La roulette russa delle scelte, ovvero come nascono le grandi squadre (o le grandi bufale)

La roulette russa delle scelte, ovvero come nascono le grandi squadre (o le grandi bufale)

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Il draft NBA è la roulette russa che ha il compito di redistribuire il talento nella lega, per evitare che qualcuno possa dominare troppo a lungo e rendere il campionato poco interessante. Con un meccanismo che è cambiato negli anni, le squadre più deboli del campionato sono tirate a sorte. L’estratta ha la possibilità di scegliere per prima un giocatore che non ha ancora giocato nella lega. Un tempo erano solo universitari, oggi l’irrompere del talento straniero, in specie europeo, ha provocato l’arrivo di molti giocatori giovani e meno giovani da fuori USA, che entrano attraverso la porta del draft.

Bryant la notte delle scelte con Jerry West e coach Del Harris – da uproxx.com
Il draft è però il modo in cui i grandi esperti del gioco impongono la loro conoscenza, il loro fiuto, sapendo leggere, nel libro equivoco del talento, il codice che rivela quanto un giocatore sarà utile al progetto di squadra, negli anni a venire. I veri cacciatori di talento hanno reso le loro squadre dominatrici di molti campionati e alcune delle loro mosse sono entrate nella storia. All’inizio della NBA (ancora BAA), nel 1946, non si tennero draft. I giocatori vennero selezionati attraverso diversi processi: tryouts, cooptazione di giocatori tramite conoscenze, rubandoli alle altre leghe (ABL e NBL) attive sul territorio. Gottlieb, il patron e allenatore dei Philadelphia Warriors, prese Joe Fulks grazie alla segnalazione di suoi giocatori sotto le armi, che gli scrissero di questo ragazzo del Kentucky che tirava a una mano e giocava come nessuno altro. Gottlieb credette loro, gli scrisse, e dopo una contrattazione complessa lo prese per 8500 dollari all’anno, vincendo così il primo campionato l’anno successivo. Gottlieb credeva che le squadre si sarebbero giovate di giocatori locali in grado di attirare spettatori. Le squadre universitarie avevano molto successo e far passare i giocatori direttamente dall’università alla squadra avrebbe portato nel palazzetto anche gli spettatori di quell’università. Per questo promosse i draft territoriali, ovvero la possibilità per una squadra di opzionare i giocatori in college entro le sessanta miglia dalla sede della squadra, e ne approfittò per drenare talento dalle università locali nei suoi Warriors. Arizin arrivò da Villanova e Tom Gola da LaSalle e con loro vinse il titolo del 1956. Il suo capolavoro fu però Wilt Chamberlain: Wilt aveva già un nome alle scuole superiori, o forse ancora prima. Un giocatore superiore da un punto di vista fisico ma anche mentale, Wilt dominava i tornei locali di Philadelphia già a 17 anni.
da tensportsclub.com
Auerbach, il coach dei Celtics, gli fece giocare un uno contro uno con B.H. Born, il centro di Kansas che aveva appena vinto la NCAA. Wilt vinse 25-10 e la leggenda dice che Born rinunciò a una promettente carriera professionistica dopo quest’umiliazione, ma non prima di aver promosso la causa di Wilt presso la sua alma mater di Kansas, da cui Wilt venne reclutato. Kansas fu la cosa migliore per Eddie Gottlieb. Era un’università distante più di sessanta miglia da qualsiasi altra squadra e lo sottraeva alle mire dei suoi avversari. Rimaneva però da estendere la regola del draft territoriale alle high school, cosa a cui Eddie provvide in una riunione dei proprietari delle squadre, in cui il suo carisma e la sua conoscenza del gioco fecero passare questa estensione come una formalità. Quando uscì col suo sorrisetto sardonico gli altri dovettero pensare che fosse contento per una vittoria dei suoi Warriors, non per avergli praticamente regalato il più grande interprete del gioco. Auerbach ebbe all’inizio un rapporto complicato con il draft. Nel ’50 passò sopra un play da Holy Cross, tale Bob Cousy, con grande scorno della stampa di Boston. Prese un centrone destinato a far da carne di scambio con Saint-Louis per prendere Macauley e rispose piccato che lui voleva vincere il campionato e non far divertire la gente. Cousy venne scelto da Tri-Cities, una squadra che aveva sede in tre città, ma rifiutò di spostarsi e non gli piaceva l’organizzazione. Mise su una scuola guida e rifiutò anche l’offerta degli Stags di Chicago, che ne avevano preso i diritti. Auerbach e Walter Brown, il proprietario del Boston Garden e quindi dei Celtics, impallidirono quando gli Stags chiusero bottega e al draft successivo i pezzi pregiati della squadra (Zaslofsky, Andy Phillips e lo stesso Cousy) vennero estratti a sorte e gli capitò proprio Cousy. Questo fino al primo campionato, quando Cousy mise su cifre mai viste e reinventò il concetto stesso di assist. Questo forse fece cambiare idea ad Auerbach e gli fece capire quanto il talento futuro fosse la chiave per la costruzione di una squadra vincente. Precursore nell’integrazione di giocatori neri, di cui era sempre stato un sostenitore, Auerbach pensava che Bill Russell sarebbe stato la chiave in grado di chiudere la porta dell’area di Boston e completare una squadra già buona per portarla al titolo. La notte del draft del ’56 Auerbach prese Tom Heinsohn con il draft territoriale, KC Jones con quello ufficiale e mandò Ed Macauley, un All-Star perenne e stella della squadra, a Saint Louis con Cliff Hagan per i diritti su Russell. In quel 1956 in cui le lotte per i diritti civili erano all’alba, scegliere un nero e mandare via due bianchi di successo per un universitario, pur straordinario, era un atto che, in retrospettiva, dice molto dell’ebreo Auerbach e della sua visione della vita, oltre che dello sport. Ma Auerbach non si fermò lì. Le scelte di Sam Jones nel ’57 e Havlicek nel ’62 resero la sua guida tecnica della squadra molto più duratura del suo semplice allenare. Il suo capolavoro però fu la scelta di Larry Bird. Per un’altra regola scritta nei meandri oscuri della NBA, i giocatori potevano essere scelti da Junior per poi restare un anno all’università. Bird venne scelto nel ’78 ma entrò nella NBA nel ’79 dopo un anno ancora di università.
da beantownbasketballdotcom.files.wordpress.com
Per coincidenza, il ’79 è anche l’anno di entrata nella NBA di Magic Johnson, e segna il punto più alto dell’inizio carriera di GM di Jerry West. West, una leggenda a West Virginia, olimpionico a Roma in una squadra ammessa interamente nella Hall of fame e poi leader dei Lakers, a fine carriera prima allenò, poi divenne manager della squadra. Nel ’76 prese la decisione di mandare la star sul viale del tramonto Gail Goodrich ai New Orleans Jazz con… Don Ford (poi visto a Torino in una poco entusiasmante edizione dell’Auxilium primi anni ’80). Nel ’79 i Jazz ebbero la prima chiamata assoluta che, per ironia della sorte, finì ai Lakers. Difficile pensare che tutto questo fosse voluto, ma la storia della lega insegna che anche le cose non volute, nelle mani giuste, si trasformano in conseguenze inattese. L’anno prima i Lakers avevano preso Micheal Cooper, nel ’79 presero Magic, che s’inserì alla grande in una squadra di ottime individualità, Kareem su tutti. Nell’82 scelse Worthy al numero 2, nell’83 scambiò nella notte dei draft il titolare Norm Nixon con Byron Scott. Mossa sempre sottovalutata, ma che portò ai Lakers quel tiro da 3 che mancava alla squadra e che Nixon, veloce e gran penetratore, non poteva assicurare. Sicuramente la pesca migliore al draft, in rapporto al numero di chiamata, fu quella di AC Green, al numero 23 nell’85, che gli diede quel giocatore capace di assicurare rimbalzi, difesa, e di aiutare Kareem nel suo lunghissimo tramonto. Dopo dei difficili anni ’90, nel 1996 West fece quella che molte per carriere potrebbe essere la “signature move”. In un draft complicato, Kobe Bryant si dichiarò eleggibile direttamente dalla high school. Il diritto di chiamata dei Lakers era lontano dall’ottimale, allora West organizzò una trade con gli Hornets promettendo il centro titolare, Vlade Divac, in cambio del giocatore che gli Hornets avrebbero scelto al 13. Gli Hornets dichiararono che non avrebbero mai preso Bryant a quel punto e, vista la loro storia dei draft, non c’è da dubitarne. Quello stesso anno, al 24, West chiamò Derek Fisher, una volta di più dimostrando un talento superiore nel capire e mettere insieme i giocatori giusti per la squadra. West andò poi ai Grizzlies, con l’intenzione di dimostrare il suo valore in un mercato diverso. Anni più difficili, ma scelse Conley e fu sicuramente dietro lo scambio dei due Gasol, che, come non mai, beneficiò entrambe le squadre. Non è così strano, in fondo, pensare che oggi si possa trovare nel board dei Golden State Warriors e forse non è una coincidenza che le pepite abbiano scelto Klay Thompson, figlio di Mychal, il cambio di Kareem dall’86 all’89, e messo insieme le tre scelte del 2012: Barnes, Ezeli e Green. Il primo alla 7, il secondo alla 30 e il terzo alla 35 (!). Questo a dimostrazione che tankare può anche servire, ma poi vinci con queste prese, alla fin fine. Viste nella loro prospettiva storica, le scelte sono un formidabile strumento di costruzione di una squadra nel lungo periodo. Ma per massimizzare il loro valore occorre una conoscenza totale del gioco, qualcosa che permetta di combinare talenti che non sempre sembrano nati per giocare insieme. Occorre anche evitare i “colpi di genio”, credere che un giocatore sia quel che non è, i cosiddetti “draft busts”. Ce ne sono di ogni tipo, dagli storici Neal Walk (scelto subito dopo Kareem nel ’69), alle prime scelte assolute LaRue Martin, Micheal Olowokandi e Anthony Bennett. Alcune sono impossibili da prevedere, altre lasciano con interrogativi eterni. Cosa può essere passato nella testa dei Sonics quando diedero Scottie Pippen ai Bulls per prendersi Olden Polynice, appena retrocesso in Italia con la maglia di Rimini? La maggior parte di queste mosse sono ottimismi della volontà. È solo certo, però, che capire come un giocatore abbia quel “quid” straordinario che gli fa cambiare la storia di una squadra sia una dote fondamentale e non mercanteggiabile. Gli intuiti di Gottlieb, Auerbach e West non si comprano o, se sì, vengono pagati molto bene, fino a renderli, come nel caso dei Celtics e dei Lakers, sorta di padroni occulti di una squadra. Perché questo sarà sempre un gioco che si fa per i soldi, ma se non sai come mettere insieme chi fa vincere la squadra, nessuno vorrà mai pagare il biglietto.

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