Heat wave: la calda estate di Miami

Heat wave: la calda estate di Miami

Molti contratti in scadenza da rifirmare: calda estate in arrivo per Miami.

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Come ha scritto Barry Jackson del Miami Herald, Chris Bosh e i medici della franchigia sono contrari all’uso di fluidificanti del sangue perché con lo sforzo fisico potrebbe portare a seri rischi.

Non è l’unico problema, però, per gli Heat che quest’estate dovranno mettere mano al portafogli: prima di tutto, si cercherà di risparmiare qualcosina con Whiteside, facendogli firmare sotto al massimo salariale. Se il centro rifiuterà questa proposta, gli Heat potrebbero virare su Al Horford. In seconda analisi, c’è il rinnovo di Wade.

Il capitano, definito pochi giorni fa da Riley “un Heat a vita”, dovrebbe rinnovare per un anno a 15-20 milioni, così la franchigia avrà più possibilità di manovra nel 2017.

Inoltre, Miami vorrebbe rifirmare Joe Johnson ma ha a disposizione solo una room exception da 2,9 milioni, quindi si punta anche sul desiderio della guardia di restare a South Beach, non guardando allo stipendio.

Infine, Stoudemire, Green e Wright sono destinati a non tornare a Miami, almeno che i primi due non decidano di firmare al minimo salariale.

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IL FOCUS (A cura di Alberto Guerrini)

Pat Riley si è sempre dimostrato una delle certezze nella vita nell’assicurare a Miami una squadra competitiva, anche nelle complessità del post-Lebron. Nonostante un curriculum da capo supremo (general manager e president of basketball operations) tra i più altisonanti di tutta la NBA, il Gordon Gekko della pallacanestro americana affronterà un’off-season quasi inedita per criticità, piena zeppa di scelte con cui dovrà mantenere Miami una potenziale anti-Lebron. In teoria Riley è uno poco avvezzo alla comun pratica del “fare errori”, ma con così tanta carne al fuoco, mai dire mai.

  1. LA SALUTE DI CHRIS BOSH

Sono oltre 23 i milioni di dollari che Miami ha impegnati nell’ex giocatore dei Toronto Raptors, una fetta pesante di cap, e ad oggi le notizie circa le condizioni di Chris Bosh continuano ad essere avvolte in un alone di mistero. Bosh vuole giocare anche a costo di rischiare qualcosa di più che la carriera, pare ci sia un team di medici a cui lo stesso giocatore si è rivolto che avrebbero dato il benestare per il ritorno all’attività agonistica. Miami non è d’accordo, è già la seconda volta che si ripresentano coaguli e giocare a queste condizioni potrebbe rappresentare un rischio, non solo dal punto di vista della salute, ma anche in termini di costi indiretti circa potenziali cause, reputazione, credibilità di una franchigia storicamente solida. Al momento una serie di dichiarazioni circostanziali ha rimandato il problema, ma a breve ne sapremo di più. Quello che è certo è che senza Chris Bosh Miami perde un’arma sul campo e fuori per attrarre eventuali free agents di qualità. Una soluzione meno elegante vorrebbe Miami fare lobbying per far considerare a Chris Bosh un ritiro anticipato, ma in questo caso gli Heat sarebbero costretti a mantenere sui libri contabili l’ingaggio di CB1 per un anno dalla data dell’ultima partita disputata (Bosh percepirebbe in ogni caso interamente i tre anni di contratto rimasti, ma l’assicurazione in questo caso alleggerirebbe il carico economico sulle tasche del proprietario Micky Arison). Motivo per cui un eventuale tentativo di rientro l’anno prossimo senza le dovute garanzie è disincentivato dallo staff degli Heat. Roba da Beautiful, la sensazione è che la telenovela sia appena cominciata.

  1. THE DARK SIDE OF WHITESIDE

Barry Jackson, colonnista per il Miami Herald, ha ieri provato a chiarire un altro snodo fondamentale dell’estate dei Miami Heat: il rinnovo di Hassan Whiteside. Secondo alcune fonti, Miami vorrebbe trattenere Whiteside per una cifra appena inferiore al massimo salariale (che equivale al 25% del salary cap previsto per il 2016, durata quadriennale, con incrementi annuali del 7,5%) puntando sul sistema fiscale favorevole che vige in Florida. Ricordiamo che le altre franchigie in lizza per Whiteside (si rumoreggia di Lakers, Rockets) possono offrire lo stesso salario di partenza con incrementi pari al 4,5%. Il prodotto di Marshall University ha appena chiuso una stagione favolosa da 14.2 ppg, 11.8 rpg e 3.7 bpg chiudendo all’ottava posto per efficiency rating, ma ci sono dubbi circa la tenuta mentale e l’eventuale rilassamento da contrattone di un ragazzo che già in passato ha dimostrato una personalità turbulenta. Riley ha più volte ribadito la volontà di confermare Whiteside come priorità estiva (dopo un poco probabile assalto a KD), ma resta da capire a quale prezzo.

 

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  1. UN DWYANE E’ PER SEMPRE?

Dwyane Wade è reduce da una stagione degna di una seconda (o terza) giovinezza. Dopo il triumvirato con James e Bosh che lo aveva visto accettare un ruolo più marginale nell’economia dei Miami Heat (fruttato due anelli) e qualche acciacco possiamo dire che Flash is back. E proprio per questo motivo l’ex Marquette non sembra molto intenzionato a fare sconti a Riley. E’ difficile figurarsi una Miami senza capitan Wade al timone della barca, motivo per cui c’è ragione di credere che le due parti si accorderanno per un’altra cavalcata assieme. Il problema? La durata del contratto. Gli Heat caldeggiano per una firma annuale a circa 17 milioni di dollari in modo da mantenere flessibilità per le stagioni future, Wade sembra propendere per la firma di un ultimo, sostanzioso contratto su base pluriennale. Ci rifiutiamo di credere che Wade termini la carriera lontano dalla Florida, ma l’entità del contratto potrebbe essere una discriminante importante nei piani di Pat Riley.

  1. THE DRAGON HAS YET TO COME

Inutile nascondersi dietro un dito, le prestazioni di Goran Dragic nella sua esperienza Heat sono state inferiori alle aspettative. Nella serie contro Toronto lo sloveno ha sofferto inverosimilmente Kyle Lowry e non ha garantito quel cambio di passo che sarebbe lecito aspettarsi nella metà campo offensiva, dove è riuscito a trascinare Miami per brevi, circoscritti spezzoni di partita. E’ chiaro che Dragic non abbia ancora interiorizzato i concetti di una pallacanestro più lenta, più sincopata e meno PG-centrica rispetto ai giorni di tuono in Arizona, ma quel contratto (altri quattro anni a poco più di 17 milioni di dollari di media) e la situazione salariale complessa dovrebbero dissuadere Riley dal cercare alternative. Lo scenario più suggestivo (ma alquanto improbabile) vede un Riley disposto a cedere Dragic per un scelte/giovanotti consegnando le chiavi della squadra al giovane Josh Richardson, autore di un’ottima stagione. Solo un anno e mezzo fa Miami ha sborsato ben due prime scelte per arrivare a Dragic e uno scambio oggi al ribasso andrebbe contro i principi di competitività che Riley si autoimpone da ormai un decennio. Gli Heat aspettano il Dragone, quello vero.

 

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  1. SUPPORTING CAST

Nel caso in cui Riley riesca a riportare a casa base Wade, Whiteside e, ipotesi remota, avere arruolabile Chris Bosh, occorrerebbe avvicinare a questo nucleo dal potenziale ancora inesplorato un supporting cast degno di una franchigia che punta ai massimi. La storia recente insegna e sta insegnando (Golden State Warriors e Cleveland Cavaliers su tutti) che è necessario disporre di elementi di affidamento anche nella second unit. Le conferme di Wade e Whiteside avvicinerebbero pericolosamente Miami alla soglia del salary cap (92 milioni di dollari per la prossima stagione, Miami ha già quasi 50 milioni a cap impegnati, i contratti di Wade e Whiteside realisticamente saranno nella soglia 40/45 milioni per entrambi, quindi spazio di manovra minimo per Riley e colleghi) con una panchina da costruire: Winslow, Richardson, McRoberts e Weber (non garantito) non bastano. Luol Deng ha disputato una buona post-season da quattro tattico e i rumours lo vorrebbero alla ricerca di un pluriennale da circa 12 milioni di dollari annui, difficile che Miami decida di fare un investimento del genere in caso il nucleo portante venga riconfermato in toto, la luxury preme. Joe Johnson avrà sicuramente numerose richieste, motivo per cui Miami partirebbe in netto svantaggio circa un’eventuale conferma. Sempre più lontani da South Beach, a meno di notevoli sacrifici economici, Gerald Green, Amar’e Stoudemire e Dorell Wright. Da valutare la posizione di Udonis Haslem, pretoriano di coach Spoelstra e personaggio inflluente nelle gerarchie Heat.

SO WHAT?

Miles Davis dipingeva un mondo meraviglioso con la sua tromba nella immortale hit “So What”, e lo stesso proverà a fare Pat Riley nei prossimi mesi. Miami non è lontanissima dai vertici della Eastern Conference, chiaro, il problema Bosh è ingombrante quanto un elefante in salotto, ma se Riley riuscirà a incastrare i pezzi del puzzle confermando un nucleo solido e pescando a destra e a manca qualche giocatore navigato votato alla causa allora è lecito aspettarsi Miami di nuovo a lottare per le finali di Conference.

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