Il crollo di OKC e la festa storica dei Grizzlies

Il crollo di OKC e la festa storica dei Grizzlies

 

Secondo quarto di gara 2 tra i Thunder e i Rockets. La veemenza di Patrick Beverly nel tentativo di rubare palla a Russell Westbrook è la svolta che cambia la stagione di OKC. Un momento e Westbrook per un’attimo cade al suolo prima di rialzarsi furente e rendersi completamente conto di non poter continuare la contesa in atto. Insieme a Westbrook cade anche Oklahoma City che, seppur sia conscia di poter portare a casa la serie con Houston, in cuor proprio sa ancor meglio che l’infortunio deve essere valutato e potrebbe avere tempi discretamente lunghi.

E difatti anche se l’infortunio fortunatamente non è di quelli più seri, costringe ugualmente il play ad uno stop forzato che si protrarrà a lungo, come poi visto, per tutta la serie successiva, quella che è stata contro i Grizzlies.

Già contro Houston le prime avvisaglie di una squadra in difficoltà, con un gioco che è già rimodellato per adagiarsi sulle singole spalle di Durant. Ma i Thunder alla fine ce la fanno e con un Reggie Jackson che dimostra giorno dopo giorno di essere utile alla causa, provano a vedere fin dove possono arrivare.

Ma contro Memphis le cose sono diverse. La difesa dei Grizzlies è risaputa essere una barriera di filo spinato difficile da sorpassare e se hai un’arma potente in meno per scardinarla, il già difficile compito diviene direttamente un’impresa.

Durant lo ammetterà prima di gara 5 di sentire la mancanza di Westbrook anche perché nonostante abbia alzato ancor di più il suo già pazzesco rendimento, vincere sembra una chimera. In molti si sono affannati ad elargire le prime colpe al coach anziché alla mancanza del play, ricordando come ridisegnare un attacco su Durant quando questi non aveva mai dovuto sobbarcarsi tanto (troppo) sia stato deleterio per lo stesso giocatore, sempre capace di sorprendere e di dominare, ma meno lucido di quanto potesse essere nei minuti finali di gioco. Le percentuali al tiro di OKC poi, complice sempre la difesa di Memphis, hanno fatto il loro, depauperando il team della possibilità di aggrapparsi al tiro da tre.

Serviva forse una maggiore attenzione alle piccole cose, come cercare di prendere più rimbalzi dopo essersi prodigati in una difesa invalicabile o magari trovare in qualcuno come Martin almeno un appoggio più sostanzioso che aiutasse Durant a scrollarsi di dosso le attenzioni maniacali della difesa, cosa sostanziale che faceva Westbrook oltre al segnare tanto. Forse un gioco più fluido o forse tante altre cose ma oramai qualsivoglia soluzione rimarrà legata ad un inutile forse.

Una questione affrontata da alcuni è stata come James ai Cavs fosse riuscito meglio di Durant in una situazione simile. In realtà è difficile anche solo per un attimo pensare di dire qualcosa contro il buon Kevin, uno che in questi playoff ha segnato più di 30 punti di media, preso 9 carambole a gara e smistato la bellezza di 6 assist (e poco più) a partita, ma il confronto è stato fatto. James fece qualcosa di storico ma a parte delle differenze di roster (non apocalittiche comunque), la diversità può essere trovata nel sistema di gioco, con i Cavs costruiti fin da inizio anno per spalleggiare James, mentre per Durant è stato un ritrovarsi in mezzo alla tempesta cercando di salvarsi solo a nuoto, senza essersi premunito con almeno un salvagente.

Comunque se da una parte c’è la disfatta di un team che puntava al titolo, dall’altra parte c’è una vittoria già da festeggiare per la città di Memphis, con il team capace di farsi ricordare come i Grizzlies migliori di sempre visto e considerato come sia la prima volta per loro alla Finale di Conference.

Un “regalo” di Hollins alla città e un “regalo” per Hollins, arrivato come giusto riconoscimento al suo lavoro svolto, al come si è riusciti a costruire una squadra partendo dalla difesa, dal gioco di squadra e dai piccoli accorgimenti sui singoli. Vedere Randolph sfruttare un movimento a centro area facendosi schermo col corpo per una ricezione con virata e tiro è si capacità del giocatore ma la costruzione tattica che ha portato a situazioni del genere, è una costruzione mirata a sgombrare l’area e a far ritrovare Randolph abile a dover fare solo uno dei suoi movimenti per segnare. E così come questo esempio, tante sono le situazioni ben congegnate, capaci di sostenere la grandezza difensiva anche comunque con un buon gioco (niente di trascendentale) dall’altra parte del campo.

Una città già esultante, pronta ora ad affrontare a testa alta Spurs o Warriors chicchessia, per allungare le ferie allo “scrivano dei record”, che aggiornerà il risultato magari con un altro tassello di storia.

Intanto già questo è un racconto “made in playoff” ma soprattutto una disamina di come la post season sia un mondo a parte dove sono troppi i fattori in campo che non possono escludere nessun tipo di sorpresa.

FONTE: ARIA DI NBA

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