Harvey Pollack, muore a 93 anni lo statistico principe della NBA

Harvey Pollack, muore a 93 anni lo statistico principe della NBA

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E’ morto questa notte Harvey Pollack, a 93 anni l’ultimo dipendente attivo nella NBA dall’anno di fondazione, il 1946. Un personaggio unico e una memoria storica impareggiabile, ma anche un visionario insuperato nella visione del basket come intreccio di numeri e categorie che oggi, a discapito della nostra, di chiunque, difficile relazione con la matematica, ci rivelano gli aspetti meno visibili e più influenti del gioco. Quando la NBA si sveglia al mattino sul suo impero che non conosce notte, è difficile ricordare da dove è cominciato tutto e chi ha lottato, faticato, inventato modi per rendere questo gioco e questa lega quel che sono oggi. Harvey Pollack è stato uno di questi. La lingua che parliamo nel basket, fatta di rimbalzi offensivi e difensivi, percentuali, assist, stoppate, di numeri che si combinano all’infinito fino a creare una costellazione da cui a piacere estrarre i dati di un giocatore, una partita, una squadra, un anno, discendono da lui. Pollack aveva un talento per i numeri, qualcosa di unico, che divenne per lui una laurea all’università di Temple.

Wilt Chamberlain con il foglietto con scritto 100 da Harvey Pollock, la notte di Hershey in cui the Stilt segnò il record di punti in una partita – da Yousearch
Quando tornò dalla guerra per fare il cronista sportivo al Bulletin, entrò in un dottorato in statistica e tenne, per passione, le statistiche delle maggiori squadre universitarie della zona di Phila. Eddie Gottlieb, il Mogul dei Warriors e del basket ebreo di Phila, lo vide e pensò che poteva essere lo statistico e il PR di cui la sua squadra aveva bisogno. Gottlieb stesso aveva una passione per i numeri: fino al 1979, anno in cui morì, Eddie Gottlieb supervisionò personalmente la schedule delle partite NBA, combinando orari di aerei, numero di partite da giocare, manifestazioni locali come rodei, concerti, qualsiasi cosa che potesse inceppare la grandiosa macchina da gioco della lega che aveva aiutato a creare. Gottlieb scriveva gli orari su foglietti volanti a matita, chiamava le squadre, spostava date e persone avendo in mente solo il bene del basket e la profondità delle sue tasche. Negli ufficetti malridotti di Gottlieb trovava ospitalità un’umanità varia, non sempre raccomandabile, da cui alcuni emergevano e rimasero nel suo giro personale per una vita. Pollack, da cronista del Philadelphia Bulletin, fece parte di questa compagnia di giro con Dave Zinkoff, la leggendaria voce dei 76ers, con Mike Iannarella, l’unico non ebreo, che lavorò cinquant’anni con Gottlieb, e con vari altri che entravano e uscivano da quegli uffici: giocatori di squadre amatoriali, stelle della Negro League di baseball, gente di ogni tipo che voleva organizzare qualcosa, tirare fuori qualcosa, per fare del basket quel e dello sport professionistico quello che conosciamo oggi. È che è difficile capirlo. I giovani ebrei dei ghetti trovarono nel basket uno sport ancora a loro disposizione. I tedeschi, gli inglesi, quelli emigrati prima di loro, avevano trovato sfogo nel football, nell’hockey, nel baseball. Il basket era un gioco che si giocava in luoghi ristretti, non richiedeva gli spazi degli altri sport. Teneva occupati 10 ragazzoni in una superficie ridotta, per questo andava bene. Il basket era lo sport delle grandi città, e la NBA ebbe successo perché nelle grandi città venne impiantata e riuscì a salire lentamente la scala del successo. Pollack era l’ultimo rimasto di quel mondo. Un mondo come noi non ce lo immaginiamo. Oggi siamo in una specie di paradiso cestistico, ma quello era l’Eden. Le regole ancora da scrivere, tutto ancora da mettere insieme, non c’era nulla tranne il desiderio di un gruppo di uomini giovani di rendere la loro passione la fonte di reddito della loro vita. Pochi ci credevano. Gli SPHAS, che vincevano la ABL negli anni trenta, perdevano giocatori che andavano a lavorare negli uffici, lo sport non dava futuro. Almeno in apparenza. La realtà è che la grammatica era ancora da scrivere, mancavano le parole, le idee, un piano comune su cui intendersi. È affascinante immaginare quanto basket abbia visto Harvey Pollock. Un ragazzo che cominciò a guardare il basket negli anni ’30, anni di tiri a due mani dal petto, di terzi tempi da ballerina, di partite che sembravano match di wrestling, comincia a raccogliere dati su carta, mette insieme le voci, i numeri con cui giudicare quel che fa un giocatore al di là di quello che vediamo, insegnandoci che la realtà è qualcosa di più sottile della schiacciata o del palleggio spettacolare, la realtà è costruita da tutte le cose che facciamo, e tutte le cose che facciamo possono essere scomposte in gesti, in atti, che sono quelli importanti. Così nascono i concetti che ancora oggi influenzano il giudizio che abbiamo dei giocatori e delle squadre: gli assist, le stoppate, i rimbalzi difensivi e offensivi. Una volta capito come raccoglierli, con gli occhi puntati direttamente sul campo, la memoria per i numeri, i nomi, le divise, ecco arrivare le percentuali, l’influenza del singolo sul gioco e, negli ultimi anni, le statistiche avanzate, i big data, prospettiva in cui perfino le vecchie stagioni vengono reinterpretate alla luce delle nuove teorie. I computer devono essere stati una manna per Harvey. Una quantità di numeri in cui perdersi, un paesaggio matematico, che scompone il gioco in migliaia di direzioni, per ridurre la complessità a qualche indicatore fondamentale che, al di là dell’apparenza, ci dia il significato fondamentale, essiccato, semplificato, di quel che vediamo sul campo. E’ anche ciò che lo ha fatto sentire meno solo, dopo la sparizione di quelli l’NBA l’avevano fatta come Zinkoff, Eddie, Podoloff, tutti ragazzi di origine ebrea russa, sfuggiti ai pogrom per diventare i deus ex machina della più grande lega del mondo, fino a David Stern e Adam Silver. Forse, solo Wilt ha rappresentato, per Pollack, l’eccellenza estrema del giocatore. Il momento in cui il numero e il gesto si sono uniti a formare la perfezione. I 100 punti a Hershey, impresa che, rivista nella lente deformata degli anni, invece di scolorire, diventa qualcosa di sempre più fantascientifico, un decathlon cestistico in 48 minuti, un’ultra-maratona, in cui forse Harvey ha percepito qualcosa che non è ancora stato, su un campo di basket, nemmeno con MJ. Immaginare di essere uno di quei quattromila spettatori, su un campo su cui Gotty faceva giocare al più per andare a comprare la cioccolata che regalava a Natale, la famosa Hershey, e vedere questo essere quasi divino fare qualcosa che nemmeno oggi è stato imitato, poi snocciolare i numeri: il 28/32 ai liberi, dato unico nella carriera di Wilt, i 37 canestri, 37, senza tiri da tre. Non potè mettere in statistica i Knicks che gli si attaccavano ai pantaloni, i tentativi di fermarlo, di stargli davanti, di saltare più di lui. Dovette arrendersi forse al fatto che ci fosse una poesia in quel movimento, in quel modo di giocare, che era la vera ragione per cui la gente voleva guardare la partita: vedere qualcosa di impossibile alle persone normali. Wilt non era normale e la sua straordinarietà, allora, poteva essere colta solo in parte. In qualche angolo del suo ufficio, dietro un poster di Cameron Diaz o di qualche altra attrice, ci devono essere i suoi foglietti dove segnò la fantomatica quintupla doppia che attribuì a Wilt, che da allora deve essere rimasto il suo oggetto misterioso, il suo Graal, come Wilt in fondo è stato per chiunque abbia sfiorato. Ma ciò non toglie che tutto il resto si potesse mettere in numeri, creando una macchina statistica senza eguali nello sport. Una curiosità umana e scientifica affascinante, per chiunque si voglia avvicinare al basket da una delle facce di questo prisma infinito, che raccoglie ogni dimensione della vita. Rimane una cosa ancora da pensare di Harvey: il fatto che, in qualche modo, non sia mai stato superato. Pollack era praticamente ancora a bordo campo a più di novant’anni. Come Gottlieb, che morì con ancora in mano i foglietti del calendario della stagione, il cervello di Harvey Pollack non ha mai smesso di lavorare, di inventare, di essere in prima linea nell’escogitare nuovi modi di vedere, classificare, dare una sistemazione alle ragioni per cui le cose succedono nella vita, forse non trovando, in ultimo, soltanto la ragione per cui i suoi amati 76ers continuano a perdere, al di là di qualsiasi teoria sui grandi numeri, e sul ritorno della fortuna in un luogo dopo tanto tempo.

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