Investire nella sconfitta: LeBron Zen

Sono state le finali della definitiva consacrazione di LeBron James per leadership emotiva e tecnica, affrontate, anche nella sconfitta, da vincente vero.

Partendo dal presupposto che parlare di arte cinese del Tai-Chi Chuan al cospetto di un nativo di Akron, Ohio, con quel tipo di esperienza di vita annessa, può risultare inappropriato e a tratti irrispettoso, ma le Finals appena trascorse hanno dimostrato come, alla dimensione trasversale assunta dal suo personaggio, LeBron James abbia maturato un nuovo e migliorato tratto caratteriale fondendo (involontariamente, va detto) il primato del fisico proprio della cultura occidentale con un precetto particolare filosofia orientale, traslato poi sul parquet in alcune specifiche azioni.

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Zero Dark Thirty – Uno dei passi più importanti verso una maggiore consapevolezza interiore è stata l’individuazione della massiccia esposizione mediatica come sovrastruttura slegata dal contesto tecnico, come qualcosa da non assecondare del tutto nel tentativo di compiacere le masse né da ignorare completamente comportandosi in modo da aumentare la pressione che chi gioca a quei livelli è destinato a subire. Da qui il silenzio social, annunciato tramite l’espressione ”Zero Dark Thirty”, ovvero sia una modalità di ”non-comunicazione” che lo aiuta (fin dai tempi del primo anello in maglia Heat) a calarsi appieno nel clima playoff avendo però l’accortezza di informare la folta schiera di internauti. Tutto ciò denota un apprezzabile livello di controllo delle proprie reazioni, imparando dagli errori del passato solo in parte giustificati dal fatto di avere l’occhio di bue puntato addosso fin dall’età dell’adolescenza, affrontando con gentilezza e determinazione lo sguardo di chi controlla con morbosa attenzione ogni suo spasmo muscolare, il più delle volte con la speranza di vederlo fallire, dimenticando lo squilibrio delle notti in bianco trascorse (per sua stessa ammissione) a leggere i commenti sulle sue gesta. Un investimento sulle sconfitte del passato, principio cardine del Tai-Chi relativo alla capacità di manipolare la propria debolezza per convertirla in forza e usarla contro l’avversario.

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Tai-Chase Down – <<Per esempio, la posizione di Lu, o ritirarsi ruotando, insegna allo studente a non resistere o tentare la fuga. Più semplicemente egli, totalmente consapevole del suo avversario, si rilassa. Questo movimento può essere paragonato ai movimenti aggraziati e precisi di un torero. Quando il toro attacca, egli non va incontro frontalmente, poiché questo vorrebbe dire incontro a morte sicura. Né, tantomeno, fugge, poiché il toro lo inseguirebbe fino a incornarlo. Egli semplicemente si ritrae ruotando, permettendo al toro di passare oltre e mantenendo il suo controllo su di lui. Importante notare come la posizione gli permetta di ritirarsi e di trovarsi nella posizione migliore per attaccare il toro che gli passa vicino. Questa abilità di attaccare mentre ci si ritira è conosciuta nel Taoismo come lo Yang in mezzo allo Yin.>> (Jou Tsung Hwa – Il Tao del Tai-Chi Chuan).

La sequenza che porta alle stoppate da dietro di James (in particolare quella mozzafiato su Iguodala a gara 7) è la perfetta incarnazione di questo pensiero: come si diceva prima, accettare ed investire nella sconfitta parziale a metà campo, momento in cui LBJ si lascia superare dall’avversario dandogli appuntamento al ferro, senza forzare un tentativo di rubata o scappare precipitosamente in difesa del ferro, si pone frontale e poi ruota al fine di aggredire ritirandosi.

Ancora Jou Tsung Hwa: <<Alla fine, dopo molti anni di pratica, si potrà avvertire che ogni movimento del Tai-Chi Chuan è un movimento dell’universo. La separazione tra mente, corpo e spirito comincia a scomparire e lo studente di Tai-Chi attinge a uno stato d’unità. Contemporaneamente, il praticante cessa di sentirsi diverso dalle altre persone e dal resto della creazione. All’ultimo, lo studente di Tai-Chi si troverà sulla soglia del mondo quadrimensionale, imparando che la nostra attuale comprensione del tempo è limitata dalla nostra percezione del momento, e diventando consapevole del continuum di passato, presente e futuro.>>

In quel tipo di azione LeBron è al contempo sé e la proiezione di sé, supera il vincolo dell’immediato e proietta l’avversario in una sorta di cono da cui uscirà con una sconfitta che è stata vittoria per la maggior parte del tempo, ma della corrente e limitata concezione di tempo. Ovviamente avere la capacità di coprire 14 metri di campo in cinque o sei passi aiuta, ma il miglioramento dipende dalla consapevolezza interiore e non dalla forza esteriore, non dall’essere anomalia antropologica ma un comune mortale capace di cose straordinarie, dotato di quel tipo di intelligenza che consente di organizzare spazio e tempo al limite della chiaroveggenza.

L’MVP delle finali è, ad oggi, un essere espanso che abbraccia tutti gli angoli del continente non solo come popolarità, ma anche come filosofia, dispiegandosi in una circolarità possibile solo a chi comprende ”lo Yang in mezzo allo Yin”. Da qui a definirlo uomo-Zen ce ne passa, non bisogna dimenticarsi degli alterchi con Draymond Green, dei lunghi minuti di ”Hero Basketball” (dove ha quantomeno condiviso la palla con Irving) e delle concessioni emotive come il pianto liberatorio all’ultima sirena di gara 7; ma è pur sempre un uomo di Akron, un punto fermo nella storia di Cleveland e uno dei pochi che può spiegare cosa significhi essere profeti in patria.

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