L’NBA dei nostri figli

L’NBA dei nostri figli

Quelli che vedete nella foto, a prima vista potrebbero sembrarvi dei semplicissimi e innocui bambini, ma se li osservate bene o li immaginate con una palla a spicchi in mano potreste accorgervi che non è così, che hanno qualcosa di vagamente familiare. Si perché, pur non avendo ancora i denti da latte, questi bambini sono già detentori di un patrimonio non indifferente. E non parlo di patrimonio in termini monetari (anche se…), ma di genetica. Esatto, genetica. Quella cosa che spiega perché se tua madre è bella e tuo padre no, tu sicuro assomiglierai a tuo padre. Ecco, se questi bambini dovessero avere la fortuna di prendere i geni dei padri, potrebbero un giorno vedere una loro canotta appesa al soffitto di un’arena. Prendiamo per esempio il primo in alto a sinistra (ormai 16 enne) . I geni di quel bambino parlano chiarissimo, per non parlare del look. Lui è uno di quelli che potrebbe tranquillamente non presentarsi agli allenamenti e andare direttamente alle partite. (Practice?? We’re talkin’ about practice??) Non aggiungo altro perché credo abbiate capito tutti di chi si tratta, se così non fosse smettete di leggere e abbassate la testa in segno di vergogna. Se vi state domandando ‘Chissà se seguirà le orme del padre’, The Answer is ‘YES’. In una recente intervista infatti proprio il suo vecchio ha detto che Allen Deuce Iverson II (Nome altisonante, sì. E non tanto per il numero romano alla fine) è già in fissa con il basket ed è anche più bravo di lui di quando aveva 17 anni. Per carità, vero che ogni scarrafone è bello a mamma sua, ma con dei geni così sinceramente non abbiamo difficoltà a crederci. Passando alla foto in basso a sinistra, quello che auguro invece a quel bambino è che possa prendere tutta l’imprevedibilità del padre giocatore ma non il suo Swag, anche se a giudicare dal look nella foto siamo già sulla cattiva strada. Lo scricciolo che vedete in alto a destra ne ha ancora parecchia di strada da fare ma il padre ha già dichiarato che vorrebbe vederlo giocare a baseball. Solo il tempo ci dirà la Verità. (…) Quella che vedete nella foto è comunque solo una piccola parte di ciò che potrebbe un giorno diventare l’NBA dei nostri figli, nel frattempo però possiamo già vederli in azione, mentre cercano di rubare la scena ai padri durante le conferenze stampa post partita. Il caso che ha fatto più discutere in questi giorni è stato proprio quello di Riley Curry, figlia di quel cecchino dagli occhi di ghiaccio dei Warriors. Che proprio martedì notte, dopo essersi preso 34 punti e la vittoria di gara 1 contro Houston, ha deciso di lasciare un po’ di attenzione mediatica anche per la figlia, portandosela al tavolo dei grandi in conferenza. Dopo aver visto quell’intervista almeno 4 volte non so voi, ma non sappiamo ancora cosa abbia risposto Steph alle domande dei giornalisti. Ed è proprio qui il problema, alcuni giornalisti non hanno preso poi la cosa molto bene. Personalmente condivido in pieno il pensiero espresso da Riley ‘BOOOOORING’(sbadigliando). Solite domande, solite risposte.

syracuse.com
Perfino TJ Kidd (adesso 16 enne) ha espresso la sua opinione al riguardo ‘Sono così deluso di vedere tutti questi commenti negativi sulla decisione di Curry di portare la figlia in conferenza. Quei momenti per me erano così speciali e importanti. Mio padre era sempre lontano per lavoro e quindi quando tornava casa gli stavo appiccicato. #PrimaLaFamiglia#NonMetteteviTraUnUomoESuoFiglio’
jasonkidd.com
È vero che i giornalisti sono lì per fare il loro sporco lavoro ecc…ma guardate questi bambini dai, alcune volte sono davvero carini da vedere altre sono incredibilmente ADORABILI. Brian Windhorst (ESPN) è stato comunque categorico: ha dichiarato la sua impopolare posizione a riguardo, ossia voler bandire la presenza dei bambini nelle conferenze. Il giornalista ha spiegato che non ha nessun problema a dividere l’attenzione del giocatore tra giornalisti e affetti durante la RS o l’ASG weekend, ma non dopo una gara 1 di playoff. E noi in effetti non possiamo biasimarlo. A costo di essere etichettato come il Grinch di turno, vuole tutelare il suo lavoro. Che consiste nel ‘battere il ferro finché è caldo’ nel post partita. E nulla può disincentivare di più un giornalista a chiedere ad un giocatore che magari ha fallito in partita le motivazioni, come avere gli occhioni dolci del figlio puntati contro. Noi personalmente rispettiamo il suo pensiero ma non sappiamoo se siamo pronti a rinunciare a vedere questo lato umano dei giocatori per assistere alle solite noiose domande notte dopo notte. Voi sì?

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