per vari motivi alcuni brani di NBA del passato

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Ormai non si meraviglia più nessuno quando si sente dire, o si legge “Il Basket giocato dai Warriors non si è mai visto”; c’è però una doverosa precisazione da fare: Golden State ha improntato il suo gioco estremizzando dei concetti e degli aspetti di game-play che già altre squadre in passato hanno mostrato sul campo.

In questi mesi il paragone più frequente è stato quello con i Chicago Bulls del 1996, per questioni legate al record di 72 vittorie che Steph Curry e soci hanno battuto ottenendo un successo in più; il parallelismo che vogliamo approfondire oggi in realtà riguarda altre squadre.

Mettiamo via per un attimo il fatturato in regular season e concentriamoci esclusivamente sul gioco e sulle caratteristiche della squadra. Il primo paragone che viene in mente è quello con i Phoenix Suns del famigerato “7 seconds or less”, vista la velocità di esecuzione degli schemi offensivi e delle transizioni fulminanti in grado di sorprende ogni difesa. Apparentemente potremmo chiudere qui, ma se andiamo a scavare un po’ di più ci sono altre similitudini interessanti.

Vi ricordate contro chi giocarono i Bulls alle Finals nell’annata dei record? Gli avversari furono i Seattle Supersonics, il cui roster era composto da giocatori che avrebbero potuto tirare tutti da 3 o quasi…i principali: Payton, Hawkins, Schrempf, Wingate, McMillan, Sam Perkins (che tirava da 3 senza staccare da terra), Frank Brickowsky (che quando non prendeva tecnici imbarazzanti, un tiro da 3 non lo rifiutava) e Shawn Kemp che in quegli anni stava allargando paurosamente il suo range di tiro. I Sonics di quella stagione e delle 2-3 precedenti potevano tranquillamente prendere un tiro da 3, qualora ce ne fosse occasione e quando c’era da fare contropiede, oh se lo facevano… Nemmeno si contavano più le vittime degli alley-oops tra Payton e Kemp, perchè Seattle era la “Lob City 20 anni prima della Lob City”. Naturalmente non prendevano la quantità di triple che oggi si concede Golden State, ma concettualmente il loro Basket era fluido, fatto di scelte rapide e poteva permettere di costruire in tante occasioni tiri da 3.

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Facciamo un altro passo indietro e troviamo un’altra squadra che potrebbe rispondere alle stesse caratteristiche di quei Sonics e, di riflesso, anche degli odierni Warriors, ovvero gli Orlando Magic. Stesso anno, 1995/96: Penny Hardaway, Dennis Scott, Nick Anderson, Brian Shaw, Brook Thompson, Donald Royal, Anthony Bowie con l’aggiunta di Horace Grant e Shaquille O’neal… mica male eh? Tolti gli ultimi 2, tutti gli altri erano buoni tiratori da lontano e quando nel mese di novembre e dicembre 1995 giocarono senza Shaq che era infortunato, correvano anche in contropiede come se non ci fosse un domani, confermandosi come contender per il titolo.

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Da lì andiamo poco distante, in gara 1 delle Finals del 1995 questi signori fronteggiarono gli Houston Rockets. Anche per loro: Kenny Smith, Carl Herrera, Robert Horry, Mario Elie, Clyde Drexler, Sam Cassell e infine Hakeem Olajuwon (anche Vernon Maxwell prima che venisse scambiato). Il gioco dei Rockets bi-campioni NBA a metà degli anni ’90 era favorire i movimenti di The Dream in avvicinamento al ferro, ma fidatevi, se c’era da tirare da 3, poche squadre facevano meglio di loro. Se poi volessimo parlare della loro difesa o del loro contropiede, sappiate che questi nel 1995 hanno vinto il Titolo arrivando come testa di serie numero 6 a Ovest.
I Warriors hanno eliminato i Thunder dopo esser stati sotto per 3-1 nella serie, i Rockets nel 1995 lo hanno fatto eliminando i Suns di Charles Barkley; questo giusto per dire che quanto a mentalità solida non avevano sostanzialmente rivali all’epoca.

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Potremmo andare avanti ancora, andando a pescare anche elementi di gioco della NBA degli anni ’70 dove per lo più gli attacchi erano 2-3 passaggi veloci e subito il tiro, questo se non altro spiega come anche senza tiro da 3 punti i punteggi dell’epoca fossero spesso così alti: proprio a causa del gioco frenetico che aumentava moltissimo il numero di possessi per ogni squadra.

Insomma, il succo è che di buona pallacanestro negli anni antecedenti gli attuali Warriors se n’è vista un bel po’ ed è stata presa ed estremizzata a tante piccole dosi proprio per costruire quella giocata dagli uomini della Baia. Ovviamente non si tratta, ancora una volta, di capire chi giochi meglio, piuttosto di comprendere quali possano essere i concetti che stanno alla base di una pallacanestro attuale che affonda le proprie radici in tanti piccoli aspetti visti in precedenza. Ogni cosa va naturalmente contestualizzata all’epoca di riferimento.

Senza un occhio al passato, non si può costruire il futuro.

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