Il varco è qui?

Il varco è qui?

Dopo un cammino interminabile all’insegna delle false speranze e del duro lavoro, Sean Kilpatrick sembra aver trovato dimora fissa a Brooklyn.

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Il varco è un tema ricorrente nelle poesie di Eugenio Montale, definito dalla critica come uno dei migliori autori del Novecento italiano, e insignito di un premio Nobel per la letteratura nel 1975. Si tratta di una fuga da una condizione esistenziale insostenibile, di una via di scampo dalla realtà immutabile, una realtà talmente negativa che tende a oggettivare tutto ciò che lo circonda, dagli oggetti ai paesaggi. Questo varco, nonostante fosse irraggiungibile, rappresentava una speranza di salvezza e una continua ricerca di elementi positivi, che permettessero al “poeta della disperazione”, un giorno o l’altro, di poter evadere dal suo destino esistenziale.

Il nostro, pur non essendo una persona pessimista e negativa, nell’ultimo periodo della sua vita è stato costretto a pensare che gli innumerevoli sforzi fatti potessero precipitare in un nulla cosmico. Per fortuna, lui è ed è sempre stato uno duro, complice l’abitudine ad affrontare le molte avversità a testa alta, con speranza e convinzione nei propri mezzi, che quando veniva a mancare era presto recuperata dalle due persone più importanti della sua vita: sua madre Regina, e Dio. La sua condizione esistenziale sembrava essere legata a quella di un Undrafted qualsiasi: viaggi, ti fermi per 10 giorni (ben che vada 20), giochi (poco) e ripeti, fino all’infinito. A differenza di Montale, però, ha sempre pensato che questo metaforico varco fosse raggiungibile, percorribile, anche se forse mai avrebbe immaginato di ritrovarselo a soli 33 miglia da casa sua.

"Se conosci la mia vita, potrai capire che me lo sono meritato" - direttamente dal suo profilo Instagram.
“Se conosci la mia vita, potrai capire che me lo sono meritato” – direttamente dal suo profilo Instagram.

Da Yonkers a Cincinnati

Procediamo però con ordine. Sean cresce a Yonkers, nella contea di Westchester nello Stato di New York, la quarta città per ordine di grandezza. Una città che lo vede crescere fra spacciatori di droga e gente poco raccomandabile, ma che lo aiuta in maniera positiva a cercare di dedicarsi alla pallacanestro con maggiore attenzione per stare fuori dai problemi, sotto supervisione della madre, che ha sempre visto nel suo primogenito un possibile futuro da stella in NBA. La sua crescita prematura lo aiuta a sviluppare una personalità da maschio alfa: l’assenza di una figura maschile all’interno della famiglia o, meglio ancora, la consapevolezza della perdita del padre (cancro in fase avanzata), lo porta a vestire i panni dell’uomo di casa, e anche per questo il legame che c’è fra lui e Regina è speciale, e va al di là del semplice rapporto madre-figlio. “Quando ero piccolo, mia madre ha fatto di tutto per non farci mancare niente, e mi ha spinto e sollecitato tantissimo nel perseguire il mio sogno chiamato pallacanestro” – ha dichiarato recentemente in una intervista a Yes Network.

Dopo essersi trasferito all’età di 12 anni nella First Avenue, sempre a New York City, riesce ad iscriversi nella White Plains Senior High School, la principale scuola superiore del sistema di scuole pubbliche di White Plains, ideale per una crescita sia a livello educativo sia a livello sportivo, considerata la buona qualità delle strutture presenti. Il nostro coglie l’occasione al volo per focalizzarsi ancora di più al basket giocato, con risultati decisamente sorprendenti, culminati nel suo quarto anno in high school da una media di 28.4 punti, 7 rimbalzi e 6 assist a partita. Ricevuto il diploma, decide di spendere un anno a Fitchburg, in Massachusetts, alla Notre Drame Preparatory School, una scuola privata che è nota per il suo specifico programma di basket rivolto a giocatori di college o professionisti che hanno intenzione di prepararsi ancora meglio per affrontare le proprie carriere sportive. Questa struttura, destinata a pochi eletti (circa 30-40 studenti), ha formato giocatori del calibro di Steven Adams e Michael Beasley, ed è riuscita anche nell’intento di lanciare la carriera di Kilpatrick in ambito universitario.

Sean ai Cincinnati Bearcats in maglia rossa, naturalmente non da freshman… www.247sports.com

 

Finito l’anno a Notre Dame, sembra destinato ad approdare alla St. John’s University, ma una telefonata convincente di coach Cronin lo convince ad andare a Cincinnati, per rappresentare i Bearcats nella American Athletic Conference. Il suo approdo coincide con quello di Lance Stephenson, guardia top recruit in quel periodo. Il nostro si aspetta, chiaramente, di essere offuscato dal talento di born ready, e per questo mette in preventivo la possibilità di non essere impiegato per molti minuti durante il suo anno da freshman, ma la decisione di affidargli lo status di redshirted suscita molto scalpore. Ogni volta che provava a portare la palla con la mano sinistra la perdeva sistematicamente, e per questo gli affidai la redshirt”- ha dichiarato Cronin ai media. Assegnare una maglietta rossa a un giocatore a livello collegiale significa escluderlo dal basket giocato per un anno intero, in modo tale da estendere il suo periodo di eleggibilità a cinque anni accademici invece che quattro. Al giocatore in questione, comunque, è concesso di proseguire con gli studi e allenarsi con la squadra, ricevendo svariati tutoring da membri del coaching staff e dal giocatore più forte in quel ruolo (nel suo caso, Stephenson) per renderlo pronto al grande salto in NCAA.

Dopo la sua prima tormentata stagione da matricola, riesce finalmente a trovare a uno spazio regolare nelle rotazioni dei Bearcats l’anno dopo, e partita per partita si conquista sempre più minuti in campo; lo aiuta anche il grande salto effettuato da Lance Stephenson in NBA, che lascia una voragine aperta nello spot di guardia. Termina la stagione con quasi 10 punti di media in 20 minuti di utilizzo sul parquet di gioco, che portano quindi agli addetti ai lavori a delineare un primo identikit del giocatore: la sensazione che si ha guardandolo è quella di essere di fronte ad un giocatore grezzo, dal bagaglio tecnico limitato ma dalla stoffa necessaria per diventare qualcosa di più di una semplice comparsa.

In una sconfitta al cardiopalma contro Louisville, nella sua stagione da senior, ha superato quota 2000 punti in maglia Bearcats, scavalcando Kevin Logan nella lista di migliore marcatore di tutti i tempi a Cincinnati, dietro solo a Oscar Robertson. www.cincyontheprowl.com

Al termine del suo quarto e ultimo anno da senior – 20.6 punti a gara e Bearcats primi nella conference con 27-7 di record – Sean rimane incredulo di fronte a tutte le tappe raggiunge in questo suo periodo della vita. Più di duemila punti segnati, first team All-Conference nella preseason del 2014, due nomine nella seconda squadra della Big East del 2013 e del 2014, ma soprattutto lo status di All-American assegnatogli da molte riviste illustri come Bleacher Report, Sports Illustrated o NBCSports.com, che gli hanno fatto conquistare un posto nell’All-American second team, il sesto a riuscirci a Cincinnati.  La pazienza di Coach Cronin, e la fiducia di tutto l’ambiente, lo aiutano a diventare uno dei migliori giocatori collegiali di quel tempo, con il ben servito di chi, alle prime difficoltà, si sarebbe già stancato del ragazzo. “Vi ricordate quando non riusciva nemmeno ad usare la mano sinistra? Ora chiama pick and rolls come una point guard, e crea tiri a campo aperto dall’alta efficienza” – dice il coach alla stampa, che ora lo ritiene a tutti gli effetti pronto per diventare un giocatore professionista.

Vita da Undrafted 

"Undrafted è un marchio che è ispirato dal trambusto. Non è quello sciame di luci che viene dopo. Noi abbiamo avuto successo nelle avversità. Sì, abbiamo dovuto trovare noi stessi dietro le luci e di fronte a milioni di fans, ma è il cammino attraverso i tempi difficili che rende le luci fruttuose" - direttamente dal suo profilo Instagram, l'annuncio del suo primo negozio d'abbigliamento, che uscirà a breve. Scelta del nome tutt'altro che casuale.
“Undrafted è un marchio che è ispirato dal trambusto. Non è quello sciame di luci che viene dopo. Noi abbiamo avuto successo nelle avversità. Sì, abbiamo dovuto trovare noi stessi dietro le luci e di fronte a milioni di fans, ma è il cammino attraverso i tempi difficili che rende le luci fruttuose” – direttamente dal suo profilo Instagram l’annuncio del suo primo negozio d’abbigliamento, che uscirà a breve. Scelta del nome tutt’altro che casuale.

“Perché io? Perché proprio a me? Continuavo a domandarmelo a me stesso perché non riuscivo a capire cosa avevo sbagliato: avevo lavorato duro, avevo fatto tutte le cose nella maniera più giusta possibile, ero stato quattro anni al college e mi ero persino laureato. Non riuscivo a capire perché”- dichiara sempre nell’intervista a Yes Network, rivelando quelli che erano stati i suoi primi pensieri dopo la sua esclusione dal Draft 2014. A lui bastava essere scelto, e poco importa se era in lotteria, al primo giro o a fine secondo giro. La sua grande stagione da senior lo aveva illuso, insieme ai tantissimi complimenti dei media e degli addetti ai lavori, ma in sede di Draft le 30 franchigie NBA compiono delle scelte ben precise, e guardano al di là del valore attuale del giocatore. L’età, la duttilità, l’atletismo, il potenziale sono alcuni tra i fattori più importanti che vengono considerati fondamentali nella scelta di un rookie. Avere 24 anni però pesa, e nonostante molti lo considerano NBA Ready per via della sua capacità di essere determinante sia in attacco quanto in difesa, viene scartato perché considerato un giocatore già fatto e finito, con pochi margini di miglioramento: meglio puntare quindi su giocatori misteriosi, acerbi ma in futuro modellabili. Queste sono le meccaniche, ma non vuol dire che siano per forza giuste: basti pensare a giocatori come Ben Wallace, Bruce Bowen, Avery Johnson, Wesley Matthews, bocciati proprio come lui, ma diventati in seguito giocatori importantissimi in NBA. Essere esclusi dal Draft non rappresenta la fine del mondo, anche se all’apparenza può sembrare. Sicuramente è una perdita dal punto di vista monetario – perché se si riuscirà a strappare un contratto da Undrafted, all’inizio non si avranno le stesse garanzie economiche di un rookie qualsiasi – e lo sarà anche dal punto di vista dell’immagine – perché si sarà meno conosciuti e si verrà etichettati con dei pregiudizi difficili da eliminare. “Se non sei una superstar, giocare in NBA significa non sapere quello che ti succederà il giorno dopo. Potrai essere scambiato, tagliato, potrai essere relegato in panchina o fischiato. In un certo senso, tu sei fortunato ad non essere stato scelto, perché significa che sarai già abituato a fare i conti con le avversità. Se fai questo tipo di lavoro, questa merda devi affrontarla comunque, non puoi evitarla” – dice Anthony Morrow in una splendida lettera aperta agli Undrafted su The Players’ Tribune.

I Delaware 87ers, la cosa migliore che potesse capitargli. Eyes on the prize!  www.youtube.com

Vivere con quello che gli americani definiscono chip on the shoulder lo aiuta a non mostrare mai segni di debolezza nonostante le difficoltà. Partecipa alla Summer League 2014 con i Philadelphia 76ers, ma nonostante alcune buone prestazioni non viene considerato all’altezza di ritagliarsi un posto per il training camp. Ci pensano allora i Golden State Warriors pochi giorni prima dell’inizio di regular season, ma la sua avventura nella baia dura pochissimo, perché la franchigia non lo conferma e lo spedisce in D-League, nella loro società affiliata, i Santa Cruz Warriors. La D-League è quel meraviglioso posto in cui Elliot Williams domina incontrastato da anni senza riuscire poi a ripetere le stesse prestazioni ai piani alti. Scherzi a parte, è quella lega di sviluppo che permette a molti giocatori di potersi mettere in mostra per cercare di ottenere un contratto nel campionato di pallacanestro più bello del mondo. Negli ultimi anni le franchigie NBA sembrano essere molto più interessate a questo tipo di competizione: lo testimoniano i tantissimi giocatori che anno dopo anno riescono a farcela, come Hassan Whiteside (fresco di rinnovo in offseason) e Danny Green, diventati pedine importantissime negli scacchieri di due squadre come i Miami Heat e i San Antonio Spurs.

Il nostro coi Warriors meno conosciuti gioca ventidue partite, ma poi viene scambiato ai DelaWare 87ers, insieme a una scelta al primo giro, in cambio di Ronald Roberts e i diritti di Darington Hobson. Le sue prestazioni con questa maglia, e una buona dose di fortuna, sono gli ingredienti fondamentali per realizzare successivamente una storia che ha dell’inverosimile.

“Dovevamo onorare i nostri impegni, così siamo andati alla ricerca di un giocatore che si trovava a poche ore di treno da qui” – dichiara il compianto Flip Saunders poco prima della gara contro i New York Knicks. www.gettyimages.com

Prima di una partita di regular season a marzo, i Minnesota Timberwolves, martoriati dai tantissimi infortuni, si ritrovano a roster solamente sette giocatori sani, uno in meno del limite minimo consentito per disputare una gara. Qualche ora prima del match contro i Knicks, riescono ad accordarsi con l’NBA per utilizzare la granted roster exception per firmare un 16esimo giocatore con un contratto decadale. Con poco tempo a disposizione, Saunders e il suo staff vanno alla ricerca di qualcuno il più vicino possibile all’arena di gioco, il Madison Square Garden, e lo trovano in Sean Kilpatrick. “Nel bel mezzo dell’allenamento coach Baker mi viene vicino e mi dice: giocherai al Garden. L’ho guardato come per dirgli tipo: ma sei pazzo?!” – riferisce ai media. Preso alla sprovvista, e incredulo della notizia ricevuta, prende tutto quello che possiede in quell’istante e lo mette dentro alla sua BMW X3, che ha l’arduo di compito di portarlo a destinazione in fretta e furia. In un’ora e 50 minuti, battendo tutti i record possibili, con la macchina in riserva, arriva finalmente al Madison Square Garden, dove parcheggia il suo bolide di fianco al bus della squadra e lascia le sue chiavi a un membro dello staff, che le lascia poi a sua madre. Durante il viaggio – abbellito da un poliziotto che lo ha fermato per eccesso di velocità, ma che poi lo ha lasciato passare – riesce a procurare i biglietti per la partita a tutta la sua famiglia, che lo vede giocare 10 minuti, sbagliare l’unico tiro provato, raccogliere un rimbalzo, ma soprattutto realizzare il suo sogno di giocare in NBA. La sua avventura con i Timberwolves dura pochissimo, perché dopo i canonici 10 giorni la franchigia decide di non rinnovargli il contratto: nelle quattro partite che disputa, tra cui una epica contro gli Utah Jazz, mette a referto 5.5 punti e 1.5 rimbalzi di media, forse troppo pochi per convincere Minnesota a continuare a credere in lui. Decide quindi di tornare in D-League, ai 87ers, per concludere una annata di alti e bassi, ma comunque positiva.

La stagione successiva vede il nostro illudersi nuovamente in estate, quando i New Orleans Pelicans lo firmano a settembre, con l’intenzione di garantirgli un posto nel roster per la regular season. Gioca cinque partite in preseason ma poi viene tagliato ancora una volta, insieme a Chris Douglas Roberts. Nessuno lo comprende, nessuno intuisce che lui possa competere anche ad alti livelli. Chi crede in lui in questo momento sono solo i Delaware 87ers, che lo riaccolgono a braccia aperte, e lo fanno partire dalla panchina una sola volta su 22, precisamente nel suo debutto contro i Canton Charge, dove realizza 24 punti dalla panchina. Raddoppia la sua media realizzativa in D-League, viaggia a circa 28 punti di media, che non possono passare certo inosservati a chi di dovere.

L’ultima illusione, i Denver Nuggets. www.yahoo.com

A gennaio 2016 i Nuggets decidono quindi di firmarlo con il classico 10-day contract, ma questa volta la situazione sembra essere ben diversa: per la prima volta in carriera, al termine dell’accordo, la franchigia lo riconferma per altri dieci giorni. Il suo fan numero a Denver? Coach Malone, che però decide (a malincuore) di non proporgli un contratto garantito per il resto della stagione, lasciando aperto uno spazio all’interno del proprio roster:“Sono un grande fan di Sean Kilpatrick. Ecco perché alla fine della partita contro i Toronto Raptors ho ordinato a Ed Pickney di dire, ‘Cercate di fare tirare Sean’. Lo abbiamo coinvolto un paio di volte in dei pick-and-roll e lui ha segnato. Questo ragazzo ha fatto tutto quello che gli abbiamo chiesto, e anche di più. Spero che in futuro avremo la chance di lavorare ancora con lui. Lui è tutto quello che stiamo cercando in termini di cultura, carattere e lavoro; inoltre, è un grande compagno di squadra. Ha mostrato a me che lui può stare in NBA. È stato un onore poter lavorare con lui e avere l’opportunità di conoscerlo meglio”. Parole al miele che gli hanno certo fatto strappare un sorriso, e che lo hanno portato ad affrontare con una motivazione in più l’ennesimo fallimento della sua carriera cestistica da professionista. Pochi giorni dopo torna a Delaware, e rappresenta con entusiasmo la Eastern Conference nell’All-Star Game organizzato dalla D-League a Toronto – a fine anno viene poi nominato nell’All-NBA D-League third team. Nonostante le buone prestazioni con i 87ers, le otto mediocri apparizioni con la maglia delle pepite sembrano avergli chiuso le porte per l’NBA, almeno per quest’anno. Invece…

Amato, compreso, finalmente a casa. E con un giorno tutto suo sul calendario... San Patrizio chi?
Amato, compreso, finalmente a casa. E con un giorno tutto suo sul calendario… San Patrizio chi?

Un mese dopo la chiamata dei Denver Nuggets, un’altra franchigia NBA bussa alle porte del nostro protagonista: si tratta dei Brooklyn Nets, che dopo essersi accordati per il buy out con Andrea Bargnani e Joe Johnson, si ritrovano con due posti vacanti all’interno del loro roster. Sean Marks, assunto da soli 10 giorni, fa del miglior marcatore della D-League il suo primo colpo da general manager dei Nets. In una squadra senza particolari ambizioni, ormai fuori dalla corsa per i playoffs e senza scelte al prossimo draft, il nostro riesce a ridare allegria e speranza ad un ambiente che da anni vive di fievoli speranze, proprio come SK. Tony Brown, coach ad interim dopo il licenziamento di Lionel Hollins, si innamora subito dell’etica lavorativa del nativo di Yonkers, e dopo il debutto contro i Los Angeles Lakers, dove scende in campo per 21 minuti e realizza 8 punti, continua a dargli fiducia, come mai nessuno prima d’ora. L’energia messa in campo, e la sua attitudine fuori dal parquet di gioco, hanno fatto di Sean uno dei fan favourite del pubblico del Barclays Center, che forse non aveva mai visto un giocatore così voglioso di vestire la loro maglia nell’ultimo periodo.

Passano dieci giorni e viene confermato, ne passano altri dieci e… il sogno si realizza!

Il sorriso di chi ha dato tutto, e ce l'ha fatta. Via Facebook.
Il sorriso di chi ha dato tutto, e ce l’ha fatta. Via Facebook.

Contratto biennale, totalmente garantito per la stagione successiva. Addio dieci giorni, addio viaggi, addio D-League. Ce l’ha fatta, ce l’abbiamo fatta. Chi ha sempre creduto in lui non ha mai smesso di pensare ad un Kilpatrick relegato a vita in una lega di sviluppo o ad una carriera magari in Europa, nemmeno dopo gli ultimi fallimenti. È riuscito a rifarsi con gli interessi, deliziando tutti nelle sue 23 partite giocate, viaggiando a quasi 14 punti di media con il 90% ai liberi, in 23.2 minuti di impiego a incontro. Quella più bella arriva nel momento migliore possibile, contro gli Charlotte Hornets al Barclays Center, davanti a tutta la sua famiglia: “La mia prima partita in casa da giocatore stipendiato a tutti gli effetti dei Nets è stata speciale. Quando stavo per entrare in campo, pensavo: cosa ha visto Sean Marks che gli altri non hanno visto? Scoppiai a piangere, era inevitabile. Dopo tutto questo lavoro, trovare finalmente casa, trovare qualcuno che finalmente crede in te, qualcuno che vuole continuare a seguirti e a migliorarti sia come giocatore che come uomo… è indescrivibile. Io sono arrivato dal nulla, e voglio far sì che tutti quelli che non conoscano la mia storia sappiano chi hanno di fronte” – racconta a Yes Network, visibilmente emozionato. Parlare di statistiche, di quanto abbia inciso con il suo tiro da fuori e con la sua abilità di segnare dal palleggio, appare riduttivo. Le statistiche avanzate non contano nulla quando vedi un uomo come lui avercela fatta e osservare che, anche fuori dal suo ambito lavorativo, la gente si accorga di lui. La Monster Inc., compagnia americana famosa per i suoi prodotti audio e video, lo mette sotto contratto come testimonial per le sue cuffie; anche And1 fa lo stesso, e gli crea persino un paio di scarpe personalizzate, le SK6, proprio come i più grandi giocatori di pallacanestro. Tramite i suoi canali social (utilizzati con frequenza assidua e ricchi di motivational quotes), informa poi che a breve uscirà anche un app mobile, la Sean Kilpatrick 2.0, dove sarà presente anche il suo libro.

Finalmente ora non sarà più costretto a viaggiare, e potrà godersi un meritato periodo di pace insieme alla sua famiglia, che non dovrà spostarsi più di tanto per raggiungerlo nella sua nuova dimora. Perché alla fine Sean è un ragazzo come tanti, che chiede poco dalla vita: pace, felicità e un posto fisso in NBA. Semplice, no?

Sì, è qui... Via Facebook.

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