Kobe Bryant, l’umanità di saper dire “basta”

Kobe Bryant, l’umanità di saper dire “basta”

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Ciao Kobe. E grazie || fansided.com
Le età nella NBA si nominano sulla base dei grandi giocatori che le hanno dominate, come nell’Impero Romano. All’inizio fu Joe Fulks, il cannoniere dei Warriors. Poi venne Mikan, lo spilungone che riscrisse le regole dei lunghi. Poi il duopolio Russell-Chamberlain. Negli anni ’70, il medioevo di un’età senza dominatori, in cui squadre non memorabili si giocavano il titolo. Gli anni ’80 furono segnati da Magic e Larry, i ’90 da Michael, il primo decennio del nuovo secolo da Kobe Bryant. Nell’elenco qui sopra mancano grandissimi nomi. Manca Jabbar. Mancano Oscar Robertson, Doctor J, Tim Duncan. Manca Wade. Perché non basta essere un grandissimo giocatore, né vincere, per dominare un periodo. Occorre una qualità più sottile, simile a quella del principe machiavelliano, che unisca all’abilità in campo, la capacità di assorbire la grandezza e restituirla senza che tremino le mani. Occorre saper leggere nelle trame del potere della lega, e accettare che, dai contratti principeschi, discenda anche la responsabilità del pallone decisivo, delle critiche di ogni singola azione, degli errori dei compagni, e che tutta una stagione venga letta nello specchio deformato della tua personalità, marchiando un periodo di anni con la tua sola presenza.
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Kobe è stato tutto questo. Quanto piacere e quanta sofferenza ci sia stata, lo sanno solo lui, Michael, Magic e Larry e gli altri di sopra. Ci sarà del piacere in tutta questa fatica, il piacere di un conto in banca fatto di un numero di zeri esageratamente alto, dell’adorazione delle folle e delle grida di palazzetti che inveiscono contro la tua abilità, della rabbia di avversari battuti per l’ennesima volta. C’è una forza mentale enorme, soprattutto. La dedizione all’altare del basket ogni singolo giorno, l’analisi, imparare sempre, ascoltare, studiare, aggiungere ogni anno un’arma al tuo arsenale per essere ancora più immarcabile. Un anno, Kobe ha passato un paio di settimane con Olajuwon per imparare i suoi movimenti in post basso. Nel suo libro sulla stagione ai Lakers, Ettore Messina ricorda che una sera gli fece giocare uno schema che faceva alla Virtus con Ginobili, e Kobe sull’aereo glielo disse, facendogli capire che lui lo aveva già studiato, era già arrivato dove volevano farlo arrivare. Non si giocano 20 anni nella lega più dura del mondo, come un catalizzatore di tutte le emozioni possibili, se non si possiedono queste doti. E in questo Kobe è stato quanto di più somigliante al suo predecessore, Michael Jordan, se possibile con ancora un grado in più di competenza tecnica, che doveva compensare un centesimo di forza fisica in meno. Sarà una certa apertura mentale dovuta all’infanzia in Italia, quella lingua imparata e tenuta dentro per dire certe cose che non voleva la gente capisse. Sarà quella voglia che lo portò a saltare dal liceo alla NBA, come se sapesse che era già grande abbastanza, che non aveva bisogno di anni noiosissimi nella NCAA a imparare il basket dei bambini. Jerry West lo capì, è uno che con la grandezza ha sempre avuto un buon rapporto, e lo portò nella sua casa, quella che lui, se proprio non costruì, come Babe Ruth con gli Yankees di baseball, almeno contribuì a spolverare e ridare lustro con cinque titoli.
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Poi, le cose tecniche le vedremo. I dettagli dei contratti da chiudere, l’azienda del suo nome da portare avanti, non si chiudono i battenti per cosette come un ritiro, saranno robe da avvocati. Kobe si godrà il tour dell’addio, roba che volevamo fargli perché era ora, eravamo stufi di vederlo crossare su tiri da tre contro difensori che, nei giorni belli, gli avrebbero a malapena preso il numero di targa. Kobe se ne andrà perché la vita è così, le cose finiscono e se finiscono troppo tardi finiscono male. Kobe ha giocato più di quel che doveva, la bestia interiore non la sfami facilmente, quella che ti fa sentire ancora il migliore. Se fosse andato avanti, quella bestia non l’avrebbe più rispettata nessuno e lui non poteva sopportarlo. Ora, resterà LeBron. L’età di James è cominciata già da qualche anno. Kobe ha provato a opporsi, ce l’ha messa tutta. Wade è stato più furbo, si è alleato con LeBron e ha vinto ancora. Per Kobe non era possibile accettare che qualcuno lo oscurasse e accelerasse la sua eclissi. La casa dei Lakers è la sua casa e non si subaffitta a nessuno, con il rischio che l’affittuario ti cacci fuori casa.
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È che la gente come Kobe non marchia solo un’età cestistica. Kobe è l’adolescenza di un’intera generazione, come lo è stato Michael, come lo sono stati Magic e Larry. Abbiamo fatto l’amore durante le loro finali, abbiamo litigato con i nostri genitori, dormito fuori le prime volte, ci siamo ubriacati la sera degli 81 punti. Quelli dopo Kobe (e parliamo già di “dopo”…) si sono appassionati a LeBron, quelli ancora dopo a Steph. Le età si susseguono senza che possiamo fermarle, come la nostra vita. Ci mancheranno perché ci manca la giovinezza, ma non lo sappiamo ancora. Non finisce il mondo, finisce una parte della nostra vita e ne comincia un’altra, come per Kobe. Non ci sarà più la sua faccia sicura, il suo sguardo che promette di toglierci dalle difficoltà, la sicurezza che, nel momento difficile, non saremo noi a sobbarcarci il tiro decisivo, ma ci sarà un altro a farlo per noi. Kobe che si ritira getta la palla nella nostra metà campo. Non è l’NBA che non sarà più la stessa, ma noi che non lo saremo più. Smetteremo di essere ragazzi per diventare uomini, senza più scuse per le nostre debolezze, sapendo ormai quello che dovevamo sapere, pronti ad andare dove pensavamo che solo quelli come lui potessero andare. Il basket andrà avanti, anche se noi avremo la certezza che quello “di una volta”, come dicevano i nostri vecchi, “era un’altra cosa”. Ma noi saremo da un’altra parte con la nostra vita, a guardare da dietro uno spiraglio i nuovi che avanzano, a giocare qualcosa di diverso, in cui noi non potremmo essere perché, come Kobe, non ci arriviamo più. Il che non deve dispiacere, perché è così che va avanti da un sacco di tempo, e al tempo di noi non importa molto.

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