La mimesi nei modelli e il processo di mitizzazione

Il Basket, in particolare il mondo NBA, è qualcosa di più che un gioco, è qualcosa di più che una manifestazione: è un micro-universo parallelo, che perfettamente si riflette e influisce sulla realtà, determinando e generando processi di mitizzazione e immedesimazione da parte del popolo.

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Il basket è più di un gioco e su questo assunto nessuna discussione. Il locus cestistico è una realtà parallela, che spesso funge all’uomo come estraniazione dal mondo o come mudus interpretativo di quest’ultimo. Questa ricerca di fuga o questa visione distorcente solitamente si manifestano in due comportamenti: il primo è  il processo patriottico/mitologico, il secondo è quello di mimesi/catarsi. In particolare, per determinare questi due processi, bisogna prendere in considerazione e instaurare una connessione con la tragedia greca.

Cos’è una partita, infatti, se non una sorta di spettacolo? Intendiamoci, non bisogna riferirsi alla rappresentazione in sé, ma a tutto ciò che essa contiene, a tutto ciò che essa insegna e a tutto ciò a cui essa ambisce. Lo spettacolo greco infatti non era solamente una recita fine a sé stessa, ma in essa confluivano valori, sentimenti e messaggi.  I Greci consideravano il teatro non come una semplice occasione di divertimento e di evasione dalla quotidianità, ma piuttosto come un luogo dove la Polis si riuniva per celebrare le antiche storie del mito e le celebri gesta di eroi, patrimonio comune della cittadinanza, che lo spettatore greco conosceva e in cui la società poneva e individuava i propri modelli comportamentali a cui tutti dovevano ispirarsi. Aristotele a questo proposito formula il concetto di “catarsi“, secondo cui la tragedia pone di fronte agli uomini gli impulsi passionali e irrazionali, che si trovano, più o meno inconsciamente, nell’animo umano, permettendo agli individui di sfogarli innocuamente, in una sorta di esorcizzazione  di massa.  La funzione per il filosofo, dunque, risiede proprio qui: la tragedia, avendo funzione di mimesi, porta l’uomo ad immedesimarsi in ciò che viene rappresentato e dunque viene anche “liberato” e “purificato” da tutte quelle passioni che nella tragedia venivano messe in scena.

Chiusa questa ampia parentesi contestualizzante, è possibile elaborare più agilmente qualche riflessione. Così come il teatro anche il basket è un fenomeno più profondo e complesso della mera rappresentazione fenomenica, ovvero dell’aspetto ludico. Seppure i discorsi, le idee e le connessioni scaturenti siano potenzialmente infinite, ci concentreremo sui due processi comunemente più manifesti e sopra detti: quello patriottico/mitologico  e quello di mimesi/catarsi.

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Per il primo, Così come il teatro attraverso la raffigurazione di miti unisce il popolo e crea figure nazionali a cui ispirarsi, così avviene anche durante le partite. Infatti i giocatori vengono idolatrati e su di essi vengono costruite figure eroiche e semi-divine. Il giocatore così diventa un modello da cui prendere spunto e da imitare, soprattutto nel modo di atteggiarsi, nello stile di gioco e nel vestiario. Diventa estremamente influente e determinante nei comportamenti e nella moda della collettività e della società. Il popolo si unisce nella loro venerazione e sulle loro gesta vengono create leggende, le quali fomentano e accrescono il senso patriottico di appartenenza ad una squadra e, soprattutto, a una città, di cui gli stessi atleti diventano simbolo. Ogni atteggiamento di questi giocatori viene preso come modello, ogni storia e ogni gesta diventano un inno e una invocazione nazionale, ogni tifoso diventa un discepolo, pronto a seguire il suo semi dio ovunque. Certamente questo atteggiamento ha lati positivi, ma ne cela molti negativi; come la totale subordinazione verso questi atleti, che sono persone umane, quindi imperfette. Molte persone, infatti, seguono inconsciamente e annebbiati dall’adorazione ogni atteggiamento, anche quelli sbagliati, di questi giocatori, spesso alienandosi da sé stessi per vivere nell’imitazione di figure a loro non adatte o idonee.

 

Conseguentemente, da questo processo si genera e si comprende il secondo. Infatti così come afferma Aristotele, anche nel basket troviamo il fenomeno della catarsi; infatti durante la partita il tifoso, ma anche il giocatore, può sfogare ed esorcizzarsi dalle sue passioni, in modo innocente e innocuo. Allo stesso modo, come afferma il filosofo greco, questo processo avviene per immedesimazione, ovvero per Mimesi. Se in Grecia l’uomo rispecchiava la sua vita e la sua società nello spettacolo, qui, invece, l’uomo si sente partecipe della partita e viene, o meglio si auto-introduce in essa. In altre parole, l’ambiente e l’atmosfera che si vengono a creare all’interno di una arena tendono a immergere lo spettatore nel bel mezzo dell’azione; il tifoso infatti non è un essere passivo, ma attivo. Questo è dimostrato dalle emozioni che si generano anche in chi guarda; infatti questo tende a provare rabbia, felicità, soddisfazione e molti altri sentimenti, spesso contrastanti. Tutto ciò avviene poiché, appunto, troviamo questa Mimesi, ovvero questa immedesimazione nella squadra. Il tifoso spesso considera la squadra da lui tifata come un qualcosa di suo, un qualcosa di cui lui stesso è parte ed di cui lui stesso è partecipe.   Quante volte, infatti, capita di sentire “Ieri abbiamo perso..”. Grazie, appunto, a questa Mimesi, e dal momento in cui, allo stesso modo della tragedia, il cardine dell’evento è il conflitto, ovvero la partita stessa, si genera pathos, o meglio, nell’ambito sportivo, competitività. Questa passione incontrollabile, ma  innocente e sana permette all’uomo di purificarsi per poi riacquisire una nuova pace con il termine del match, ovvero il termine del conflitto.

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Declinate queste riflessioni prettamente antropologiche e comportamentali del tifoso, è indispensabile consigliare di rimanere, seppur la difficoltà, più estraniati e distanti possibile da questi processi. Necessario infatti mettere in chiaro che i giocatori sono modelli ed eccellono semplicemente nella loro professione non nella vita. Senza voler generalizzare o lanciare sentenze, spesso si tende a determinare se stessi copiando i comportamenti degli atleti. Loro sono ottimi nel loro lavoro, non nei comportamenti, perciò è errato porgerli su un piedistallo di carattere idolatrico.

Loro non devono essere  presi come esempio, ma devono dar l’esempio. Seppur sembri un’ ossimoro, le cose cambiano. Infatti grazie alla loro popolarità e alla loro celebrità questi atleti possono diventare una cassa di risonanza imponente per promuovere buoni e sani  eventi o lodevoli idee. Non devono quindi ergersi, o meglio essere eretti a modelli, ma porgersi come ispirazione, che è un comportamento ben differente; come afferma, infatti, Fausto Cercignani “L’emulazione può essere positiva, se riesci a evitare l’imitazione”.

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