Kawhi Leonard, il duro lavoro e il gioco del silenzio

Kawhi Leonard, il duro lavoro e il gioco del silenzio

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14.7 punti, 11.1 rimbalzi per partita durante le NBA finals 2013 contro i Miami Heat, giocando in generale una serie da veterano alla propria stagione da Sophmore (anche se il libero di Gara 6 lo terrà sveglio ancora per qualche giorno, settimana): come per Curry e George, questi Playoff sono stati una preziosa vetrina per Kawhi Leonard, Ala Piccola classe ’91 dei San Antonio Spurs. Soldi, bella vita, la gratificazione di saper fare bene quello che ti piace fare; dando uno sguardo approssimato alla sua vita si direbbe che Kawhi è stato baciato dalla Dea Bendata. Ma, andando nel dettaglio, si capisce quanto sia superficiale ed errata una simile visione: il 18 Gennaio 2008, nel suo autolavaggio di Compton, California, Mark Leonard, padre di Kawhi, viene ucciso a colpi di pistola. Kawhi, allora sedicenne, subisce il trauma più grande che un ragazzo possa incontrare, ma il giorno seguente scende comunque in campo per la sua High Scool (Martin Luther King) e, alla fine della partita, piange tra le braccia di sua madre. La scena è tra le più commoventi e spiega più di mille parole la pasta di cui il ragazzo è fatto: antepone la sua etica di durissimo lavoro ai suoi sentimenti e le sue emozioni, anche nei momenti più critici della propria vita. Eredità, questa, lasciatagli proprio dal padre (oltre al nome, scelto per avere un qualche cosa che suonasse come Hawaiano); l’abnegazione verso il duro lavoro. “Se la macchina che Kawhi stava lavando non risultava essere così pulita da poterci mangiare sopra gli spaghetti, gliel’avrebbe fatta lavare di nuovo” dice Kim Robertson, madre di Kawhi, nel parlare del figlio durante le NBA Finals. Questa “impronta” su di lui lasciata dal padre gli tornerà molto utile nella sua “vita professionale”: si dichiara eleggibile dopo il suo secondo anno a San Diego State come un prospetto da metà primo giro, e, nel giro di poche settimane di Workouts, si guadagna una reputazione da “Top 10 prospect” e qui entrano in gioco i San Antonio Spurs; i Pacers volevano George Hill, e la franchigia Texana sarebbe stata disposta a lasciarlo andare se alla 15esima scelta del primo giro “Ci fosse ancora stato un giocatore che piaceva loro”. E così è stato: i Pacers mandano Kawhi (più i diritti per Lorbek e la scelta 45) a San Antonio per avere in cambio George Hill, in uno scambio che convince entrambe le parti.
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Nell’anno da Rookie (come da copione con Pop) Leonard assaggia l’NBA gradualmente, anche se di rado Gregg ha fatto giocare un Rookie tanto quanto Kawhi, ma le cifre del ragazzo sono buone, e Popo viene impressionato in maniera positiva dall’attitudine del ragazzo a lavorare e dalla sua figura “silenziosa” in campo e fuori. Difensore sopra la media e attaccante da non sottovalutare. La difesa è facilitata da braccia lunghissime e mani enormi, il ball handling è buono e salta da atleta vero (grande rimbalzista e schiacciatore, Mike Miller confermerebbe), l’unica “pecca” del suo gioco sono i tiri dal perimetro (fuori dall’angolo dove è piuttosto affidabile), abilità nella quale può comunque migliorare molto (e lo farà, dice nulla LBJ?). Il primo anno termina con il quarto posto nella classifica dei giocatori del primo anno. Pop è convinto, e nella sua seconda stagione ritaglia a Leonard un ruolo più importante, con conseguente impatto sul minutaggio: il ragazzo risponde con i fatti. Le cifre migliorano come previsto e gli Spurs ne beneficiano molto: secondo miglior record a Ovest, accoppiamento con i Lakers privi di Kobe Bryant. La serie risulta quasi una formalità e i Lacustri vengono spediti a casa con un 4-0 semplice e mai in discussione; poi si arriva ad affrontare la mina vagante di questa Postseason, i Warriors di Steph Curry, e qui il potenziale difensivo di Kawhi risulta messo alla prova e fondamentale per riuscire a sbarazzarsi in 6 gare di Golden State. Si arriva in Finale di Conference con una delle squadre più accreditate a battere gli Spurs: i Grizzlies e il loro devastante reparto lunghi. Niente da fare, secondo sweep e gli Spurs guadagnano le finali contro i campioni uscenti, i Miami Heat. Ed è proprio in questo palcoscenico che si consacra il giovane Kawhi: rende la vita di LeBron più difficile di quanto qualsiasi altro abbia potuto fare, mette in qualche modo in discussione l’onnipotenza dell’MVP, condendo il tutto con fondamentali doppie doppie, e con quelle piccole cose (specialmente in difesa, ma anche a rimbalzo d’attacco) che non vanno a referto, ma aiutano la tua squadra in maniera determinante. Il tutto fatto in silenzio, senza parlare né tradire emozioni. Il paragone con Duncan (non tecnico, ma per l’importanza per le piccole cose che fa e il silenzio con cui le fa) non è poi così azzardato? Popovich ha recentemente dichiarato “Non so quanto sia la fiducia (in se stesso) di Kawhi, perché non ha mai parlato con me”. Una figura da “antidivo”, che non parla molto con i media, ma fa parlare per sé i fatti, segnato da una tragedia personale in gioventù: ricorda qualcuno, rimanendo sempre in casa Spurs? Probabilmente si, e vedremo se, col passare degli anni, Kawhi riuscirà a rendere più “reale” questo paragone e, di conseguenza, a guidare l’epoca “post Big Three” all’Alamo.

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