L’’ultimo capodanno

L’’ultimo capodanno

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https://filmsphotoartetc.files.wordpress.com  A differenza dell’opera cinematografica di Marco Risi, dove all’interno di una cornice statica quale un condominio romano si sviluppavano storie di ordinaria follia messe in scena da personaggi diretti all’esaurimento (inteso come definizione ultima e insuperabile di carattere), il sistema basket targato NBA è ben lontano dal vedere delineati i propri confini, visto il periodo di profonda trasformazione che sta attraversando in termini di filosofie e centri di potere. Si tratta di un’evoluzione i cui principi cardine risultano difficili da decodificare, forse anche da accettare, per la gioia di quella sadica eminenza grigia che gettò il seme del caos con l’introduzione del punto in più come premio per un canestro dalla lunga distanza e che qualche decennio dopo vede maturare i frutti dei suoi sforzi. A oggi i migliori interpreti del gioco sono quelli che meglio riescono a dominare quel caos, conferendo a esso forma e dimensioni umane, sprigionandolo talvolta in tutta la sua ancestrale potenza.

Il titano Kronos in una delle sue più recenti raffigurazioni – Taringa.net

FACING KRONOS – Il pathos che accompagna l’imminente emissione di un verdetto, nella fattispecie lo scadere di un cronometro, il tremito nervoso di un conto alla rovescia e il sollievo o la stanchezza  post scarica di adrenalina sono tra gli elementi che accomunano il capodanno e il basket cui eravamo abituati. Si trattava di un crescendo non dissimile da un percorso spirituale di stampo letterario, condensato per prescrizione in 24 secondi, dove l’eroe si ritrovava a decidere delle sue sorti e di quelle dei suoi prodi compagni alla fine di un percorso dove, ad armi pari, l’opera costruttiva dell’attacco, a volte poco fluida e un po’ pedissequa, si scontrava con quella distruttiva della difesa, con il tempo a fare da arbitro retto ed imparziale. Qualche solone o qualcun altro dalle facili noie poteva obiettare sulla scarsa dinamicità e movimento dell’azione, ma questo senso d’urgenza relativo alla singola azione, inglobato in quello dell’intera partita, creava uno spettacolo degno manifesto ideologico del realismo, duro e temprante, indigesto solo per chi a forza si circoscrive in un interno comodo e rassicurante, come un appartamento in un normale condominio. L’odierna concezione del gioco aggira l’ostacolo tempo, quasi se ne fa beffe, fonde come in un rogo quello che è e quello che sarà, in un tripudio di velocità ed esplosività, delizia chi preferisce i fuochi d’artificio alla spasmodica attesa, esibisce in un breve lasso cronometrico il triplo degli eventi che accadevano sul parquet nello stesso arco temporale fino a qualche anno fa. Brucia vivo chiunque si faccia trovare impreparato “all’incrocio dei venti”, e lo fa con la faccia pulita tipo Disney di chi agisce per dispetto, espressione sbarazzina tipica del 30 in maglia Warriors, volto copertina del basket attuale. Spodesta i Re con un colpo di mano, come dimostrato nelle Finals 2015, con un LeBron James in versione “Isola nella Corrente”. Tutto questo fa sì che la pallacanestro ad oggi risulti uno degli sport di squadra in cui l’azione si sposta più velocemente da una metà campo all’altra, aspetto peculiare degli sport individuali, e questo comporta che si vada più spesso “fuori giri”, come in uno scambio tennistico in cui i due contendenti tirano a tutto braccio.

Appuntamento al ferro tra Green e Mozgov – Sportlive.it

IL CONTATTO – Costante universale della vecchia corrente era il contatto fisico. La pallacanestro, in particolar modo nella sua versione a stelle e strisce, è uno sport di contatto, e la precedente visione del gioco presupponeva che, come logica vuole, l’entità degli scontri aumentasse in prossimità della meta, ovvero sotto canestro, e la generazione di quello stallo da cui tutto poteva accadere era facilitata dai ritmi con cui si arrivava in quell’area del campo: che si trattasse di un lungo intento a sgomitare per un rimbalzo o a palleggiare di potenza per avvicinarsi al ferro, altrimenti ancora di un penetratore in cerca di fortuna, il tutto accadeva con un avversario già comodamente in possibilità di difendere o perlomeno con poco spazio da coprire prima di ostruire la strada a chi attaccava, e la pluralità delle collisioni restava all’interno dello spirito del gioco. I ritmi forsennati di gara, con una difesa costretta a inseguire più che a limitare, rendono l’elemento contatto sempre più raro, e comunque concentrato in fase pick&roll, vero crocevia della dialettica attacco-difesa moderna, sempre più linea di scrimmage del tipo NFL, unico momento buono per mettere pressione prima che l’attacco decolli ed implicano, invece, incontri al ferro sempre più borderline, generando incidenti che mettono a serio rischio l’incolumità degli atleti e, se non a qualche fanatico delle corse NASCAR, a chi può far piacere tutto ciò? L’interpretazione più singolare di contatto, nelle scorse finali, l’ha sicuramente offerta uno che può essere definito il ponte tra le due ere, quel Draymond Green dotato di quelle caratteristiche tecniche che ne fanno la personificazione del lungo moderno, ma anche di quel carattere selvaggio proprio della giungla che rispondeva al nome di pitturato NBA: ebbene molti ricorderanno la testardaggine del 23 nell’infrangersi contro Mozgov una volta ricevuta palla a seguito del canonico pick&roll centrale con Curry. Premettendo che fosse una scelta sbagliata, c’era qualcosa di genuinamente umano nel voler affermare una superiorità muscolare, come a mandare un messaggio ai compagni e al mondo intero incentrato sull’idea di non trionfare solo girando intorno agli avversari, ma anche accettando e vincendo lo scontro fisico. Siccome l’orgoglio difficilmente è foriero di successi, pian piano Green ha dovuto limare questi spigoli e ritornare ingranaggio fondamentale della macchina perfetta di Golden State, certificato dalla presenza fissa tra i primi 10 assistmen della lega.

”La città che sale” di Umberto Boccioni, rappresentazione visiva di velocità e dinamismo – Pinterest.com

FUTURISMO – Marinetti, Boccioni, Lang sorriderebbero nel vedere quanto il futurismo sia avanti nell’accesa sfida al realismo che ha caratterizzato larga parte del secolo scorso, in questo nuovo che fa da overtime. Il concetto di velocità che pervadeva la loro arte lo si può ritrovare in questo periodo cestistico, laddove l’esigenza di fornire un prodotto accessibile su vasta scala e in modo continuativo si sta riflettendo nello specifico tecnico in una smania di vedere partite, tante e spesso, di tirare presto e da lontano e di ‘’simultanare’’ metodo ed esito. Poco importa se sempre più sovente un play parte di slancio dalla fascia, si accentra sfruttando un blocco appena accennato e spara con 18 secondi da giocare sul cronometro, tramutando quella che era la variazione nel tema corrente. L’evoluzione è sempre ben accetta, soprattutto per chi apprezza l’ironia che questa nuova generazione porta in dote, ovvero, in barba a papà Darwin, la supremazia dei più piccoli, dimostrata dalla comparsa del ”5” atipico, quando solo un lustro fa teneva banco la discussione sul PF perimetrale e di come questo poteva risolvere le problematiche offensive di una squadra (ricordate i caroselli a Cleveland per l’arrivo di Jamison?). Inoltre nessun sistema è bello o brutto, vincente o perdente in sé, ma varia a seconda delle sue declinazioni: vedi giocare i Warriors e ti chiedi perché non adottino tutti gli stessi principi, poi osservi i nuovi Grizzlies, squadra notoriamente all’antica, nel generalmente goffo tentativo di applicarli e ottieni la giusta risposta. Nella speranza che il tutto non si traduca in una massa informe che prima fagocita ciò che la circonda e dopo espelle frettolosamente qualche avanzo, come nell’indecoroso caso McHale- Houston. Nella convinzione che, nonostante il nuovo anno e le nuove ere, il basket resterà sempre di chi lo pensa.

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