Kevin, Kobe e Tim: si chiude un ventennio da paura

Kevin, Kobe e Tim: si chiude un ventennio da paura

Dopo Kobe Bryant e Tim Duncan, la NBA dovrà rinunciare anche al carisma di Kevin Garnett.

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Il 2016 sarà per sempre ricordato come l’anno della nostalgia.

Dopo il “Farewell tour” del Black Mamba ed il ritiro in punta di piedi di Timoteo, anche Kevin Garnett dice basta.
Nonostante antipatie varie, risulta impossibile non subire il contraccolpo di questi addii per i fan della NBA.
I tre fenomeni si ritrovano per la prima volta nella stagione ’97-’98 quando KG inizia la sua terza stagione, Kobe la seconda e Tim viene scelto dai San Antonio Spurs con la prima scelta assoluta. L’inizio di un’era fantastica, ricca di scontri al vertice e, come detto sopra, oggi più che mai, nostalgica.

Quell’anno sua maestà MJ conquista l’ennesimo titolo NBA battendo per 4-2 gli Utah Jazz insieme ai suoi Chicago Bulls, prima di passare il testimone a questi tre giovani davvero promettenti.
Da quell’istante in poi sarà strage di vittorie e soprattutto strage di cuori per i tre fenomeni: 11 anelli NBA nelle seguenti 18 stagioni, 48 convocazioni all’All-Star Game, 86.210 punti messi a referto ed inquantificabili emozioni regalate agli appassionati di pallacanestro.
Per carità, l’inizio del nuovo millennio porta anche e soprattutto la firma di Shaquille O’Neal, di Allen Iverson, di Vince Carter e via dicendo, ma i ragazzini impazziscono per questi giovani già vincenti (nel caso di Kobe e Tim) ed incredibilmente entusiasmanti.
Tre personalità decisamente diverse, ma non per questo diversamente vincenti.
Kobe ringhia e riesce quasi ad ‘intimidire’ Shaq, dimostrando tutta la sua mentalità vincente ed una sorprendente esperienza vista l’età unita alla capacità di controllo del match che appartiene solo ai più grandi.
Tim domina silenziosamente, come farà per il resto della sua carriera, macina record e vittorie componendo prima una delle coppie di lunghi più concrete degli ultimi anni con Robinson, poi il trio delle meraviglie con Ginobili e Parker, il più vincente di sempre.
Kevin ha una cattiveria agonistica che intimidisce gli avversari, anzi, che prende il controllo della loro mente. Perché quando “The Big Ticket” tira fuori gli artigli, lo fa non solo mettendoti in difficoltà con le parole, ma mettendoti K.O. con giocate inarrestabili, facendo sì che le speranze dell’avversario si affievoliscano con il passare dei secondi.

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Tra loro tre KG è stato di gran lunga il meno vincente, un po’ per l’amore incontrastato verso i Minnesota Timberwolves, un po’ perché se mettiamo da parte l’esperienza vincente con i Celtics, non ha mai fatto parte di una squadra che potesse puntare all’anello.
Ma le storie più belle dello sport non sono per forza legate alle vittorie, l’amore e la passione per il gioco, vanno oltre l’anello NBA.
Le vittorie restano, è vero, ma nell’immaginario dei tifosi rimangono soprattutto quelle urla, quelle gioie e quelle delusioni che soltanto i Campioni con la ‘C’ maiuscola sono capaci di regalare.
Garnett, così come Kobe e Tim, ha segnato un’era cestistica, ha fatto innamorare moltissimi tifosi di tutte le età, ha segnato un periodo della vita di ciascun appassionato, accompagnandolo magari dall’adolescenza all’essere padre di famiglia, sempre con la stessa voglia di vederlo giocare, stupirsi ogni volta, ed applaudirlo.
La nostalgia fa e farà sempre parte dello sport, ci emozioneremo quando Nowitzki, Wade e James (altri fenomeni che nell’ultimo ventennio qualcosina l’hanno fatta…) appenderanno gli scarpini al chiodo. Oggi però è più difficile, perché quando tre leggende si ritirano nello stesso anno, lasciano un vuoto difficilmente colmabile.

Thank you guys!

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