I record della Regular Season: 82 partite di grandezza per non vincere nulla

I record della Regular Season: 82 partite di grandezza per non vincere nulla

Le 73 partite vinte dai Warriors hanno segnato un nuovo record di RS. Non significa nulla, ma i record spesso durano più a lungo dei titoli che non necessariamente si vincono, nel bene e nel male.

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I Golden State Warriors hanno stabilito il record per maggior numero di vittorie in una stagione, con 73, mercoledì sera contro i Memphis Grizzlies. I Warriors hanno tirato da tre con la gioia dei bambini che giocano con le fionde, e il più bambino di tutti, Steph, ne ha messe 10, arrivando al record, anche quello, di 402 triple o, se preferite, 1206 punti segnati solo con le “bombe”. L’importanza di questi record è stata molto discussa, in particolare per come è concepita la stagione NBA.

L’NBA gioca una stagione da 82 partite. Spesso le squadre hanno dei back-to-back molto pesanti e dispendiosi, in cui, per esempio, dopo aver giocato a Detroit, la sera dopo scendono in campo a Miami dopo essere arrivati in hotel alle 4 del mattino. Ciò rende molte partite poco combattute, con difese in campo solo a tratti e un generale sfilacciarsi del gioco.Tuttavia, se “est modus in rebus”, c’è una misura in tutte le cose, come dicevano i latini, c’è anche, in questa regular season infinita, lunghissima, sfibrante, un suo significato e un grande fascino. Si potrebbe chiamare un esercizio di fachirismo per milionari, come dimostrano molte partite di Kobe Bryant di quest’anno, in cui lo sfruttamento del corpo ha sfiorato l’autolesionismo, ma ha dimostrato cosa sia, allo stesso tempo, l’approccio professionale di un giocatore che ogni santa sera si mette a disposizione dello spettacolo.

E c’è un significato quindi anche nella quantità massiva di dati che si possono spulciare dai registri della  lega.

La voce record è dominata da Wilt Chamberlain. I 100 punti, di cui ricorrono i 54 anni, sono un record ancora imbattuto, un’asta irraggiungibile, che solo Kobe è riuscito ad avvicinare. Persi nel mito, invisibili, perché quella sera nessuno riprendeva la partita, i 100 di Wilt sono una leggenda che ogni tanto fa pensare che non li abbia in realtà fatti. Se li sono inventati, dai, non ci può essere stato uno che abbia fatto “100” punti in una partita. Non ci fosse stato Harvey Pollack, lo statistico per eccellenza della NBA, se Imhoff non ci avesse giocato una serata umiliante, pari forse solo alla posterizzazione di Craig Ehlo nel famoso canestro  di Jordan contro i Cavs, forse saremmo autorizzati a dubitare. Per un singolare paradosso storico, Imhoff venne scambiato in pacchetto con Wilt quando, nel ’67, dopo il titolo, The Stilt venne mandato ai Lakers dai 76ers.

Un altro record di RS ormai diventato un feticcio è quello di 33 vittorie consecutive dei Lakers nel 1973. Un record particolare, fatto da una squadra alla fine di un’epoca. West, Chamberlain, Goodrich, Baylor, erano dei giganti degli anni ’60 che sconfinavano nel decennio successivo, alla ricerca di una vittoria che li aveva elusi crudelmente fino a quel momento. Baylor non finì la stagione, sarebbe stato il suo unico titolo, e ancora oggi è forse il più forte a non aver mai vinto (sostenitori di Barkley et al, fatevi avanti). In panchina Bill Sharman, una delle guardie dei grandi Celtics, e come cambio Pat Riley, che assorbì gran parte di quello spirito vincente e lo applicò in panchina  un decennio dopo e più. Anche se il record di vittorie consecutive regge, quei Lakers non hanno il record migliore della storia. Quell’anno vinsero “solo” 69 partite, finendo poi per conquistare il titolo. Ma il maggior numero di vittorie consecutive è una misura strana. Nella NFL i Patriots del 2007 ottennero 18 vittorie consecutive prima di perdere il superbowl, e gli Oakland A’s di baseball che ottennero 20 vittorie consecutive nel 2002 si arenarono nei primi turni dei playoff.

 

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Altro discorso per il record globale, che non è influenzato da una serie di partite facili o in casa, come quello delle vittorie consecutive, ma esprime il livello di supremazia di una squadra nell’anno. I Bulls vinsero 72 partite nel ’95-’96, giocando con un’intensità pazzesca, di cui MJ era solo la punta di diamante. Difendevano in un modo folle e avevano un gioco d’attacco non esattamente fluido come quello dei Warriors, basato sulla triple post di Tex Winter, un catalogo di movimenti con e senza palla che riusciva  a far giocare praticamente senza un play. Vinsero quelle 72 partite tirandole fuori letteralmente dalla spaventosa forza mentale che avevano, arando il campo e stritolando gli avversari. Un gioco completamente diverso da quello dei Warriors, basato sulla leggerezza e l’armonia, la velocità e la copertura degli spazi. Un confronto tra le due squadre è inutile, come sono inutili i confronti tra cose di età diverse. I concetti  del basket evolvono a ritmo frenetico spinti dal talento, dalla società, dalla cultura. Così i Warriors e i Bulls sono alieni che provengono da mondi diversi ed è solo un testamento all’intelligenza cestistica di Jerry West nel board e di Steve Kerr in panchina, il fatto che questi due artefici, a diverso titolo, delle stagioni mitiche di Bulls e Lakers, siano nell’organizzazione dei Warriors di oggi. A dire che non è un caso avere uno spirito vincente.

Ma non è nemmeno un caso avere uno spirito perdente. Lo sanno bene i 76ers, che stanno portando a nuove altezze il concetto di “squadra perdente”. Abbonati al tanking come dei tossicodipendenti, i Sixers stanno accumulando stagioni con la sola idea di non vincere e di prendere al draft il miglior giocatore possibile. Le 10 vittorie di quest’anno arrivano dopo le 19 e 18 delle due precedenti. Hinkie è stato finalmente giubilato anche se gli asset che ha messo da parte verranno utili negli anni prossimi. Utilità però che deve essere paragonata al costo necessario, roba da far impallidire il concetto di “vittoria di Pirro”, perché sarà pur vero che uscire al primo turno dei Playoffs non è interessante, ma non lo è nemmeno andare ogni sera a vedere una sconfitta.

D’altronde, con 26 sconfitte di fila, i Sixers hanno anche il record per la maggior striscia negativa, in coabitazione con i Cavs del 2010-11, l’anno dopo la partenza di LeBron. L’incubo di non riuscire a vincere deve essere qualcosa di inimmaginabile. Partita dopo partita, sconfitta dopo sconfitta, non trovare la formula della vittoria diventa una battaglia filosofica con la parte più profonda di sé stessi e solo una RS infinita come questa può permetterlo.

Su singola partita, il punteggio più basso fu il 19-18 dei Fort Wayne Zoellner Pistons contro i Lakers, il 22 novembre 1950 a Minneapolis. I Lakers schieravano George Mikan, il primo lungo in termini moderni: 6 piedi e 10 di altezza, con buoni movimenti in post basso sviluppati con Ron Meyer a De Paul. Mikan aveva fatto vincere il titolo ai Lakers l’anno precedente e per  tutta la sua tenuta a Minneapolis i titoli allineati furono 5, sicuramente la prima dinastia della NBA. Ma I Pistons di coach Mendenhall decisero di togliere ogni possibilità ai Lakers di segnare… evitando di tirare. Larry Foust, il pivot, rimase in mezzo al campo con la palla in mano fino a quando Mikan non uscì a marcarlo. A quel punto passò la palla, che rimase nelle mani dei Pistons per interi minuti. Inutile dire che questa fu la goccia che fece traboccare il vaso. Il gioco ostruzionistico rendeva la lega poco attraente e i proprietari pensarono a un rimedio. Paradossale che il meno cestista di tutti, un proprietario di una catena di lavanderie di Syracuse, NY, se ne uscisse con un’idea che Gottlieb, da sempre guida tecnica della NBA dei primordi, subito oppose: “perché non mettiamo un limite di tempo al tiro?”. Biasione calcolò che con 24 secondi le squadre avrebbero avuto 60 tiri a testa. La regola venne accettata e solo per una coincidenza proprio i suoi Nationals vinsero il primo titolo con un limite di tempo, roba che in Italia avrebbe scatenato un vespaio… Ancora più paradossale che si aspettarono anni prima di arrivarci, dato che l’entrata in vigore dei 24 secondi data al 1954.

Il paradosso è che, se i Pistons sono nella gara con meno punti della storia NBA, sono anche quella con più punti: Detroit Pistons – Denver Nuggets del 13 dicembre 1983, finita 186 a 184 dopo 3 overtime. Inutile dire che in campo c’era la creme della creme del gioco offensivo di allora. I Nuggets schieravano sotto canestro quello che è forse il trio con più punti nelle mani della storia: Dan Issel centro, Kiki Vandewege ala forte e Alex English ala piccola. Dall’altra parte Isaia Thomas play, Kelly Tripucka tra guardia e ala piccola e John Long tra il 3e il 4, che fece la sua miglior partita di carriera. Si trotterellò al passo di 112 possessi (!) per squadra. Per i detrattori del gioco offensivo, e sostenitori della durezza in campo, quella partita rimane come un pugno nell’occhio della storia del basket. Per gli amanti di un certo modo di giocare anni ’80, è il vertice di uno stile, di un sistema, di una finezza di gioco forse insuperata. Non ci parlate di difesa, godetevi i movimenti di Alex English, i ganci di Issel, e illudetevi che un difensore di oggi possa fermarli meglio di allora. Paradossale che a giocarla siano stati i Pistons, destinati a diventare gli alfieri della difesa di fine anni ’80 e portarsi a casa due titoli come “bad boys”.

Wilt Chamberlain detiene anche il record per più rimbalzi in una partita: 55 (!), contro i Celtics nel ’60, quindi contro Bill Russell, mica bruscolini. E con questo, anche il record, imbattuto e imbattibile, di più alta media punti in una stagione: 50,4 nel 61-62 in 80 partite. La dominazione di Chamberlain nei primi anni ’60, fino al ’65 in termini di punti, è stata pazzesca. In quel ’62 giocò 48,5 minuti a partita, una cosa impensabile oggi. Tutti i minuti più i supplementari!

Nel numero di punti in un anno, Wilt segue sé stesso a quasi 500 punti di distanza, da 4029 a 3586, e buon terzo MJ, l’unico altro a fare più di 3000 punti in una stagione nell’86-87. Interessante notare che queste performance non portarono a vincere titoli, come a testimoniare che, anche se tirato per il collo nel mondo dei numeri, il basket rimane un gioco intrinsecamente democratico in cui la somma degli addenti eccede o rimane sotto l’intero della squadra. Se “uno non è la metà di due/ ma è due che è fatto di metà”, come scriveva il poeta E.E Cummings, nel basket 1 non è un quinto del quintetto, ma i cinque in campo che generano un uno potenzialmente infinito. Quindi non basta avere il miglior cannoniere della lega per vincere…

Curry nel tiro da tre domina in un modo simile a Chamberlain nel suo tempo. Il record di quest’anno, 402, precede i suoi 286 dell’anno passato. il terzo in classifica è Klay Thompson con 276, anche lui 2016, a fare un totale di 678 tiri da tre punti in due(!). Steph Curry stabilisce una nuova normalità, che sarà visibile tra qualche anno, quando i suoi discepoli, oggi bambini, metteranno la naturalezza al tiro imparata da lui in campo, come negli anni ’70 si imparava la schiacciata dal Doc, negli ’80 il passaggio da Magic e nei ’90 il tiro allo scadere da MJ.

 

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Non sono record da poco o da sottovalutare, questi. 73 partite vinte dai Warriors in una stagione significano, nella linea delle vittorie, che i rossi delle sconfitte sono episodi, pura casualità. Aver vinto questo totale, con il gioco messo in campo, significa aver raggiunto un limite a sé stante, una dimensione che è solo loro. I giocatori lo hanno sentito e hanno deciso di non riposare. Non che il totale di vittorie sia meglio del titolo, questo no, ma è un richiamo ineludibile, come se fosse un’occasione da non mancare. È che quando arriva una possibilità come questa, lo senti e il resto si cancella. Come i 100 punti di Wilt, non puoi fermarti, non puoi uscire a un minuto dal termine, devi giocarti tutto. Sono poche le occasioni per essere un semidio, per iscrivere il tuo nome in cima all’Everest sportivo, e quando ci sono non devi mollare fino a quando l’ultimo numero possibile è stato scritto.

Il fascino della stagione regolare risiede proprio in questo accumulo, questa indigestione, fino a costruire una montagna di gioco da scalare che all’inizio dell’anno, ai giocatori, deve sembrare immensa. Se non si prende una partita alla volta, senza guardare troppo avanti, l’effetto deve essere di vertigine e quando si comincia a rotolare per la discesa, come i Sixers, o a salire senza fatica, come i Warriors, l’inerzia diventa sempre più forte fino a vincere, o perdere, in modo ipnotico, autistico, senza averne quasi consapevolezza. E in questo flusso di gioco, pieno di alti e bassi, con illuminazioni improvvise, abissi di non gioco e capolavori, si trova sempre qualcosa da guardare…

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