Il Barba-Basket

Il Barba-Basket

James Harden sta giocando una stagione pazzesca in un sistema costruito su di lui e il suo multiforme talento.

di Massimo Tosatto

“Spesso è più sicuro essere in catene che liberi”
Franz Kafka

James Harden è il miglior giocatore di 1vs1 del mondo?

La domanda è lecita a leggere le ultime prestazioni del Barba: una striscia di 24 partite sopra i trenta punti e più di 300 punti segnati consecutivamente, senza ricevere un assist. Quando lasciò OKC sapevamo che fosse forte, ma così, sinceramente, no.

Molta parte del merito ricade nelle capaci mani di Mike D’Antoni. Appena assunto a Houston, Mike disse la cosa più semplice: da oggi la palla la porta lui, inteso come Harden. JH faceva già tutto in squadra, ma qualsiasi allenatore sentiva il bisogno di affiancargli un play per impostare il gioco, ripulire, tenere in ordine, quelle mansioni casalinghe a cui il nostro è a dir poco refrattario.

Non che fosse necessario, tranne che all’ego dell’allenatore, il quale per convincere sé stesso di servire, deve pure disegnare schemi, cercare di imballare la squadra in un’idea di gioco che dimostri la sua utilità.

Mike non è così. Da allenatore, si è assunto il ruolo di mettere il giocatore al centro del progetto. Le sue squadre nascono dall’osservazione empirica delle capacità del suo personale, per trovare il modo di assecondare gli istinti dei più forti. È un basket evoluzionistico, spietato, ma dall’indubbio successo, nonostante le cavalcate dei playoffs non si siano mai concluse con la vittoria finale.

D’altronde, i visionari vincono raramente. Il successo arride ai pragmatici, che combinano la visione estrema con le necessità pratiche del gioco, come Steve Kerr. Riescono a rinunciare a qualcosa, a scendere a patti col sistema per vincere, mentre i veri rivoluzionari sono schiacciati dal sistema, per l’oltraggio di voler cambiare lo status quo, e costringere tutti ad adeguarsi a un nuovo modello.

Il che suona strano per un giocatore che, in Italia, il “sistema” l’ha incarnato, giovandosi delle sue regole rigide per vincere un campionato dopo l’altro. Ma dopo, Mike ha usato la sua credibilità per scardinare il gioco e sviluppare un concetto di basket privo di sovrastrutture, asciugato all’osso, incredibilmente semplice e sofisticato allo stesso modo, a cui le difese faticano ad adeguarsi.

E questa è stata la fortuna di Harden, come fu di Nash e di Lin prima di lui. Con un’aggiunta, nel caso del Barba, vale a dire che Harden non è un play, ma un creatore di gioco, non uno che nasce con l’idea di passare, ma solo provare a segnare e poi, se non riesce, a condividere la sfera con gli altri.

Invece di aggiogarlo, Mike ha scelto di lasciare briglia sciolta. Tutti gli allenatori hanno provato a “normalizzare” Harden, fallendo, perché la normalizzazione annacqua il talento, fa scendere a compromessi con un basket antico, costringendo James nei panni di una guardia tiratrice, cosa che nemmeno a torturarlo può essere.

NBA.com
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Solo nel bizzarro universo dantoniano, un atipico quale Harden poteva trovare il suo posto. Un basket affascinante come la teoria matematica, come un teorema di Riemann ancora da dimostrare, a cui tutti attingono senza poter pareggiarne l’immensa forza creativa.

Il che ci porta all’assunto del titolo: Harden è il miglior giocatore 1vs1 del mondo? O forse di tutti i tempi? Non è ozioso farsi la seconda domanda, dato che i numeri e l’impatto sulla squadra lo suggeriscono. Da 22 partite segna più di 30 punti a partita, senza Paul e Capela i Rockets sono stati 6-4 nelle ultime 10, con una vittoria convincente contro i Raptors nell’ultima prima del rientro di CP3.

James sta tenendo numeri tali per cui, nelle varie classifiche, si comincia a intravedere Wilt. Chiaro, le prime quattro cinque posizioni sono sempre appannaggio di the Dipper, ma il solo fatto che qualcuno cominci a vedere quei numeri da qualche piano sotto, significa che si sta facendo qualcosa di importante.

Harden ha sviluppato una routine tanto semplice quanto impossibile da stoppare. Palleggia davanti al difensore, ostenta un palleggio alto, irritante, il difensore crede di poterla rubare, tende la mano e in quel momento preciso, è morto. Se rimane fermo, lui tira, ed il difensore è morto. Se palleggia in entrata e il difensore arretra, Harden si ferma, step back, salta e tira. Difensore morto.

Qualsiasi cosa faccia, un difensore muore. Se lo raddoppiano, passa a quello libero, e i morti sono due.

La difesa su Harden è un po’ come la discussione politica. A vederlo in campo palleggiare con apparente noncuranza, ci si chiede cosa ci sia di difficile nel marcarlo. Ogni spettatore da casa pensa che saprebbe trovare il momento esatto in cui allungare la mano. Come con i prestigiatori, chi guarda da fuori è convinto di aver capito il trucco e brucerebbe dalla voglia di provarci.

Non funziona così. Come con Bodiroga e la finta su cui costruì la sua carriera, o un’uscita dal blocco di Dalipagic, come un tiro sotto canestro di una di quelle ali piccole che, negli anni ’70 – ’80, si infilavano in post basso contro centroni ben più grossi di loro, il movimento di Harden è così semplice che anche un bambino può imitarlo. Ma al tempo stesso è eseguito con tale perfezione, con tanta precisione, che non si riesce a fermare.

Foxsports.com
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Il suo passo indietro, ancorché fonte di discussioni infinite su passi o non passi, rappresenta la summa di una pagina della sfinge cestistica per un difensore, così come i falli che riesce abilmente ad attrarre come una calamita la polvere di ferro.

Il fisico aiuta. Non bisogna sottovalutare quelle spalle spesse, alimentate da infinite sessioni di pesi,  che aiutano a tenere lontano dal pallone i difensori e le infinite sessioni di allenamento per raffinare ogni singolo aspetto del suo gioco.

Aiuta anche la difesa. La necessità di difendere sull’arco comporta aree vuote, in cui l’aiuto può essere punito lanciando la palla così lontano da rendere impossibile il recupero e se batti il primo difensore si aprono praterie fino al canestro.

Quindi, Harden è forse il giocatore di 1vs1 più forte, adesso, in questo momento storico, in questo sistema dantoniano estremamente remunerativo per un giocatore come lui. Tuttavia, per affidarsi a Mike occorre una fiducia cieca, bisogna fidarsi come ci si fida del paracadute, perché tutti, intorno, cercheranno di convincerti che sbaglia.

Il rapporto tra stella della squadra e coach da sempre forma la squadra, la scolpisce nei suoi caratteri fondamentali. Nel caso di D’antoni, l’identità assume un aspetto mutevole. Da sempre Mike è più interessato agli snodi che all’aspetto, alle sotterranee connessioni, agli elementi che davvero impattano sul risultato, che alle filosofie o all’aspetto esteriore.

E questo apparente lassismo, in realtà un approccio molto più disciplinato di quanto si pensi al basket, si combina perfettamente col Barba, un altro che fa sembrare tutto facile, fino a mimare un’apparente assenza dal campo, per sorprenderti con la sua presenza.

Difficile dire dove si possa arrivare, ma una cosa è certa: questo è il modo migliore di usare James Harden, quello che porta più vittorie, anche nei playoffs. Finora il 2018-19 è stato avaro per i Rockets, le cose non hanno sempre funzionato, ma le previsioni sono buone.

Paul ha sollevato un po’ di peso dalle capaci spalle del Barba. Faried, forse il giocatore più adatto a scambiarsi con Capela sotto canestro, aggiunge un’arma che costringe i lunghi avversari a fronteggiare centri atipici, veloci e fisici, molto difficili da fermare, per 48 minuti continuativi.

È un barba-basket, che fa restare di stucco per come cambia forma e si adatta perfettamente alle difese che si illudono di poterlo fermare. In comune con i barbapapà della nostra infanzia ha solo quest’aria inoffensiva, ma come loro si trasforma in quel che serve per vincere: un aereo, un sottomarino, un dinosauro, un cannone.

E in fondo a questo sembra il Barba: uno capitato qui per caso, caduto dal pero su una terra straniera. Uno di cui non si capisce bene la forma o lo stile, fino a quando non arriva qualcuno capace di coglierne l’unicità e lasciargli prendere l’aspetto che vuole, in massima libertà, per renderlo il più forte giocatore 1vs1 al mondo.

E questa forse è la cosa meno sopportabile di tutte: che non sia la difficoltà di un approccio, ma la sua facilità il fattore principale del successo. Non il sacrificio e cambiare se stessi, ma essere quel che si è, fino in fondo, senza sovraschemi, realizzandosi sopra la mediocrità di chi si imbozzola nel passato, perché più di tutto teme di fallire cercando di essere se stesso.

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