L’altra postseason – I Playoffs dei reietti

L’altra postseason – I Playoffs dei reietti

Le squadre NBA eliminate dalla corsa al titolo potrebbero non finire più la stagione ad aprile.

di Raffaele Guerini

È finita la regular season, tempo di playoff in NBA. Le squadre che sono entrate nelle prime 8 posizioni della propria Conference si preparano dunque alla fase culminante della stagione, dove ci si gioca il tutto per tutto.

Ci sono poi le altre 14 squadre: vacanze anticipate, riposo o allenamento per chi di basket non è mai sazio e ci tiene ad arrivare in forma al training camp autunnale. In un universo parallelo, tuttavia, esiste un torneo altrettanto suggestivo, pensato proprio per far sì che anche un tifoso che non veda la propria squadra arrivare ai playoff abbia qualcosa per cui tifare.

In questa NBA.2 le squadre hanno deciso che affidare la scelta più alta al draft all’estrazione di alcune palline è un metodo abbastanza noioso. Per trovare una soluzione che non preveda l’uso di calcoli matematici e soprattutto per ovviare al problema del tanking, si è pensato ad un nuovo sistema: le ultime 4 squadre di ogni conference (8 in totale) si sfideranno tra di loro all’ultimo sangue per accaparrarsi la scelta più alta al Draft in arrivo.

La formula è piuttosto semplice: due gironi all’italiana composti nel seguente modo.

 

Girone A Girone B
#15 Ovest #15 Est
#14 Est #14 Ovest
#13 Ovest #13 Est
#12 Est #12 Ovest

 

In ogni girone, ogni squadra si scontrerà tre volte con ciascuna delle altre squadre del gruppo, aggiudicandosi 2 punti per ciascuna vittoria: sarà valido il fattore campo in base al piazzamento più alto in regular season, con le #15 uniche squadre a non giocare mai due volte in casa propria. Alla fine dei gironi, si scontreranno tra di loro le prime due squadre di ciascun gruppo: la prima classificata nel girone A contro la seconda del girone B e viceversa, in una serie accorciata al meglio delle 5; la finale verrà poi giocata al meglio delle 7 gare esattamente come le Finals vere, ma non nello stesso periodo per evitare sovrapposizioni e quindi perdite di ricavi per ciascun torneo.

Le posizioni di scelta al draft saranno quindi determinate in base ai risultati del torneo: la squadra vincente chiamerà alla numero 1, la seconda arrivata alla numero 2. Dalla terza all’ottava posizione, ci si baserà invece sul risultato ottenuto alla fine dei gironi: in caso di uguale punteggio, sarà la differenza canestri a determinare una scelta più alta o una scelta più bassa.

Le squadre, adattandosi a questo sistema, hanno presto smesso di dedicarsi al tanking più estremo: la scelta più alta al draft non è frutto di una mancata competitività, ma di impegno anche da parte di coloro che hanno ottenuto i risultati peggiori. Certo, una squadra può essere davvero scarsa e quindi non solo arrivare ultima in stagione regolare, ma anche vedersi scivolare di mano una chiamata alta al draft: la pallacanestro, tuttavia, non è uno sport per deboli. Impegno, sacrificio e senso del dovere sono elementi all’ordine del giorno per chiunque calchi un parquet: di conseguenza, tutti devono impegnarsi al massimo per conquistare quella scelta al Draft che possa svoltare la storia di una franchigia.

La soluzione è stata subito accolta favorevolmente dal pubblico, stanco di guardare soltanto gli altri tifosi inneggiare alle proprie squadre e di doversi sorbire all’incirca due mesi senza emozioni, prima che la squadra decreti quale giovane stella entrarà a far parte del prossimo roster.

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