Il triangolo del passato contro il triangolo del futuro, Bulls vs Warriors

Il triangolo del passato contro il triangolo del futuro, Bulls vs Warriors

Cosa hanno in comune tatticamente i Bulls di Michael Jordan e i Warriors di Stephen Curry? Il triangolo.

“Il basket, inteso come gioco di squadra, surclassa ogni altro sport; perché ciascun giocatore riceve continuamente la palla durante l’azione di attacco, ed è anche un potenziale realizzatore.”
[Tex Winter]

Possiamo iniziare così il nostro approfondimento sullo schema offensivo chiamato “Triangolo” o “Triple post offense”, se preferite. Questo schema ha reso famosi i Bulls di Michael Jordan, i Lakers di Kobe e Shaq, Phil Jackson (allenatore di entrambe le squadre) e in particolare Tex Winter: il mentore, il genio, colui che ha portato questo schema a essere potenzialmente devastante.

Tex Winter ha appreso per la prima volta questo schema da Sam Barry, santone della University of Southern California e membro della Hall of Fame. Da qui scelse di “applicare” questo metodo nei primi anni da head coach, giovanissimo tra l’altro, alla Marquette University.

Non ci fermiamo troppo nel passato storico della NBA, ma passiamo a quello che realmente vogliamo analizzare, ovvero la differenza tra gli schemi offensivi dei Chicago Bulls di Michael Jordan e gli attuali Warriors di Stephen Curry. Cosa c’è di simile tra i due? A primo acchito sembrerebbe poco o nulla, ma vi diamo una risposta che ha un nome e un cognome: Steve Kerr.

Sì, perché lo Steve Kerr head coach, vincente all’esordio nella lega con i Warriors, è stato il playmaker dei Chicago Bulls dal 1993 al 1998. Non a caso, lo scorso anno, Phil Jackson tentò in tutti i modi di firmarlo come allenatore dei suoi Knicks non appena diventato presidente della franchigia della Grande Mela, sapendo quanto fosse “all’interno” di questo sistema di gioco. Ma il triangolo dei Bulls non è assolutamente il triangolo dei Warriors. Il basket degli anni ’90 non è quello del nuovo millennio e il gioco di Chicago non è quello di Golden State. Sì perché il basket si è evoluto, i ritmi sono forsennati, si corre da una parte all’altra del campo alla velocità della luce.

Analizziamo ora gli storici Bulls di MJ:

Il focus principale del “Triple post offense” dei Bulls era Michael Jordan. Come già detto in precedenza, il gioco era molto più lento e statico rispetto ad oggi, ma tutto passava dal 23.
Jordan era l’uomo designato per ricevere la palla in post. Una volta arrivata in quella posizione, tutti si muovevano con tagli verso il lato opposto e il 23 che decideva il da farsi, anche grazie alla sua strepitosa intelligenza cestistica. QI cestistico fondamentale, che tutti devono avere, altrimenti sognatevi di giocare il triangolo. Come diceva Tex Winter, chiunque deve mostrare pericolosità all’interno di questo sistema di gioco, chiunque deve essere potenzialmente un pericolo a cui la difesa deve prestare attenzione.
Scottie Pippen era un genio del basket: tiratore da 3, spaccava le difese, raramente sbagliava una decisione nella metà campo offensiva (tantomeno in quella difensiva). Steve Kerr e Ron Harper, playmaker in grado di far girare la squadra e sempre letali dall’arco, Toni Kukoc oltre al già citato Scottie Pippen e lunghi come Dennis Rodman o Horace Grant. Ali in grado di segnare, sempre dotate di fisico e buon tiro e lunghi sempre presenti a rimbalzo, ma con intelligenza e capacità di passare la palla e vedere i compagni sempre sopra la media. Non ci stancheremo mai di ripetere che per riuscire ad applicare il triangolo è fondamentale l’intelligenza, la capacità di capire il gioco con qualche frazione di secondo in anticipo rispetto agli avversari.
Già, perché se non c’è la prima opzione c’è sempre la seconda, la terza e via scorrendo e tutte si applicano in base alle scelte difensive degli avversari. In base a come si muove la difesa, l’attacco deve essere abile e rapido nel capire che fare e come farlo nel miglior modo possibile.
Il gioco dei Bulls, come già detto poco fa, era basato su Jordan e sul suo post. La palla arrivava costantemente in post, dove spesso si applicava il triangolo e dove nella maggior parte dei casi si optava o per il ribaltamento sul lato debole (a causa dei constanti raddoppi su MJ) coi tiratori sempre pronti, o si sfruttava il talento immenso di Sua Maestà. Un gioco basato molto sul post, all’interno dell’area dove la “lentezza” del gioco permetteva di ragionare e valutare la migliore giocata possibile all’interno del triangolo grazie all’intelligenza cestista dei protagonisti che era alta, decisamente alta.
Da una mente eccelsa parte di tutto questo, ovvero Steve Kerr, è nata l’idea di applicare questo schema alla sua attuale squadra, i Golden State Warriors, e svilupparne una versione 2.0.

Una nuova versione perché, punto primo, non c’è un Michael Jordan (e dubitiamo ci sarà…) e punto secondo, il basket del nuovo millennio si gioca al doppio, triplo della velocità in confronto ad alcuni decenni fa e il Run & Shot la fa da padrone. Questo gioco (fino allo scorso anno, prima che i  Warriors vincessero il loro glorioso anello) era considerato bello e divertente ma non vincente (jump shooting team cannot win, giusto Charles Barkley? ).
Da qui l’idea di Kerr di sviluppare un gioco adatto alle caratteristiche di una squadra piena di tiratori, all’interno di un sistema offensivo ben collaudato. Perché non sfruttare il tiro di Stephen Curry e Klay Thompson sarebbe pura follia, ma renderlo un’opzione alternata all’abilità di giocare sul perimetro da parte di Draymond Green (e non solo) rende il tutto potenzialmente devastante.
Questo “Triangolo 2.0” per certi tratti è completamente differente dal precedente triangolo dei Bulls. Il gioco dei Warriors di Steve Kerr è molto più veloce e rapido, sfruttando ovviamente le caratteristiche dei protagonisti. Una situazione di triangolo con Curry, Green e Thompson può sfociare in mille ipotetiche opzioni: Curry da 3 (la preferita), Curry in penetrazione, Curry con l’arresto e tiro e questo può accadere con gli altri attori (non) protagonisti, perché al suo posto ci possono stare tranquillamente sia Klay Thompson che Draymond Green (abbiamo preso come esempio i due migliori, ma non solo loro) per pericolosità e coefficienza offensiva.

Steve Kerr ha capito perfettamente l’uso e la “forza” di questo schema offensivo. Tutti devono essere (e sono) coinvolti nei movimenti offensivi della squadra, tutti sono possibili pericoli per gli avversari in grado di poter segnare o creare danni alla difesa avversaria ed è per questo che ogni eventuale raddoppio è letale contro questa macchina da guerra chiamata Golden State Warriors. Shaun Livingston, Leandro Barbosa, Andre Iguodala, Harrison Barnes, Andrew Bogut: possono essere considerati “figli” del sistema jordanesco dei Chicago Bulls.

Un momento. Non stiamo paragonando il talento dei giocatori delle due epoche e non lo faremo mai, ma tatticamente, a livello di capacità di intendere e capire il gioco, troviamo molta voglia in questi Warriors di imitare quanto fatto qualche anno prima da quei Bulls.

Si dà troppo poco merito all’allenatore Steve Kerr (come forse allo Steve Kerr giocatore), il quale ha saputo trasformare una squadra forte con ottimi giocatori in una potenza in grado di rifilare 30 punti di scarto a chiunque con facilità imbarazzante. Come? Sviluppando un gioco fenomenale, pieno di movimento di qualsiasi giocatore in campo, di rapidità di pensiero e esecuzione, sfruttando a pieno le caratteristiche dei suoi ragazzi. Forse avere avuto al suo fianco Michael Jordan, Phil Jackson e Tex Winter ha aiutato, e non poco, ma bisogna dare il merito a un lavoro strepitoso effettuato da Steve Kerr.

Questo “Triangle 2.0” come si ferma, in sintesi? Nessuno ancora c’è riuscito negli ultimi due anni…

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