La maledizione di Indianapolis: Cassandra abita in Indiana

La maledizione di Indianapolis: Cassandra abita in Indiana

La città di Indianapolis è stata il luogo delle due più grandi sconfitte in terra americana del basket USA. presagi che non sono stati raccolti e hanno portato a disastri nelle successive olimpiadi. Uno sguardo a due eventi fondamentali, ma dimenticati, della storia recente del basket.

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Indianapolis – 22 agosto 1987, giochi Panamericani

Dennis Crum rispondeva svogliatamente alle domande in conferenza stampa. Il giorno dopo, i suoi giocatori avrebbero affrontato il Brasile nella finale dei giochi panamericani, e, per il grande coach di Luisville, Kentucky, non c’erano dubbi che i suoi avrebbero vinto.

I giornalisti cercavano di provocare qualche brivido ma le motivazioni mancavano. Indianapolis non è LA e la maggior  parte della gente aspettava il biglietto di ritorno a casa per qualche giorno di riposo.

  • Chi è l’avversario più pericoloso del Brasile?

Crum si risvegliò come da un leggero letargo. Ah sì, c’erano anche gli avversari. Non che ci avesse pensato molto. Allenava i suoi ragazzi, uno dei gruppi migliori che avesse mai avuto, e si preoccupava di imporre il suo gioco, senza pensare troppo a chi ci fosse dall’altra parte.

  • Avversario? Il più forte? – Crum si guardò nervosamente intorno, in cerca di aiuto. Un suo assistente rovistò tra dei fogli e parlottò in tono imbarazzato con un altro. Alla fine se ne uscirono con un nome detto sottovoce: – Oscar Schmidt

Crum non doveva fingere per far capire che non ne sapeva nulla. Ma d’altronde non era mancanza di rispetto, per gli americani era così e basta. Un anno prima, quando si trattava di andare a Città del Messico per accettare la nomina di città ospite dei giochi Pan Americani, Bobby Knight aveva rifiutato l’invito del sindaco di Indianapolis dicendo che, per lui, “non dovremmo nemmeno essere in questa competizione”.

Crum bofonchiò qualcosa cercando di essere rispettoso, ma non considerava Oscar una vera minaccia.

E il primo tempo della partita sembrò dargli ragione.

Oscar e Marcel, i due cannonieri principali, avevano le polveri bagnate e segnarono solo 11 punti a testa. Oscar andava a 33 di media, quindi era nettamente sotto. Gli americani cercavano di anticiparlo, evitavano che gli arrivasse la palla e Oscar tirava sempre fuori equilibrio quando non voleva lui.

FILE - In this Aug. 23, 1987 file photo, Brazil's Oscar Schmidt celebrates a basket in the final minutes of the game against the United States during the Pan Am Games in Indianapolis. The most prolific scorer in basketball history, five-time Olympian Schmidt helped shape the international game as we know it today. Schmidt’s 46-point performance in a win over the United States in 1987 paved the way for professionals to play in the Olympics. Schmidt remains the top scorer in Olympic history. (AP Photo/Mark Duncan, File)
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A tre minuti dalla fine del primo tempo gli StatiUNiti erano in vantaggio di 20: 62-42; e, sinceramente, non c’era molto di cui preoccuparsi. Lo squadrone americano allineava David Robinson, Danny Manning, Rex Chapman, Pooh Richardson, Pervis Ellison e Willie Anderson, tra quelli che avrebbero avuto una carriera importante, e Fennis Dembo, Keith Smart, Dean Garrett tra gli altri. Uno squadrone, sotto certi punti di vista.

Il Brasile schierava Oscar, Marcel, Israel Andrade, Vianna, allenati da una leggenda come Ary Vidal. Se Crum non sapeva molto dei brasiliani, Vidal gli americani poteva anche averli studiati, ma sapeva bene chi aveva con sé. Il Brasile era una squadra molto esperta, con Oscar e Marcel sopra tutti. Un gruppo coeso, che giocava insieme da molti anni, non erano abituati a sentirsi sconfitti in partenza contro nessuno.

Oscar, in particolare, era la stella della squadra. Un attaccante straordinario, con un rapporto fisico con il canestro, come se fosse una parte di sé, un’estensione del corpo. Oscar Schmidt giocava in Europa, a Caserta, ne era il cannoniere principe. Un giocatore col sorriso sulle labbra, sempre affabile, ma in campo un lupo affamato di canestri che, quando cominciava a segnare, non si poteva fermare. Uno di  quegli attaccanti che si possono battere solo quando non giocano, o ti puoi illudere di togliere dal gioco per qualche minuto, ma alla fine troveranno il modo di uscire.

Da quel 62-42 però il Brasile approfittò di un rilassamento della difesa yankee e piazzò un parziale di 12-6 con un canestro da tre di Marcel a un secondo dalla fine del tempo, che rivitalizzò i carioca. Sono quei segnali trascurabili che dicono che la partita, nella mente dei grandi giocatori, non è finita. Il Brasile uscì dal campo con un effimero sentimento di essere ancora lì, in partita, mentre gli americani erano certi, in sé, che ancora una volta avevano messo la loro firma su una vittoria.

Nell’intervallo Oscar pensò a quei primi venti minuti. Non era riuscito a tirare come voleva. Gli americani erano imbattibili nel gioco schierato. Sotto canestro fortissimi e cercavano sempre di anticiparlo sul passaggio. Doveva accelerare ancora. il suo corpo lo sentiva, come lo sentono i grandi giocatori, che doveva cambiare qualcosa. Doveva giocare come voleva lui, senza intermezzi, senza preoccuparsi, tirando sempre, non pensare alla distanza, o a chi ti marca.

L’inizio del secondo tempo, si giocava su due tempi di 20 minuti, sembrò confermare il primo. Gli Stati Uniti raggiunsero il +15 a 18.33 dalla fine e i telecronisti stavano elogiando la grandezza di Robinson, le doti di Manning, il palleggio di Richardson. Nella mente di chi raccontava la partita, la sconfitta era già anestetizzata dalla constatazione della superiorità americana, qualcosa che non si poteva dubitare.

Ma sul 71-58 Manning, dal centro dell’area piccola, fece partire un passaggio dietro la schiena per David Robinson, che tagliò la difesa e si concluse con la schiacciata dell’ammiraglio. Gli arbitri fischiarono e Kostas Rigas, il famoso fischietto greco, assegnò a Robinson un tecnico perché si era appeso al canestro. Incredulo, Robinson andò a sedersi per il quarto fallo.

Non che gli americani si preoccupassero troppo, Pervis “never nervous” Ellison, la stella di Louisville, era una sicura prima scelta e il cocco di Denni Crum. La lineup americana non cambiava, in sostanza, così come la strategia.

Ma qualcosa cambiò in Oscar Schmidt. Forse quel passaggio dietro la schiena in area, gesto di suprema confidenza ai confini con l’irrisione, forse quel trigono del tiro che all’improvviso, nei grandi attaccanti si aggiusta, Oscar iniziò davvero la sua partita.

I punti brasiliani fino agli 80 sono quasi tutti suoi. Oscar mise in campo l’armamentario che noi in Europa conoscevamo bene. Cominciò a tirare in contropiede e a segnare. Willie Anderson e Hersey Hawkins gil si attaccarono ai pantaloncini ma non servì. La realtà è che gli americani non erano abituati a quei movimenti.

Se guardiamo il basket di allora, l’ala piccola era un giocatore che si appostava in post basso e, con movimenti sinuosi, riusciva  a segnare contro avversari ben più grossi. Bernard King, Adrian Dantley, Worthy, erano giocatori d’area o incursori che usavano la velocità.

Oscar era invece un attaccante all’europea, che voleva stare lontano dal canestro e questo, in un mondo convinto che il tiro da tre non avrebbe cambiato molto, era una concezione impossibile da immaginare.

Crum cominciò a mescolare le carte, a cercare aiuto in panchina, qualcuno che sapesse come fare. Quel nome, Oscar, gli si fissò in mente, si scavò, si tatuò, mentre il vantaggio evaporava e quei brasiliani provocavano la più grande sorpresa nella storia dei giochi panamericani.

Il Brasile vinse. Oscar vinse, con 46 punti di cui 35 nel secondo tempo.

Ai giornalisti che gli chiedevano come potesse tirare così bene, Oscar disse che doveva ringraziare sua moglie: “si allena con me e mi ripassa la palla 500 – 1000 volte. È per questo che l’ho sposata”.

*                         *                         *

Più ancora della sconfitta a Seul, questa a Indianapolis avrebbe dovuto svegliare gli americani e far capire che il tempo era passato, le squadre universitarie e dilettanti non bastavano più. Ma Indianapolis è come una Cassandra, i presagi non sono creduti fino a quando il disastro non si ripete alle olimpiadi.

La maledizione si abbatté infatti su di loro anche nel 2002, quando gli Stati Uniti, allenati da George Karl e con giocatori come Paul Pierce e Baron Davis, non arrivarono nemmeno alla finale. L’argentina vinse per 87-80 una partita combattutissima, e successivamente la Yugoslavia li batté nei quarti di finale.

Ma, come sempre, non era abbastanza. Le olimpiadi sono il banco di prova su cui gli Stati Uniti valutano se stessi, e solo la sconfitta olimpica li smuove e li costringe a cambiare. come accadde, d’altronde, due anni dopo.

È però un complimento al basket stelle e strisce notare come queste lezioni vengono imparate, assorbite, studiate. Possono perdere un giro o due di innovazione, ma sanno che la loro sopravvivenza dipende da come sapranno assorbire gli input che arrivano dagli altri. Chiamano allenatori, giocatori, studiano, e formano giocatori che sanno adattarsi a ogni tipo di basket.

Ma che le ultime due grandi sconfitte in casa siano passate per la cruna dell’ago di Indianapolis, attribuisce a quella città un titolo cestisticamente sinistro, almeno per il basket USA, che consiglierebbe di organizzare altrove le competizioni assegnate al paese…

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