Kobe Bryant, la prima sala stampa dopo l’addio: “Io amo il basket, ma non ne sono più ossessionato”

Kobe Bryant, la prima sala stampa dopo l’addio: “Io amo il basket, ma non ne sono più ossessionato”

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nba.com

La notizia era nell’aria da tempo, già da prima che la regular season NBA avesse inizio, ma solo ora è ufficiale: Kobe Bryant si ritirerà alla fine di questa stagione.

La stella dei Lakers ha annunciato la sua decisione poche ore fa, nel cuore della notte italiana, con una toccante lettera intitolata “Dear Basketball”, sul sito Players’ Tribune, un’altra occasione di riflessione sulla sua scelta è arrivata nel post-gara di Lakers – Pacers, un match che è questi metafora di quanto il suo talento sia quello di sempre, pulito, limpido, forte, ma non il suo fisico: Los Angeles sconfitta 103-107, la 14ma della stagione, eppure a 11 secondi dalla fine una sua tripla del -1 scatena il boato, l’ovazione dello Staples Center, sulle ali dell’entusiasmo dopo una lunga e dura rimonta da -18. Ma dopo i liberi di George per il +3, il Mamba non riesce a rispondere, con un airball dall’arco che dice tutto sul suo momento, ci ricorda perché per Kobe – 13 stanotte in 33′ con 4/20 dal campo – sia arrivato il momento di smettere.

Dopo la doccia, il n.24 arriva in sala stampa: ecco il resoconto un momento comunque storico, nella storia della pallacanestro.

Come sei arrivato alla decisione annunciata questa domenica?
“Mi facevo da tempo una semplice domanda, e questa domanda mi ha martellato la testa negli ultimi tre giorni: si può continuare a giocare così? La risposta è stata no. Ho dovuto accettare il fatto che non volevo più giocare, e anche per questo mi ci è voluto un po’ di tempo per capirlo, ma ora è così: volevo solo far sapere a tutti di questo peso, che purtroppo ho sulle mie spalle e nel mio cuore. La mia mente è sempre stata rivolta al basket, sempre, ma diversamente dal passato, un primo indicatore è stato proprio che non ne ero più ossessionato: sottolineo quindi che non ho preso una decisione del genere sulla base di circostanze esterne, perché doveva essere ed è una decisione personale. Ne avevo parlato già quest’estate con Michael (Jordan, ndr), mi aveva detto di godermela se davvero si trattava dell’ultima stagione, ho sentito anche coach Jackson: lui mi ha consigliato di segmentare la stagione in parti, di vivere partita dopo partita, continuando a dare il meglio di me stesso per aiutare e  insegnare agli altri giocatori. Sapevo poi che prima dell’inizio del training camp  era arrivato il momento, ma c’era ancora un ‘vediamo’, e si può dire che ho aspettato, per capire cosa e quanto potevo dare alla squadra”.

Come ti sei sentito prima di scendere in campo contro Indiana ?
“Mi sentivo bene quando sono arrivato in campo, in pace con me stesso. Ero un po’ provato, questo sì, ma non necessariamente nervoso: del resto per noi era la seconda partita in due giorni”.

Come pensate di vivere questa stagione, anche alla luce della tua decisione?
“Io mi sento veramente in pace con me stesso, voglio ribadirlo, e della mia esperienza ho apprezzato tutto, anche le stagioni difficili che ho vissuto e che abbiamo vissuto. Anche in questo ho imparato molto stando qui, indossando questa maglia: spero lo capiscano anche gli altri, per conto mio posso assicurare che ho dato tutto, non c’era più nulla che potessi fare, e in questa stagione lavorerò molto duramente come sempre. Certo, ho lavorato duramente anche per tornare dopo gli infortuni, e guardando dietro di me so di aver fatto tanta strada prima di tornare in campo: quando mi alzo in piedi mi sento orgoglioso di me stesso. Ora gioco da schifo? Io dico solo che faccio trattamenti quotidiani, mi metto il ghiaccio,  sto facendo tutto il possibile. Cercherò di non giocare più così male, e farò di tutto per riuscirci”.

Ti aspetti un grande tour di addio?
“Per me, dato il rispetto che ho avuto per tutti i tifosi, si tratterà semplicemente di giocare per ringraziarli, e mi basterà semplicemente che il mio rispetto nei loro confronti venga ricambiato. I tifosi nella mia carriera sono sempre stati un grande stimolo,la lettera che ho scritto per loro non è sufficiente a fare loro giustizia di tutto quello che hanno fatto per me”.

Hai segnato la storia di Los Angeles Lakers, assieme Magic Johnson, uno che come te non ha mai lasciato questa squadra.
“Il semplice fatto di essere accostato a uno come Magic è già tutto per me. Prima di essere un giocatore ero un grande fan dei Lakers, e quando ho indossato questa maglia ne sentivo tutto il peso, proprio perché sapevo di trovarmi nella squadra dei miei sogni, la squadra dei miei idoli. Oggi però sono anche un fan sfegatatato di Los Angeles: sono cresciuto in questa città e con questi tifosi, sono loro la mia casa”.

E il tuo futuro? C’è anche Rio nel tuo futuro?
“Sarei felice di esserci, sarebbe fantastico per me, ma non è un’ossessione. Mi sento bene ed entusiasta, io poi so cosa voglio fare dopo: mi ci sono voluti quindici anni per trovare le risposte alle domande che mi sono fatto, per fortuna abbastanza presto. Vero infatti che sono nato per giocare a basket, ed è sempre stata la cosa più facile per me, ma di contro sono in tanti a non sapere cosa fare dopo.  Quando avevo 21 anni ho avuto la possibilità di avere una discussione con Giorgio Armani. Per curiosità ho iniziato a fargli domande sulla sua attività. Ha detto che aveva iniziato 40 anni. Poi ho pensato: “Io probabilmente posso giocare fino a 35 anni, ma dopo? Che cosa farò della mia vita? “. Ci sono voluti quindici anni per trovare le risposte: la narrazione, il racconto, la possibilità di realizzare documentari. Mi sono reso conto che c’era una fiamma in me per educare, essere creativi,  assemblare i pezzi di un puzzle e raccontare storie che mi ispirano. Questo vorrei fare da grande”.

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