La famiglia Ad(d)ams, vite e avventure di una stirpe di talenti in giro per il mondo

La famiglia Ad(d)ams, vite e avventure di una stirpe di talenti in giro per il mondo

L’intricato albero genealogico di Steve Adams dall’Inghilterra si ramifica in Nuova Zelanda e in Italia con insospettate parentele…

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Sid Adams era un tipo alto e dinoccolato. Troppo alto. I bambini lo prendevano in giro per la sua altezza fuori dal comune e lui crebbe isolato, silenzioso, fino a imbarcarsi su una nave della marina inglese e scendere in Nuova Zelanda un pugno di anni dopo.

Ci si trovò bene in Nuova Zelanda, specie con le donne di laggiù. Tanto che ne sposò diverse e ci fece ben 18 figli. Il DNA di Sid è ben visibile nella sua progenie: tutti i suoi eredi superano abbondantemente i sei piedi. Tra di loro, sintomo di un buon atletismo insito nei geni familiari, una campionessa olimpica di getto del peso (Valerie Adams), due pro nel campionato neozelandese degli anni ’90 e un ragazzino che, dopo un’adolescenza difficile dovuta alla morte del padre a più di settant’anni, oggi impera nell’area degli Oklahoma City Thunder: Steven Adams.

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Ma il racconto di una genealogia che si è sparsa letteralmente in almeno tre continenti non sarebbe completo se non parlassimo dell’omonima della campionessa di getto del peso, la zietta Valerie, sorella del suddetto Sid.

Dotata anche lei dell’altezza familiare e di due gambe da urlo, la Valerie negli anni ’60 non trovò di meglio che partire dall’uggiosa Inghilterra alla volta di Parigi, per mettere a reddito le doti fisiche nelle file delle ballerine del Lido: le Bluebelles. Era, questo, un corpo di ballo composto inizialmente da ragazze inglesi, che fu l’attrattiva principale del locale parigino fino agli anni ’80.

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Valerie, sotto gli attentissimi occhi di Kelly Leibovici, la direttrice del corpo di ballo, attraeva, come le sue colleghe, stuoli di ammiratori e, attenta com’era al suo futuro, riuscì a scegliersi un bel partito che, per la gioia dei tifosi del basket di Torino e Bologna, è il signor Morandotti. Nel 1965, a Milano, nacque Riccardo, ben presto detto Ricky, che dopo una carriera nelle giovanili milanesi approdò a Torino, dove crebbe sotto le esperte mani del professor Guerrieri e a Bologna, dove sacrificò il suo talento offensivo per diventare un agente speciale nelle vittorie della Virtus anni ’90.

Ma torniamo a Steven.

Quando ha 13 anni, Sid muore e Steve attraversa un periodo difficile, con cattive compagnie che gli fanno abbandonare la scuola e la madre non riesce a controllarlo. Ma i fratelli Adams, tutti intorno ai 205/210 cm, non sono tipi da lasciare andare il più piccolo di loro. Non doveva essere molto piacevole parlare con tre o quattro bestioni di più di due metri, quindi Warren, che giocò professionista in Nuova Zelanda, se lo porta a casa e lo introduce a Kenny McFadden, un ex giocatore di Washington State che ha fondato un’accademia di basket a Wellington.

Per Adams, un carattere diverso da quello del “vostro cestista di quartiere”, il basket è l’inizio della risalita. Torna a scuola e riesce a colmare velocemente il gap con i suoi compagni di classe. Si allena duramente, tanto che McFadden passa a prenderlo al mattino alle 6 per portarlo in palestra. Steven è generalmente ben visto da compagni e allenatori, si impegna tantissimo, tanto che Kenny McFadden lo segnala a Jamie Dixon, un suo compagno di squadra diventato allenatore della Pitt University in NCAA.

Il sistema neozelandese è complicato. Adams era fuori dal panorama cestistico perché, a livello nazionale, occorre pagare le spese della squadra per giocare con la nazionale giovanile. Nessuno lo conosceva, quindi, quando Dixon lo incontrò per la prima volta, non era pronto a vedere un quindicenne di 2,09 con braccia che salivano ad altezza stoppata, per di più con una fisicità e un atletismo senza pari.

Rewind, anno 1983. Chi ricorda l’apparizione di Morandotti sulla scena nazionale a diciotto anni ha chiaro cosa fosse la facilità con cui giocava. Quasi annoiato, gran saltatore, cosciente delle proprie possibilità, Ricky impressionò perché era il nuovo di inizio anni ’80. Schiacciava, eccome se schiacciava, in un tempo in cui la schiacciata era considerata un lusso, quasi si faceva con vergogna perché tanto portava sempre due punti, segnare con i piedi attaccati a o staccati da terra. Si portava dentro un DNA diverso, quello di Valerie Adams, e uno sguardo simile a quello di Steve. Non sembrava davvero felice quando giocava, ma metteva grinta e rabbia fino a saltare per arrivare a quell’anello che allora era dominio di pochi.

Torniamo a Steve. Adams in NCAA gioca un anno a Pitt con Dixon con buoni numeri. Ma un giocatore come lui fa strabuzzare gli occhi agli scout NBA, e lui si dichiara subito per il draft 2013. Viene scelto da OKC e, dopo un inizio in cui sembra più un giocatore di football australiano che un cestista, Steve riesce a raffinare le sue capacità fino a diventare il centro titolare della squadra.

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In campo Steve mostra una forza coniugata alla calma che lo rendono un’arma difficile da fermare. Corre saltellando, con una facilità impressionante per uno della sua stazza. Ha perfezionato alla grande il pick&roll con Westbrook e ha quasi costretto la squadra a vedere che esiste.

OKC, prima di lui, aveva Perkins in attacco e Collison come cambio. Nate, ormai, ha fatto i suoi anni e stagiona lentamente in fondo alla panca senza toccare campo nei Playoffs, mentre Kendrick è andato a compilare CID con altri giocatori in altre squadre. Ma i talenti di Steve sono stati la valvola di sfogo dei raddoppi su RW e KD, sviluppando una dimensione che l’attacco monocorde dei Thunder non aveva mai esplorato.

La sua esplosione ha spinto Serge Ibaka lontano dal canestro a usare il suo buon tiro dalla media e il tiro da tre, abbastanza trascurato per i doveri di sorvegliare l’anello, ora di Steve e di Enes Kanter. Qualcosa si dovrà pure attribuire a Donovan: lo ha messo al centro del progetto di Oklahoma City, che ora appare una squadra più equilibrata in ogni parte del campo.

Se la ribellione di Steve è stata sedata dal basket, non si può dire lo stesso del carattere, che in campo emerge per la grinta e la voglia. I baffi e i capelli lunghi, le solite braccia estese fino a toccare l’anello, le affondate, sono il marchio di un DNA che non si è mai curato davvero di quale ostacolo si frapponesse fra sé e i suoi sogni. Ricky oggi dall’Italia guarda questo suo cuginetto, di 28 anni più giovane, dominare in NBA come lui sognò di fare a suo tempo, quando nell’87, col numero 137, gli Atlanta Hawks lo scelsero e lo invitarono a un Camp che non portò fortuna, ma rimase nel curriculum di uno dei giocatori più talentuosi e meno capiti della sua generazione.

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Soprattutto, Steve ha a portata di mano la possibilità di eliminare gli Spurs e di ribaltare le graduatorie che hanno sempre messo OKC dietro a GS e a San Antonio. Duncan gli si attacca con braccia e gambe, ma nel corpo a corpo non ha speranza, se non usando la sua esperienza. I vent’anni di Steve si portano via tutto, travolgono con la loro voglia incredibile di avere successo e  con una forza fisica che non sembra mai mancare. Può ancora giocare di addizione, non di sottrazione, passare sopra alle cose e non intorno. E questi sono rebus che nemmeno la saggezza o la conoscenza del gioco possono risolvere.

Oggi nessuno prenderebbe più in giro Sid Adams per la sua altezza. I suoi discendenti hanno fatto giustizia, su ogni lato dell’oceano, di un talento fisico che ha prodotto atleti professionisti in due emisferi e una duplice campionessa olimpica. Sid non doveva essere uno che raccontava molto, con 18 figli non se ne ha nemmeno il tempo, ma questa sua fiducia riproduttiva nel tempo merita qualche pensiero, ora che vediamo i suoi figli e nipoti venuti dal nulla e li mettiamo in fila per complimentarne il talento.

Quindi questo articolo non è per Steve, ma per Sid, e Valerie, e i nonni Adams, che da qualche parte si portavano dietro un tesoro genetico che solo il basket poteva forse accogliere e utilizzare fino in fondo, e per la mamma di Steve, una tongana con i buoni geni della sua terra, e il signor Morandotti, con geni più simili ai nostri, che mescolati a quelli di Sid e Valerie hanno prodotto atleti super, da una parte e dall’altra del mondo, che devono inevitabilmente emergere, come se ci fosse in loro un fuoco che covava nella calma dei loro antenati.

Ottimo lavoro, ragazzi.

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