I cento di Wilt e gli anni ’60

I cento di Wilt e gli anni ’60

I cento punti di Wilt Chamberlain, 57 anni fa, e un tempo pieno di sogni.

di Massimo Tosatto

“Tutto nella vita dipende da come quella vita accetta i propri limiti.”

James Baldwin

Non è una domanda oziosa chiedersi perché nessuno sia riuscito non solo a eguagliare, ma nemmeno ad avvicinarsi al record di Wilt Chamberlain.
Si adducono molte ragioni di solito: l’NBA di allora, con giocatori fisicamente troppo inferiori a Wilt, la partita particolare (a Hershey, non a Philadelphia, in un cittadina in cui, storicamente, Eddie Gottlieb, il patron dei Warriors, si recava a comprare la cioccolata), con i Knicks eliminati dai playoffs e con il solo Darrall Imhoff come vero lungo, perfino i canestri, che la leggenda vuole attaccati ai tabelloni con viti allentate, che aiutarono soprattutto la percentuale ai liberi di Wilt.
Questo, tuttavia, non basta.
Nella storia della NBA un giocatore ha segnato 100 punti in una partita, Wilt. Un altro si è elevato oltre gli 80: Kobe, a 81 contro i Raptors il 22 gennaio 2006.
Wilt compare 11 volte nei primi 20 posti in classifica per punti in una partita. Chiunque volesse arrampicarsi fin lassù dovrebbe comunque abbattere i record di Wilt come fossero birilli. Il che sta a dimostrare che per Wilt lo straordinario era normale, e che c’era in lui un bisogno di correre in avanti, di superare gli altri, che lo mangiava da dentro, spingendolo sempre a segnare nuovi record.
Quindi, la prima ragione per cui non c’è stata un’altra prestazione simile, è che non c’è stato un altro Wilt, vale a dire un giocatore totalmente superiore e conscio di esserlo, dato che la coscienza di essere superiore è altrettanto importante dell’esserlo, anzi, si salda con la prestazione sportiva e dà forma alla presenza del giocatore in campo.
Che Wilt abbia vinto così poco, ammonisce che il basket è uno sport di squadra, non individuale, e che alla fine vince il gruppo migliore, non il singolo. E chi se ne frega, in fondo, della squadra, se gli exploits di Wilt sono talmente grandi da rifulgere ancora oggi e dare a quegli anni ’60 un posto sempiterno nel libro dei records attivi del basket.
Per fare 100 punti occorre un giocatore più che straordinario. Ma anche per farne 80, o 70, o 60. Ognuna di queste è un’impresa, tanto che il record di punti in una partita di playoffs appartiene a Michael Jordan, con 63, al Garden. Un primo turno con due overtime.
La seconda prestazione in questo campo è però la più incredibile: Elgin Baylor, 62 punti in gara 5 del 1962, sempre al  Garden, in una vittoria dei Lakers in trasferta di una serie combattutissima.
Il 1962 è un anno delle meraviglie. Baylor con i suoi punti in finale, Robertson fa un anno in tripla doppia, Wilt segna 50 punti di media giocando 48,5 minuti di media. I giocatori afroamericani giocano in NBA dal 1949, ma in quest’anno si materializza qualcosa di unico. Inizia la lotta per i diritti civili, e lo sport diventa un modo in cui i giovani afroamericani affermano se stessi e la propria individualità.
Nel baseball Willie Mays colpisce 49 home runs, nel football Jim Brown accumula record su record di corsa, spostando più avanti i limiti concepibili, nel pugilato Muhammad Ali è in ascesa sulla strada per diventare campione del mondo dei massimi.
Insomma, il record di Chamberlain si incastona in un decennio in cui gli atleti afroamericani riscrivono la storia dello sport, affermando attraverso i propri record la propria stessa esistenza come atleti e come gruppo sociale. Non necessariamente ne erano consapevoli, spesso queste riletture a posteriori forzano i confini tra il personale e l’universale. Wilt era uno sfrenato individualista, credeva enormemente in se stesso, inserire le sue imprese in un contesto politico forzerebbe la mano dell’impresa sportiva per farla assurgere a qualcosa che non è.
Tuttavia non si può nemmeno sottovalutare la portata di questa impresa, di QUESTE imprese se considerate globalmente. In sé, erano straordinarie perché straordinari erano i tempi. L’uomo pensava alla luna, i neri americani cercavano una faticosa integrazione e, se non gli fosse stata concessa, erano disposti a lottare per ottenerla.
Forse per questo non deve stupire se il titolo di MVP della NBA andò a Bill Russel, di tutti il giocatore più integrato e vincente. Bill rappresentava l’antitesi rassicurante di Wilt, l’uomo che lavorava di nascosto per far vincere la squadra, e la squadra di una città bianca e irlandese come Boston.
Allo sfrenato vitalismo di Wilt, Bill contrapponeva una quiete personale, una calma, che lo rendevano più accettabile. In fondo, Wilt rappresentava un’eccezione in tutti i sensi, anche tra gli afroamericani. Bill combatteva la sua battaglia da dentro, non necessariamente più semplice, meno spettacolare, certo, ma terribilmente concreta.
Il record di Wilt appartiene al suo tempo, dunque. A un tempo in cui convergevano i destini universali e personali e un gruppo di atleti gridava l’esistenza del loro gruppo etnico insieme con un’incredibile fioritura di artisti in ogni campo: da James Baldwin a John Coltrane, da Sidney Poitier a Nina Simone.
Per eguagliare un record simile occorre un tempo simile, non solo un giocatore simile. Grandi ideali, grandi speranze, un lungo cammino da fare. E una persona che possa caricare sulle proprie spalle il peso di un tempo e di una storia, inconsapevole del mondo ma pienamente cosciente di sé.
E quello non poteva che essere Wilt Chamberlain.

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