L’astinenza da NBA è finita

L’astinenza da NBA è finita

Stress, ansia, insonnia cronica, solitudine. Sarà tutto finito il 25 ottobre alla prima palla a due del match tra i campioni in carica dei Cleveland Cavaliers ed i New York Knicks. La prima vera dose di NBA dopo oltre quattro mesi di digiuno.

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Ti guardi indietro, tiri un gran sospiro e i ricordi di tutto quello che hai passato negli ultimi quattro mesi sembrano già offuscarsi. Il peggio è passato, l’ansia è alle spalle, l’attesa è finita. Lei sta tornando più bella e provocante di prima e per un “NBA Addicted” (NBA Dipendente) come me non ci sono vie di uscita. Torno nel tunnel per la dose di palla a spicchi che mi sono guadagnato.

Diario di una riabilitazione mai voluta veramente. A metà giugno la vittoria al fotofinish dei Cavaliers di LeBron James chiude la stagione. Lei sparisce di colpo. Si aprono settimane di buio. So già cosa mi aspetta, ci sono già passato.

Fine Giugno. “Stavolta giuro che con Lei chiudo per davvero, sto troppo male senza”. È quello che continuo a ripetermi. “Guardo solo il Draft” dico a me stesso. A fine mese invece sono già a controllare i risultati delle primissime partite di Summer League.

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Ok niente panico, posso gestire la situazione. Devo reagire, distrarmi, distogliere l’attenzione da quel pensiero fisso”. E allora stacco, chiudo i rapporti col basket. Ci provo per davvero stavolta e inizio a condurre una vita regolare. Lavoro di giorno, guardo un film con la mia ragazza la sera, una birra con i colleghi ogni tanto, il calcetto con gli amici di sempre e soprattutto vado a letto presto.

Luglio. Il mercato, la free agency, Durant ai Warriors: è troppo. Le mie sinapsi iniziano ad aver sete di basket. L’ansia risale lentamente la strada che dallo stomaco porta al cervello, passo dopo passo, un gradino alla volta. Aumentano i battiti, gli sbalzi di umore sono sempre più frequenti e i dolori muscolari non sono trascurabili. Le fitte alla schiena spezzano il fiato e poi c’è quella maledetta insonnia. Le 3 e poi le 4 del mattino, gli occhi ancora sbarrati e non ci sono gare nè risultati da controllare sul telefonino. Non ci sono statistiche e classifiche da aggiornare, ne squadre del Fantabasket da sistemare.

Agosto, Olimpiadi di Rio. KD, Melo, Kyrie Irving e Klay Thompson sono già pronti a riallacciarsi le scarpe per guidare Team Usa verso l’oro. Guardo tutte le partite cercando di colmare quella sensazione di vuoto che diventa sempre più pesante, ma non faccio altro che alimentarla. Il torneo olimpico sta all’NBA Addicted come la sigaretta elettronica sta al fumatore, il metadone al tossicodipendente, il Baileys all’alcolizzato, la partita a briscola al giocatore di poker.

A Settembre la cerimonia di induzione nella Hall of Fame di Allen Iverson risveglia vecchie emozioni. È il colpo di grazia. Ci sono di nuovo dentro fino al collo. La gomma che sfrega il parquet, lo swish della retina, il cronometro, il tiro sulla sirena, la schiacciata a difesa schierata. Di Lei mi manca tutto, non ne posso fare a meno.

E cosi ad Ottobre è tutto già deciso. Mi arrendo, aspetto che Lei torni, sapendo già che l’anno prossimo mi lascerà di nuovo. Inizio a studiare le statistiche dei giocatori per non farmi trovare impreparato al Fantabasket. Di notte nel letto controllo i risultati della Pre-Season, mentre al mattino guardo gli highlights. I brividi, il sudore, l’ansia, i dolori muscolari, le fitte alla schiena: sono ricordi offuscati. Però c’è ancora qualcosa che non va. È di nuovo quella maledetta insonnia, che in realtà non è mai andata via, perchè d’altronde al 25 ottobre mancano ancora troppe ore.

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