Have fear, D-Wade is not here

Have fear, D-Wade is not here

A volte bisogna fare i conti con la realtà. E la realtà è che Dwyane Wade non indosserà più la maglia dei Miami Heat.

Dwyane Wade non giocherà a Miami durante la prossima stagione.

Ad un mese dall’inizio della regular season mi sono ripromesso di affrontare la realtà da persona matura. Basta scappare in bagno a piangere ad ogni fotomontaggio di Wade in maglia Bulls; basta evitare i forum di pallacanestro solo per non doverne parlare; basta coprire i poster in camera.

Però è difficile, è durissima. Certo, c’è chi sta affrontando i ritiri di Kobe, Duncan e KG, ma per loro è diverso, loro erano preparati. Bryant lo dichiarò ad inizio stagione, farewell tour e tanti saluti. Duncan e Garnett, nel loro stile, non han fatto niente del genere, ma l’epilogo era quasi scritto. Obiettivamente, nessuno dei tre apportava più un contributo positivo alla causa, dal punto di vista puramente tecnico. Non credo che si sia mai del tutto pronti al ritiro del proprio idolo sportivo, ma sono piuttosto sicuro che i tifosi dei tre Hall of Famers di cui sopra lo fossero, in un certo senso. Kevin Garnett ormai non era più LUI da circa tre stagioni. Quella 2012\13 è stata l’ultima campagna di The Revolution degna di questo nome. Ad oggi, dopo 38 partite a 3,2 punti di media, era lecito attendersi il ritiro.

Per quanto riguarda Duncan, invece, lo si era capito dai Playoffs. Meno di 6 punti e meno di 5 rimbalzi di media, al 42% dal campo e senza mai incidere veramente. Avrebbe certamente meritato un addio diverso, magari avrebbe potuto lasciare dopo quella grande serie contro i Clippers, ma la voglia di rivincita era troppa, è chiaro.

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Della partenza di Wade, al contrario, non sospettava nessuno. E nessuno vi era preparato. Il tira e molla con la dirigenza non sembrava essere niente di serio. Il tira e molla tra Dwyane e Riley non era certo una novità e si era sempre risolto con un compromesso che aveva permesso il prosieguo di questo (felice) matrimonio. Evidentemente, però, qualcosa si è rotto. Non sappiamo bene cosa e non sappiamo bene quando, ma ci deve essere stato un attrito di un certo livello tra i due consoli della Miami cestistica. E se Riley era (è) spesso e volentieri lontano dai riflettori e dai microfoni, Wade simboleggiava, nell’immaginario collettivo, i Miami Heat. Chiunque abbia meno di vent’anni è destinato a pensare agli Heat in funzione di Wade e a Wade in funzione degli Heat. Ancora adesso sfido chiunque a non pensare alle due entità come strettamente legate tra di loro, a tal punto che una non può esistere senza l’altra. Io sono convinto che con “this is my city, my house”, Wade non stesse mentendo. Perché Chicago può avergli dato i natali e può anche averlo fatto innamorare della pallacanestro, ma solo Miami ha creduto in lui fino a farlo diventare un campione del mondo, oltre che atleta olimpico.

Per i tifosi degli Heat, Dwyane Wade ha rappresentato per 13 anni un motivo (spesso l’unico) valido per restare svegli di notte, nonostante il lavoro o la lezione a cui bisognava presentarsi il mattino seguente; un motivo per sperare in un futuro migliore, in una Finale NBA, in un titolo; la ragione per seguire la free agency, sia mai che firmiamo qualcuno che voglia giocare con lui (chi ha detto estate 2010?).

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Oltre ai ricordi felici, che sono tanti e sui quali scriveremo magari un’altra volta, vengono in mente i rimpianti. I problemi fisici che ne hanno limitato il rendimento, i problemi tecnici (quel rapporto difficile col tiro da tre, il suo tallone d’Achille, ma anche una caratteristica unica, sulla quale ha modellato il suo gioco così particolare, così suo, di cui ci siamo un po’ tutti innamorati), le questioni di squadra, come il curioso fatto che non abbia mai avuto un team nemmeno decente negli anni in cui era uno dei tre giocatori più forti della Lega. Ultima, in ordine di tempo, la mancata Finale di Conference contro l’amico-rivale LeBron.

Insomma, un romanzo senza conclusione, con troppi passaggi “non perfetti”; la classica storia che “non doveva finire così” e che lascia un po’ tutti con l’amaro in bocca.

D’altra parte, però, vanno fatte delle considerazioni di carattere più strettamente societario . E, limitatamente all’ambito salariale e tecnico, non rinnovare il contratto di Wade (a quelle cifre e per quella durata temporale) è stata una buona mossa. Quella squadra non aveva un futuro, così com’era costruita, c’è poco da fare. Meglio puntare su due giocatori non giovani, ma al top della propria carriera come Whiteside e Dragic, rinunciando ai tre “vecchi” Wade, Deng e soprattutto Bosh, con il quale sembra ormai inevitabile lo scontro, vista la situazione – l’ultima dichiarazione di Riley è piuttosto eloquente: “non stiamo lavorando nell’ottica di un suo ritorno”. Inoltre si libera spazio salariale, piuttosto che cercare di tenere insieme i brandelli di un roster con forti spinte centrifughe e un amalgama tutto da costruire.

Ecco, il fatto che la scelta sia stata razionale e nella direzione di un miglioramento delle sorti future della franchigia mi aiuta a superare lo shock così come masticare una gomma mi aiuterebbe a risolvere un’equazione, citando un grande film.

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Per uno sguardo al passato di Wade abbiamo sentito due membri della nostra redazione: Ario Rossi, tifoso Mavs, e Luigi Bocciero, tifoso Heat.

-La prima cosa che vi viene in mente se vi dico “Wade, Finals 2006”.

Ario: Prime Finals che ho seguito da tifoso Mavs è stato un bel battesimo (zio can!). Il primo ricordo è quel canestro della madonna per il 96-95 in gara-3 dopo una rimonta tremenda dal -13 a 6′ dalla fine (non ricordo se fu in quella gara che ne fece 42); lì Dallas perse il titolo.

Luigi: Sicuramente la prima cosa a cui penso è la prestazione dello stesso Wade durante tutto l’arco delle Finals. Non a caso è definita quasi all’unanimità una una delle prestazioni migliori della storia delle Finals. Poi soprattutto, da tifoso Heat, la prima gioia per la franchigia della Florida che è stata un’emozione unica. La parte più bella è stata gara 6, quando Terry sbaglia il tiro da 3 con 3 secondi sul cronometro e Wade raccoglie il rimbalzo lanciando la palla in aria al suono della sirena.

-Sulle polemiche arbitrali di quelle Finals, Wade ha recentemente scritto (sul suo account Instragram): “se ho avuto dei fischi a favore su giocate dubbie? YES, ma stavo attaccando il ferro in ogni singola azione!”; cosa ne pensate?

A: Sui fischi non so dirti perché non mi interessano. Certo che posso condividere le sue parole perché dopo le prime due gare ha capito che Dallas non poteva limitare la sua aggressività.

L: Quando si attacca il ferro con aggressività è quasi normale che vengano fischiati falli dubbi. Se Dallas fosse riuscita a contenere meglio Wade forse non ci sarebbero stati, ma non si può recriminare nulla ai Mavericks perchè era difficile fermare quel Wade.

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-Cinque anni dopo, Finals 2011: meglio il Wade delle prime finali o quello più maturo, alla prima esperienza con i Big Three?

A: Nel 2011 avevo il prosciutto negli occhi per quello che faceva Nowitzki e non riesco ad essere obiettivo. Quello che mi sembrava era che Wade non aveva ancora capito di essere il terzo dei Big Three, ma quello che doveva esserci nei momenti decisivi: sono due Wade diversi e difficili da mettere in paragone (anche guardando chi aveva accanto in una e nell’altra squadra) ma se devo scegliere prendo sempre il Wade 2006.

L: Sono due circostanze molto diverse. Nel 2006 Wade era più giovane e fisicamente stava meglio, in più aveva la squadra quasi esclusivamente nelle sue mani. Nel 2011 invece le cose erano differenti, il fisico già lo stava iniziando ad abbandonare e, cosa più importante, c’era James che gli contendeva le chiavi della squadra. Ovviamente dico che quello del 2006 era più forte, ma quello del 2011 già aveva quell’esperienza che poi è servita tantissimo nei due titoli che sono venuti successivamente.

-Ultima domanda. Dallas ha blindato Nowitzki che finirà la carriera ai Mavericks, Miami ha lasciato partire Wade: come valutate queste scelte, sia dal punto di vista emozionale che tecnico?

A: Io sono uno più emozionale e devo dire che ci sono rimasto male quando Wade ha lasciato Miami, convinto che questa guerra con la dirigenza fosse una cosa solo per limare qualche milioncino, invece probabilmente c’era altro. Per me però ha sbagliato pure lui perché Chicago non è una squadra da titolo né lo sarà in breve tempo, quindi poco cambia dalla situazione Heat. Da tifoso Mavs, invece, non avevo alcun dubbio che Dirk rimanesse, anche perché più volte lo aveva rimarcato.

L: Da tifoso Heat non posso che dire che fa malissimo. Mi sarebbe piaciuto tanto che Wade si ritirasse da giocatore di Miami, ma purtroppo così non sarà. Dal punto di vista tecnico, invece, posso dire che forse è stato un bene. La situazione salariale della squadra già non aiutava granché la franchigia, e non avere sul groppone un contratto come quello che chiedeva Wade, non può che far bene per ricostruire.

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