La “favola moderna” di Mike James, faro del gioco di Phoenix

La “favola moderna” di Mike James, faro del gioco di Phoenix

Una storia fatta di porte chiuse in faccia, di opportunità che non arrivavano, ma anche di talento, sudore e lavoro duro premiati ora dal ruolo di starting pg dei Suns

di Nico Landolfo

È un rookie di 27 anni, controsenso già in avvio. Ha vissuto alcune delle esperienze più strane nella storia di un giocatore, è stato perfino scambiato per un giocatore, omonimo, che oggi avrebbe 42 anni nella recente Summer League da chi si era fermato solo al nome, oggi ha sul piatto la possibilità di affermarsi come un giocatore in Nba con i controfiocchi. Per uno come Mike James la pallacanestro è molto più che un hobby, è la vita che lo chiama sul parquet, che lo porta a vedere il gioco in modi che spesso non sono spiegabili, con la certezza di fare sempre la cosa giusta al momento giusto. Il suo two-way scadrebbe il 6 dicembre, ma la voce della notte, uscita dalla bocca del GM di Phoenix Ryan McDonough.

Ne ha viste di tutti i colori il ragazzo che oggi calca il parquet col #55 sulle spalle, cresciuto nell’Oregon tra freddo e pallacanestro, con acuti a livello statale ma mai a livello nazionale. Vince tutto quello che può in due anni al Junior College di Eastern Arizona, sotto la pallacanestro “scientifica” di coach Maurice Leitzke, viene scovato dalla Division I della Ncaa dopo tanti sforzi e premi minori, ma finisce in un piccolo college del Texas, ai Lamar Cardinals, dove parte dalla panchina in 22 dei 24 incontri giocati, con 18 minuti a referto. Guida i suoi però nello scoreboard, riscrive i record della franchigia texana con una gara da 52 punti e porta addirittura i suoi fino al Tournament, dove esce subito, al primo turno, nella gara che forse più rimpiange.

Uno “sconosciuto” che non aveva ricevuto offerte o proposte da college di I divisione, che aveva solo giocato il suo gioco essenziale e fatto di letture, ma che, laureato in “studi generali” non aveva mai cercato la celebrità, non aveva una gran propensione per le lingue e poteva ben dirsi felice di girare per le strade e non essere riconosciuto nemmeno dai propri tifosi. Un look anonimo, un animo gentile, che però ha saputo far parlare la pallacanestro al posto suo.

Zagabria, Hapoel Gilboa Galil, poi Omegna, nelle Minors italiane, Kolossos a Rodi, prima della chiamata illustre del Laboral Kutxa Baskonia. Per uno che non veniva visto nemmeno di grande impatto nella DNA Gold, arrivare nel roster di una squadra di Eurolega sembrava assurdo, eppure si sa che nei Paesi Baschi si sta sempre dalla parte dell’opposizione, ci si sente “emarginati” tutti insieme e anche i sogni possono arrivare a compimento. Esplode la sua carriera che arriva fino alle Final 4 di Eurolega, poi la chiamata milionaria del Panathinaikos e quelle sirene che sembravano sempre lontane, quasi come la speranza, di arrivare in Nba iniziano a suonare.

Non era un giocatore copertina, ma quegli anni in Europa gli hanno dato una qual certa leadership in campo che ha fatto germogliare in maniera definitiva un talento cristallino. La sua dedizione al lavoro ha fatto il resto ed era normale che le migliori franchigie del mondo si interessassero a lui.

Aveva giocato la Summer League 2015, sempre con i Suns, che lo avrebbero scelto in questa estate, erano le prime gare con Devin Booker a roster, appena uscito dal college e dopo un paio di quegli assist dolci e prelibati che lo avevano messo a referto, la star di Phoenix chiedeva a se stesso: “Ma questo qui come fa a non essere nel roster?”. Era arrivato alla Summer League consapevole che avrebbe comunque dovuto sgomitare per guadagnarsi un two-way contract almeno per la Summer League e non ha deluso, proprio mentre in tanti, leggendo solo il nome a roster, pensavano al vecchio Mike James di Toronto, New Orleans ecc.

Doveva essere il quarto play di rotazione, destinato agli spiccioli, invece Bledsoe va via, Knight è out per infortunio e Ulis non è che convinca oltre misura. Si è preso, come sempre col lavoro duro, un posto in rotazione stabile, per non dire che è il titolare del quintetto. E quando uscendo dallo Staples Center, dopo la vittoria contro i Lakers due fans corrono sulle gradinate chiamando il suo nome, il sorriso sgorga sul volto puntuale, si ferma, stringe loro mano, firma autografi e fa un selfie. Non è la felicità né la notorietà – che forse non gli interessa – ma sicuramente potrebbe dire che il suo sogno è realtà e, parafrasando Sinatra, “He did it his way”…

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