Kobe Bryant: più grande lui, o più piccoli gli altri?

Kobe Bryant: più grande lui, o più piccoli gli altri?

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  I Lakers sono sopra di 5 e con possesso, 1 minuto e 20 secondi dalla fine. Il pallone passa dalle mani di Clarkson a quelle di Lou Williams, che gioca un pick ‘n roll con Bass; quest’ultimo taglia bene, riceve sotto canestro e subisce il fallo di un avversario. Nel frattempo Kobe Bryant, che nell’azione precedente aveva infilato proprio la tripla del +5, osserva la scena dal lato debole, a circa 7/8 metri dal canestro, senza mai prender parte direttamente all’azione. Ma tutt’intorno a lui, riecheggia il coro: “Kobe! Kobe!”. Niente di straordinario, se non fosse che ci si trova al TD Garden di Boston, e sono i tifosi dei Celtics che inneggiano al 24 gialloviola, mentre i biancoverdi stanno rischiando di uscire sconfitti da una partita contro gli odiati losangelini.     In quest’azione rischia di condensarsi una stagione, se non addirittura un’epoca di NBA in toto. Da quando Kobe ha annunciato il suo ritiro prossimo venturo, i calendari di migliaia di tifosi di basket americani (e non solo) si sono riempiti di circoletti rossi: l’ultima visita del 24 nell’arena vicino a casa tua è diventata infatti un evento nell’evento a cui non si può mancare. D’altronde Bryant l’avrà studiata a tavolino, un ego come il suo non poteva farsi sfuggire occasione per far parlare di sé da novembre ad aprile.
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Ciò che fa specie però è la reazione dei tifosi: chi di noi ha passato le 40 primavere difficilmente avrebbe potuto sentire, con la partita ancora in gioco e Larry Bird in campo, un coro per Magic Johnson proveniente dai tifosi alla sua ultima gara al Garden. Diciamolo pure, sarebbe stato impossibile. Finita la partita sarebbe venuto giù il palazzetto dagli applausi per l’avversario di mille battaglie, ma durante la partita i fan dei Celtics l’avrebbero inondato di fischi, come e più di tutte le altre volte. Non vogliamo annoiare col solito ritornello secondo cui “non c’è più l’NBA di una volta”, semplicemente il ritiro di Kobe Bryant ha scoperchiato la pochezza di parte di questa NBA. Tanti, troppi sono quei tifosi che vanno al palazzetto per vedere in azione ravvicinata il fenomeno avversario piuttosto che per seguire i beniamini locali, e se la cultura sportiva degli americani è (e si presume, sarà per lungo tempo) avanti anni luce rispetto alla nostra, in questo modo gli statunitensi stanno rischiando di andare troppo oltre, perdendo il concetto di sfida in nome della sportività. Onorare l’avversario è senz’altro opera nobile, ma quando di fronte a un colosso come Kobe Bryant ci si trova piccoli e indifesi (vedi il caso dei Celtics di quest’anno, con una stagione a cui hanno poco da chiedere), l’istinto erroneo potrebbe essere quello di salire subito sul carro del Campione.

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