Il complesso di LeBron

Il complesso di LeBron

LeBron ci mostra il livello di gioco di un uomo al suo meglio, fisicamente e mentalmente. Ma il suo è stato un lungo cammino, per giunta non ancora finito.

di Massimo Tosatto

“Essere leggende del gioco significa (anche) riuscire ad impressionare ancora quando lo spettatore pensa, nel caso di LeBron James in 15 anni, di aver già visto tutto.”

Domenico Laudando, redattore di Basketinside

Non è facile essere LeBron James. Non credete a chi si fa abbindolare dalle dimensioni fisiche e parla di “talento”. Essere LeBron James è molto difficile.

Ne abbiamo visti come lui, perdersi in carriere poco importanti, illusi dal primo luccichio del denaro e da una vita in cui tutto all’improvviso diventa semplice. I frutti miracolosamente si abbassano, e la necessità si allontana.

LeBron invece no. Tiene gli occhi bassissimi e continua a macinare gioco come nessuno altro prima di lui.

Esatto, come NESSUN ALTRO prima di lui.

LeBron è un maschio alfa. Lo è fin dall’infanzia quasi dickensiana. Figlio di una sedicenne, e di un padre dileguatosi presto tra la foresta di case popolari di Akron, LeBron cresce con sua madre in condizioni difficili. Gloria James si arrangia con dei lavoretti mentre il piccolo LeBron passa con lei da una casa all’altra in cerca di stabilità.

Devono essere stati anni difficili. Ma LeBron, sin da piccolo, è di dimensioni superiori agli altri, mette in mostra un talento fisico unico e promette bene praticamente per ogni sport. A nove anni si avvicina al basket, grazie a una famiglia a cui la madre di LeBron affida il bambino.

La famiglia Walker fornisce a LeBron un ambiente sano, orari, approccio alla vita, all’allenamento. Ma trovano un terreno fertile. Nelle loro parole LeBron è un ragazzo gentile, ascolta. È lui a dire al figlio dei Walker di rifare il letto al mattino, è lui il primo a vestirsi. Segno che, nelle durezze della vita, Gloria è riuscita a circondare LeBron dell’affetto di una madre, sostituendosi alla figura di un padre che LeBron non ha mai conosciuto.

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E questa figura di padre, questo ignoto LeBron padre, si staglia lontano sopra LeBron.

LeBron è in tutto un eroe del suo tempo. Se leggiamo le storie degli altri grandi al suo livello, la figura del padre occupa sempre un posto privilegiato. Magic Johnson e Larry Bird trovarono un terreno comune parlando dei due padri, che facevano doppi lavori per mantenere le famiglie nel midwest. La morte del padre di Jordan ad opera di un malvivente è un evento chiave nella biografia della superstella dei Bulls. Kobe è figlio di un grande giocatore americano in Italia. Kareem, quando Wooden viene a parlare con i suoi genitori, va in camera e aspetta rispettosamente in silenzio.

In quest’America sempre meno coesa, fatta non solo di povertà almeno dignitosa, ma di rapporti umani sempre più sfilacciati, gli uomini di successo senza padri abbondano: Steve Jobs, Barack Obama. Ognuno si trova dei padri putativi, dei maestri, che prendono il posto del padre, ma non possono completamente sostituirlo.

Quel posto in parte lo prendono le madri, ma in parte se lo risolvono interiormente, costruendo un’autostima abissale, che li porta a vedere il mondo in un modo completamente diverso. Steve Jobs costruisce una fortuna su un approccio al business personalissimo, che le università, di cui lui è un dropout, uno che non si è laureato, disconoscerebbero.

A modo suo, anche LeBron è il padre di sé stesso. Si cotruisce non un’armatura, che schermerebbe l’interno, bensì una struttura, che lo tiene in piedi da dentro. Poi, vive il basket in un modo suo, personalissimo, sviluppando il suo gioco fuori dalle secche di una NCAA che cercherebbe di ingabbiarlo in un basket archeologico, non in grado di capirlo.

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Questa sua personalità non semplifica il rapporto con gli allenatori. Il fatto di non aver avuto un padre, di non aver calato il capo quando lui ti rimprovera, di aver fatto tutto da sé, lo hanno reso un soggetto complicato per un allenatore. Mike Brown i primi anni ebbe la dialettica giusta per lavorare con lui, lo portò in finale con una squadra costruita intorno a lui, ma non per lui, e gli insegnò le basi.

Ma il ragazzo di Akron sentiva che non bastava. LeBron è un uomo dalla grande intelligenza. Sapeva di essere un ragazzo dell’Ohio che dal suo Stato non era mai uscito. Doveva fare un’esperienza fuori, un Erasmus personale, un Interrail in giro per l’NBA in un posto dove potesse davvero imparare. Scelse Miami non a caso: lì c’erano Pat Riley, un ex allenatore ora grande GM, Erik Spoelstra, un allenatore giovane e capace di ascoltare, e Wade, con Bosh, che completavano un triangolo straordinario in campo.

Gli anni a Miami furono la fucina del LeBron attuale. Un uomo con tre figli sposato con la fidanzata delle superiori, che pervade ogni ambito della vita con la stabilità che da bambino gli mancò.

Gli Heat furono la sua università personale: 4 anni con due vittorie di campionato e due sconfitte in finale, imparando a ogni passo, ascoltando i consigli di Wade, che considerava l’unico al suo livello. Quando poté scegliere di nuovo, Cleveland rappresentò il ritorno a casa dell’eroe, un Beowulf che si affaccia alla terra natia per sconfiggere il mostro, dopo aver imparato a combatterlo.

David Blatt in qualche modo completò la crescita di LeBron e ne fu vittima. Quando James capì di aver imparato abbastanza, fece spazio a Lue, che sapeva cosa vuole il “Re” e gli apparecchiò la squadra. Così LeBron, per la prima volta nella NBA, si trovò a essere un “tutto” per la sua squadra.

LeBron stabilisce il suo basket, vivendo in una dimensione propria, platonica, in cui vede cose che a noi non competono. Si allena in modo viscerale, non dà nulla per scontato, lotta sempre per essere il migliore. E si adatta al proprio corpo, fino ad arrivare a questa serie con i Raptors, che ci mostra qualcosa che non avevamo ancora visto: un giocatore talmente in controllo da decidere il momento esatto in cui giocare, vedendo in anticipo le mosse degli avversari.

Il confronto con MJ aleggia sempre. Il solco lasciato da Michael è talmente profondo, la leggenda talmente ben scritta, che scalfirla è impossibile. E LeBron non si presta a queste cose. Lui è un cestista integralista, non si presta a moine, al baseball, ad altre cose che circondano la carriera. LeBron ha uno sguardo torvo, sorride con difficoltà, si porta addosso una seriosità e una consapevolezza che mai nessuno ha posseduto in questo modo, se non Chamberlain.

Ma Chamberlain era un piacione, un prodotto di una Philadelphia degli anni ’30-’40, che fece anche lui il suo viaggio di andata e ritorno: da Phila a San Francisco con i Warriors, per poi tornare e vincere finalmente la finale del ’67, contro la sua precedente incarnazione.

Essere LeBron James è difficile per molte ragioni. Essere noi stessi, anche, è difficile. Un duello col sé, con la nostra coscienza, che non si sopisce mai del tutto.

LeBron il suo duello lo sta almeno pareggiando, dato che non si può vincere. Ma per finire, dovrà intraprendere un nuovo viaggio, come tutti gli eroi, che non sono compiuti fino a quando non arrivano a un altrove, in cui raggiungono la propria grandezza.

Grandezza che di suo, LeBron, non ha mai scansato.

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