Il basket prima del basket: il fenomeno dei barnstormers

Il basket prima del basket: il fenomeno dei barnstormers

Il primo novembre 2016 ricorreranno 70 anni esatti dalla prima palla a due della BAA. Ripercorriamo le tappe che portarono alla nascita della nostra lega preferita, partendo dal fenomeno delle squadre viaggianti. sarà poi la volta delle prime leghe professionistiche, la ABL e la NBL, e infine la nascita della BAA. Uno sforzo della redazione di Basketinside per tirare fuori dall’ombra un capitolo avventuroso e effimero della storia del nostro sport.

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Un giocatore di basket nel 1919 faceva una vita grama. Fuori dall’università non esisteva un campionato professionistico vero e proprio. Nel 1920 sarebbe iniziato quello di football, mentre quello di baseball era stabilito dalla fine dell’800.

Le squadre si incontravano in leghe improvvisate su base territoriale, destinate alle grandi città. Di solito queste leghe avevano vita breve e non fornivano un vero e proprio sostentamento ai giocatori. Anche se le partite universitarie avevano un buon seguito, dopo un buon giocatore doveva uscire dallo sport e trovarsi un lavoro per mantenersi.

Questo fa pensare. Il basket  era uno sport diffuso, ma non riusciva a creare un seguito abbastanza forte da giustificare l’idea di una squadra pro. Non esistevano palazzetti grandi a sufficienza e spesso si giocava in arene improvvisate, ad esempio, a New York, gli Armory, i magazzini nella zona del porto, convertiti in luoghi d’intrattenimento.

Ma tutto andava bene. Piazze, canestri appesi a muri, tendoni improvvisati. Organizzare una partita non era difficile: non serviva tutto lo spazio del baseball o del football, un po’ di terreno libero e il gioco era fatto. Il primo a rendersi conto di questa opportunità fu Jim Furey, il proprietario degli Original Celtics. Durey formò la sua squadra nel 1919 e per la prima volta mise i suoi giocatori sotto contratto con un vincolo di esclusiva.

Fino a quel momento, infatti, i giocatori potevano cambiare squadra ogni sera, sulla base della migliore offerta.  Furey riunì alcuni dei migliori giocatori del tempo in una squadra e li fece allenare, in modo da migliorare i loro fondamentali. La strategia pagò. Gli Original Celtcs divennero la squadra più forte degli anni ’20 ma non parteciparono, fino al ’26, a un vero  e proprio campionato.

Furey infatti preferì concentrarsi su un’attività viaggiante, detta barnstorming, che portava la squadra in tutti gli angoli del paese per giocare partite contro squadre di ogni tipo: dai gruppi di ragazzotti locali a squadre di altri professionisti come loro, con cui giocavano serie lunghissime, per decidere, con relativa modestia, chi fosse il campione del mondo.

Barnstormers erano chiamati i piloti che giravano gli Stati Uniti con i loro aerei, di solito dei vecchi Curtiss JN-4, dismessi dopo la prima guerra mondiale e venduti a una frazione del loro valore. Erano ex piloti della prima guerra mondiale o ragazzi che avevano appena imparato a volare chee si esibivano nei cieli durante le fiere di paese, con evoluzioni che facevano rabbrividire gli ingenui spettatori.

Barnstormers erano anche le squadre improvvisate che giravano quegli stessi paesi, giocando per soldi e diffondendo un verbo del gioco, che nel lungo termine germinò nel basket moderno. Gli Original Celtics furono, negli anni ’20 e ’30, l’esempio più roboante di questo modo di intendere lo sport. Fecero centinaia di migliaia di miglia, giocando centinaia di partite, per guadagnare il più possibile.

una figurina di Joe Lapchick, erroneamente scritto Lopchick, da wikimedia.org

È difficile, oggi, spiegare quell’età. Erano i “roaring twenties”, il tempo del jazz suonato al Cotton Club, di un’America innocente e esuberante, piena di vita, senza regole. Una folla di immigrati dava forza al sogno  americano, rovesciando milioni di persone in un paese che aveva disperatamente bisogno di essere, in qualche modo, colonizzato.

Fino alla metà degli anni ’20 i Celtics vissero di questa attività. Nel 1926 dovettero però entrare nella ABL,perché, al loro rifiuto di giocare, il commissioner vietò alle sue squadre di affrontarli, tagliando una buona parte delle loro entrate.

I più grandi avversari degli Original Celtics furono i New York Renaissance. Nati ad Harlem nel pieno del movimento culturale che diede rilevanza alla cultura afroamericana, i Renaissance erano il prodotto dell’intuizione di Robert Douglas, un caraibico nato a Saint Kitts and Nevis, che capì di poter creare una squadra usando solo il talento degli afroamericani. Douglas selezionò la squadra e la fece allenare, seguendo la stessa formula dei Celtics: contratti e partite in giro per il paese.

Il centro dell’attività dei Renaissance era, però, un posto preciso: il casino Renaissance di Harlem. Douglas vide molto avanti, pensando che poteva unire la partita a un evento mondano e riunire spettatori che volessero pagare sia per vedere la partita che per ballare subito dopo.

I Renaissance giocavano in un modo veloce e divertente, facendo circolare la palla e applicando principi elementari di spacing in voga anche oggi. Le loro partite erano gli eventi della serata al Renaissance, inaugurando quella commistione di gioco e spettacolo che è una caratteristica dello sport americano a ogni livello.

Ma i Rens, come era abbreviato il loro nome, furono anche la prima squadra a sfidare la rigida segregazione razziale del paese. Come squadra di afroamericani, i loro viaggi erano disagevoli, nessun hotel li voleva ospitare e dovevano accontentarsi di mangiare panini fuori dai locali e di dormire in macchina. Gli anni 20 e ’30 sono anni di linciaggi e il Ku Klux Klan vuole riaffermare la supremazia bianca, spalleggiato, in questo, dalle Jim Crow Laws, che danno alla loro aspirazione la cornice legale in cui agire. Come vendetta, i Rens vinsero tutte le partite possibili.

Il 1929 rimescolò le carte della vita americana. Intere fortune si dileguarononel giro di una notte. William Durant, il fondatore di General Motors, bruciò tutti i suoi soldi per sostenere il mercato azionario e dovette ridursi a gestire una sala da bowling, che gli venne gentilmente comprata dal nuovo presidente della GM, Alfred P Sloan. Il paese ci mise un decennio a recuperare.

Negli anni ’30 sorsero  nuovi soggetti. Gli Harlem Globetrotters, fondati a Chicago da Abe Saperstein nel 1922, altra grande squadra di  soli afroamericani. Giocavano anche loro nel circuito “Barnstorming”, soprattutto del nord del paese, in villaggi in cui i neri non si erano mai visti, e i paesani si avvicinavano a loro con incredulità.

A Philadelphia, Eddie Gottlieb fondò gli SPHAS già nel 1918, per un ventennio l’attrazione cestistica più importante della città. SPHAS significa South Philadelphia Hebrew Association, una squadra di soli ebrei raccolti tra i migliori di Phila, e avevano il campo di casa in un hotel in cui Eddie organizza delle serate che erano il momento più importante per i giovani ebrei di Philadelphia.

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Eddie Gottlieb, il gran capo degli SPHAS da suggest-keywords.com

 

Sull’esempio di Douglas, Eddie crea eventi intorno alla partita. Un suo giocatore, Gil Fitch, è un direttore d’orchestra, e diemi minuti prima della fine della partita, usciva discretamente dal campo per andare a cambiarsi e dirigere l’orchestra. Dave Zinkoff, la mitica voce dello Spectrum fino all’inizio degli anni ’80, redigeva il programma della serata trovando sempre occasioni mondane per parlare della gente più in vista.

Anche i Celtics, tornati sulla strada dopo la fine della ABL, vanno in tour con una cantante, e diventano “Kate Smith and her Celtics”.

I Celtics irlandesi, i Rens e i Globetrotters afroamericani, gli SPHAS ebrei. Avere una squadra “barnstorming” non è solo una questione di denaro, ma di accettazione sociale. Rens, Globetrotters e SPHAS devono combattere contro il pregiudizio e l’odio. Alle partite degli SPHAS spesso si presentano sostenitori del partito nazista e Eddie Gottlieb stesso deve fare a pugni più di una volta per uscire da situazioni difficili.

Le vittorie di queste squadre sono più che semplici eventi sportivi. Sono affermazioni di esistenza, un grido con cui si dice alla società che, per quando verranno cacciate fuori, non potranno essere cancellate, esistono e sono disposte a lottare per la loro esistenza.

Organizzare, inventare modi di attrarre pubblico, “seminare” passione in giro per il paese. Quando, nel 1939, gli SPHAS si misero in viaggio a Natale per un lungo tour, Ralph Kaplowitz si lamentò con Eddie Gottlieb di dover fare un lungo viaggio in un periodo disagevole e glie ne chiese conto. Eddie si girò verso di lui e gli risponde: “noi non siamo in viaggio per i soldi, noi siamo in missione per conto del basket!”.

Posto che si possa dubitare della sincerità della prima parte della frase, tuttavia anche la seconda ha una parte importante di verità. Le squadre viaggianti americane sono l’unico modo di tenere in piedi per anni un’organizzazione sportiva. Mentre le leghe propongono poche partite e formule astruse, la libertà intellettuale di chi gira il paese come uno zingaro per mostrare il gioco alle masse, è ciò che insegna alla gente cosa sia il gioco e come stare in campo.

Spesso è un esercizio di autodisciplina, una maratona di due partite in un giorno, perché il giocatore costa e solo giocando più di una volta si riesce a pagarlo. Le squadre fanno centinaia di partite, arrivano in un posto, si fanno pagare e giocano. Solo poche centinaia di persone vedono una partita di basket, tranne che al Madison con le università, e bisogna incassare il più possibile. Le squadre sopravvivono grazie a un delicato equilibrismo economico e alla voglia furente di gente come Gottlieb, Saperstein e Douglas di tenere tutto in piedi.

A partire dal 1934 gli SPHAS entrarono nella rinata ABL e dominarono diversi campionati, combinando la loro attività nella lega con quella di squadra viaggiante, ma questa è un’altra storia.

Nel 1939 il World Professional Basketball Tournament, un torneo organizzato a Chicago dall’Herald, riunì le migliori squadre professionali del paese. I Rens e i Globetrotters vennero invitati, gli SPHAS non parteciparono perché Eddie Gottlieb non rinunciò agli incassi di tre giorni di partite in casa.

I Renaissance attraversarono il torneo fino alla finale, contro i volti familiari degli Oshkosh all-Stars, con cui avevano giocato in diversi viaggi. La partita fu molto dura. L’avversario più pericoloso era Leroy Cowboy Edwards, un pivottone di Kentucky University che rappresentava la minaccia più grande per Charles Cooper.  I Rens portarono a casa la vittoria per 25-19.

i New York Renaissance nel 1939 – da Blackhistory.com

Ma era il crepuscolo di un periodo. Il basket stava trovando la sua strada. La ABL e la NBL combattevano per la supremazia, mentre nella mente di Ned Irish, il presidente del Madison Square Garden, si affacciava l’idea del basket professionistico, e sarà lui l’uomo chiave della nascita della BAA.

I Rens non videro mai quell’alba. La squadra invecchiò e solo nel 1948 una sua pallida copia potè giocare nella prima lega integrata, la NBL.

Ma qualcosa di questo periodo  passò nel basket moderno. L’esigenza di combinare spettacolo con sport, lo stile di gioco, veloce e divertente, l’abitudine a viaggiare e giocare centinaia di partite in un periodo di tempo ristretto. Eddie Gottlieb, il proprietario degli SPHAS, fu il primo vincitore di un campionato BAA come allenatore, con la squadra di Philadelphia, i Warriors, che incarnavano nel nome lo spirito del loro fondatore.

Gottlieb vendette gli SPHAS a un suo giocatore, Ralph Klotz, che si accordò con Saperstein, il proprietario dei Globetrotters, per fare da competitor obbligatoriamente perdenti dei suoi Harlem. Il nome venne cambiato da SPHAS a Washington Generals.

Forse non è un caso se il primo canestro di quella sera del primo novembre 1946 a Toronto, venne segnato dal piccolo Ossie Schechtman, un play ebreo dei Knicks che era stato un giocatore di Gottlieb. Era il modo in cui il basket viaggiante si fondeva con quello delle effimere leghe degli anni 20-30, per trovare una sintesi in quella che oggi chiamiamo la NBA, diventando l’albero immenso della lega più famosa del mondo, piantato nelle strade polverose dell’America in crisi degli anni ’30.

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