Il basket alla fine dell’anno

Il basket alla fine dell’anno

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e noi che pensiamo la felicità come un’ascesa, ne avremmo l’emozione quasi sconcertante, di quando cosa ch’è felice, cade” R.M. Rilke, Elegie Duinesi Dove sei finito Joe Fulks? E tu, Paul Arizin? E Wilt? Anche lui se l’è portato via il tempo, come tutto il resto, diventato polvere della sua leggiadra potenza. Il suo gesto di arraffare il tiro dell’avversario ancora in volo, nemmeno di stopparlo, prenderlo come fosse il sasso lanciato da un bambino, è ancora oggi l’immagine iconica di tutto quello che ci affascina del grande giocatore. Come il Gancio Cielo di Kareem, il passaggio dietro la spalla di Magic, la schiacciata famelica di MJ, con cui spazzò via un’intera generazione di vecchio basket, il perno di Kobe e l’affondata di Lebron, fino al tiro di Steph, di cui parleremo con meraviglia, come si parlava con meraviglia del tiro di Bobby Mc Dermott nel 1937 ai Brooklyn Visitation: “se tu ti chiudi in area, lui non ci pensa e tira da 30 o 40 piedi, e segna sempre”.

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Se ci guardiamo indietro, la leggenda del basket ha forgiato talmente tante storie da rieditare a ogni amnesia generazionale, che sembra impossibile crearne altre. Eppure, nel suo meglio, il compito del grande sport è proprio di creare leggende, da guardare nell’attimo in cui avvengono, senza chiedersi troppo cosa si nascondesse dietro quel gesto, la vittoria o la sconfitta, l’odio o la stima per l’avversario. Anche leggere le cose al contrario ha un suo valore. Così, la più grande storia degli anni ’60 non sono i nove titoli su dieci dei Celtics, ma il fatto che, dopo sette finali perse e un premio da perdente di MVP nel ’69, Jerry West abbia ancora voluto quel titolo nel ’72, lo abbia inseguito con la sua pasta di uomo diventata ormai di pietra lasciando per la strada anche Elgin Baylor proprio nell’anno della vittoria. Bastava guardare la faccia di Lebron il giorno di Natale per capire cosa sia un giocatore leggenda ancora in campo. Non è facile essere una stella, esserlo da 17 anni di età e dal primo giorno di NBA. La gente pretende pure di allenarlo, di dirgli cosa fare, giudica le sue scelte, discute i passi di partenza, cerca di inquadrarlo nei limiti di tutti i giocatori normali, quando a noi, della normalità, importa poco. Per la normalità ci siamo noi. E che Lebron ci fosse più abituato a quella ribalta, si è capito, pure in una partita che i Warriors non hanno mai rischiato di perdere. Kobe, invece, si commiata dalla sua grandezza come uno che non si rassegna. È lui, glie lo abbiamo visto in corpo per tutta la carriera, questo desiderio di andare oltre. Kobe ha nutrito del suo ego la lega ma non sempre ha ricevuto la stessa moneta. Ha vinto un solo MVP, difficile da credere, perché in fondo si pensava: “sì ma vince sempre, ci sarà tempo”. Invece ha dovuto aspettare due anni dopo averne cacciati 81 in gola ai Raptors nel 2006, per far capire chi era, facendo sloggiare Wilt dalla seconda posizione dopo i 100 irraggiungibili, forse, di Wilt. È che una generazione è arrivata al capolinea. Non vorrebbero. Si sbracciano, lottano, sputano sangue. Ma Kobe, Pierce, Garnett, Nowitzki, sanno che hanno, alle spalle, più chilometri di quelli che devono ancora fare. Hanno dato al gioco un’intensità nuova, hanno dispiegato le loro abilità fuori dalle zone di conforto dei loro ruoli, esteso il tiro, costruito leadership, alla fine hanno attirato la vittoria con la forza magnetica delle loro mani, sapendo che prima o poi doveva arrivare, dovevano arraffarla. La lega non sarà più la stessa senza di loro. Per noi. Perché per un ragazzino la lega è già Steph Curry, è già Klay, Antetokumpo, Wall. Imitano quelli, le loro leggende, non più le nostre, e in questo risiede l’immensa forza mitopoietica ( costruttrice di miti), della NBA. Lo diceva già Gottlieb, che ci voleva l’attrazione, nel 1946. Saperstein, ai Globetrotters, gli soffiò Chamberlain per un anno, ma lui lo reclamò, lo prese ai suoi Warriors, e al primo allenamento Paul Arizin si rese conto che il futuro gli aveva preso le caviglie e il basket, che lui aveva aiutato a innovarsi con il suo tiro in sospensione, era già un’altra cosa.
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Certo, ci vuole il linguaggio, e non è un caso se i Warriors del nuovo linguaggio del basket, lo small ball e simili, sia così vicino alla Silicon Valley, immersi in un ambiente dall’innovazione continua che costringe a leggere le cose in un modo diverso, non più Taylorista, fordista, ma libero dalle zavorre del vecchio pensiero. E non è un caso se Jackson non riuscì a capire fino in fondo la macchina che aveva in mano e Kerr sì. Se il basket insegna una cosa, è che conta l’approccio al campo, l’idea di gioco e la base di un’idea, qualsiasi idea, consiste nell’esaltare il talento che si ha, senza paura di non ossequiare il passato. Forse, Draymond Green siederebbe in fondo a una panchina a Detroit, o a New York, Curry verrebbe cazziato a ogni acrobazia. Non per niente Bobn Cousy, il Curry degli anni ’50,venne trascurato da Auerbach che, nei draft, prese un lungo per vincere le partite. Bob gli arrivò dopo una serie di passaggi da squadre che fallirono, e non se lo lasciò sfuggire una seconda volta, costruendo la squadra su lui e Russell. Quindi, cosa ci dice il basket? Il basket ci dice che avanza incessantemente, una macchina che crea sogni a ripetizioni e sorprende chiunque cerchi di capire dove vada. Gli anni ’80, dopo Hakeem, passarono nell’attesa dei grandi lunghi, senza sapere che un gioco cambiato a priori aveva già essiccato quel linguaggio. Il basket del domani sembra al laboratorio slavo degli anni’80, che seppe come non mai prendere talenti unici e semplicemente fargli giocare il loro gioco. Il compasso è quello delle gambe lunghissime di Antetokoumpo, della velocità di Towns, l’arco del tiro di Curry, l’alley oop di DeAndre, di Monroe, e quei veri mostri da laboratorio che sono Leonard e George. Non è necessariamente un basket vincente, chi arriva prima non sempre è vincente, vedi alla voce D’Antoni e Karl, ma è un basket libero da vincoli e tare del passato, creativo e immediato. La gente rimpiangerà sempre un basket in cui gli “uomini erano uomini”, ma sempre, nel nostro sport, l’innovazione è stata il taglio del nodo di Gordio, un andare ancora più dritto e in alto, dove non si pensava di poter andare. Così, oggi, ritroviamo nei grandi più Doctor J che Kareem, come se il suo basket di schiacciata e in volo perenne, prefigurasse il XXI secolo nella sua agilità più del gioco controllato e della difesa asfissiante di squadre più vincenti. E troviamo Drazen, specie in Steph Curry e nella sua confidenza naturale con il tiro e il passaggio inatteso. E infine troviamo più la visionarietà in panchina che permetteva a Tanjevic di convivere con Delibasic, Oscar, i grandi irregolari, che il gioco rigidamente fissato su schemi certo vincenti, ma estenuanti e poco creativi. Quasi a ricordare, come Rilke nelle Elegie Duinesi, che la vera gioia non è volare, ma la sensazione di cadere nel vuoto che viene a seguire se stessi, vivendo il gioco e la vita con la stessa naturalezza, come se il campo fosse un prolungamento di quel che siamo o forse, lo sappiamo, non fosse la vita che un sottoprodotto del gioco che amiamo.

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