Houston, il problema è l’apporto della panchina

Houston, il problema è l’apporto della panchina

Insufficiente il rendimento della second unit dei texani.

di Andrea Indovino

Dopo aver conquistato il miglior record (65 vittorie e 17 sconfitte) nella scorsa regular season e sfiorato d’un soffio le Nba Finals, gli Houston Rockets si sono presentati al nastro di partenza della corrente stagione come la più valida alternativa ai Golden State Warriors per la conquista del Larry O’Brien Trophy. Paul, Harden, Anthony e Capela, fuoriclasse al servizio di coach Mike D’Antoni, tutti aventi un unico obiettivo: la conquista dell’anello, che in Texas manca da tanto, troppo tempo.

Ed invece, questo primo mese di gare ufficiali ha detto tutt’altro. Houston nelle prime 18 gare ha totalizzato 9 vittorie ed altrettante sconfitte, alcune evitabilissime, patite contro avversari nettamente alla portata dei Razzi. Dopo una partenza a rallentatore (1-5 nelle prime 6 uscite), ed il successivo ‘ciao grazie’ inferto a Melo, poi messo alla porta, Houston sembrava aver trovato rimedio al fastidioso singhiozzo, sembrava aver ritrovato la trebisonda con 8 vittorie nelle successive 10, ma le sconfitte di Detroit e Cleveland hanno fatto rumore, riaperto una grossa crepa e fatto venire a galla un grosso interrogativo. L’improduttività della panchina, che è la vera zavorra di questi Rockets: anche nelle vittorie, l’apporto della second unit è stato quasi sempre insufficiente. Ci sono molte ragioni, specie l’apporto di Eric Gordon che sta tirando con il 33.6% dal campo ed appena il 26.2% da oltre l’arco dei tre punti. Percentuali inaccettabili per un ragazzo che è stato finalista nella speciale classifica del ‘sesto uomo dell’anno’ per due anni consecutivi, inclusa la vittoria ottenuta due anni fa. 26.7 punti, questo è l’apporto medio della panchina di Houston, ultima per distacco rispetto agli altri ’29 contorni’.

Come risolvere questo problema? Una cosa che i Rockets possono fare è continuare a fidarsi dei ragazzi che attualmente hanno a roster. Le qualità di Gordon sono sotto gli occhi di tutti, e se messo in condizione di fare bene, ritornerà ad essere quell’arma letale che lo scorso anno ha fatto male a parecchie difese. Gerald Green è un’altro giocatore che deve intensificare i ritmi, altrimenti continuerà a perdere minuti (ne sta giocando poco più di 16′ di media). I suoi numeri sono in netto calo: dai 12.1 punti di media mandati a referto lo scorso anno, si è passati ai 6.8 di quest’anno. Poco più della metà, un calo di rendimento inammissibile. E Brandon Knight? Potrà essere un’arma quando si sarà ristabilito, se lo sarà mai. L’ex Suns infatti non mette piede sul parquet da un anno e mezzo abbondante, ed il suo stato di salute quando sarà arruolabile è tutto da vedere. Ci vorrà del tempo, in ogni caso, per liberare il suo fisico dalla ruggine dell’inattività.

Al netto di tutto ciò, non è da trascurare l’ipotesi mercato, con il general manager Daryl Morey da sempre attivo intorno alla scadenza della trade deadline. E’ possibile che con questo problema legato alla scarsa produttività della panchina, il gm possa anticipare i tempi ed imbastire qualche trade che possa rendere i Rockets più ‘lunghi’ e funzionali prima di febbraio. I nomi accostati ai texani sono quelli noti: Kent Bazemore, Kyle Korver ed il ‘cavallo di ritorno’ Trevor Ariza. Altri tipi di giocatori che stanno seguendo i Rockets sono un centro di riserva, cioè un backup di Clint Capela, che da solo non può reggere l’urto degli attacchi avversari e difendere il ferro per 48′ come sta facendo da metà ottobre a questa parte. Perchè Isaiah Hartenstein è acerbo, troppo grezzo ed inesperto per il palcoscenico dell’Nba, e Nenè non è più un ragazzino, e le tante primavere iniziano a farsi sentire sul suo fisico.

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