L’amoralità economica della NBA e l’interventismo “Silveriano”

L’amoralità economica della NBA e l’interventismo “Silveriano”

L’NBA non è un mondo ricco di valori e un modello comportamentale.
Purtroppo il professionismo cestistico è amorale, e sta trovando la massima espressione di questa caratteristica sotto l’egemonia interventista di Silver.

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L’NBA è la massima manifestazione del basket professionistico, e quindi exemplum omnium. Necessario sottolineare e delineare il vero movente e il vero essere di questa fantastica lega: il massimo campionato americano non è la materializzazione dell’insieme dei valori e delle virtù positive, non è l’incarnazione della morale. Spiace sempre dissolvere l’aurea mistica, idilliaca e fiabesca che avvolge la vita e le sue manifestazioni, ma alcune volte è indispensabile compiere questa chiarificazione, per accorgersi della vera natura che anima le cose, per saper sia di cosa si sta parlando, sia di come e in che modo apportarsi nei confronti di essa.

L’NBA è un mondo amorale.
Questa denotazione non è né negativa, né positiva, semplicemente è l’attributo più coerente alla sua natura. Errato è considerare che questa immensa entità sia mossa da valori giusti, buoni e morali. L’unico movente è, infatti, il denaro. L’NBA è un’azienda volta al guadagno e tendente a massimizzare i profitti.

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Questo assunto è certamente pragmatico, ma purtroppo vero. Non vi è una legge morale kantiana, che regola e determina le azioni di dirigenti e giocatori. Si agisce e si opera solo per guadagnare. Ogni individuo che agisce e lavora all’interno di questo mondo è una “vittima sacrificale” in favore del Dio denaro.
Mark Jackson aveva permesso ai Warriors di creare una cultura propria, garante di rispetto e di stima da parte degli altri; aveva permesso alla sua squadra di raggiungere i Playoffs e il miglior record di franchigia. Ma nel momento in cui si è compreso che il massimo che poteva fare l’aveva fatto, nel momento in cui si è palesata la sua inadeguatezza per compiere l’ultima e ulteriore evoluzione, è stato bellamente liquidato e licenziato, e come lui è possibile fare molti altri esempi (Blatt, Hollins…).
Sbagliato, come spesso si sente, accusare questo comportamento come “cattivo”, “ingiusto”, “amorale”. L’allenatore, il giocatore, il manager e chiunque agisce in questo ambito è semplicemente un dipendente. Nel momento in cui un dipendente si rivela o non più necessario, o inadatto, è giusto che venga sostituito, seguendo la logica economica che regola qualsiasi attività umana.

Diverso discorso va declamato quando i vertici della NBA si intromettono nei piani di una determinata società e ne alterano l’operato per, tornando al discorso precedente, guadagnare. Più volte si è manifestata infatti, soprattutto in tempi recenti sotto l’egemonia Silver, una forte pressione da parte della lega sui singoli proprietari. Riguardo questo è di attualità il caso “Hinkie” a Philadelphia. Senza esprimere opinioni sul criptico operato dell’ex GM dei 76ers, è innegabile che le sue “volontarie” dimissioni siano state forzate dai “capi massimi” e questo è stato da lui stesso implicitamente sottinteso nella sua poetica lettera di addio. Legittimo è che la NBA richieda un determinato livello qualitativo all’interno del suo campionato, meno democratica è l’intrusione nei progetti e la forzata distorsione dei piani di una determinata società.
L’invio di Jerry Colangelo in veste di ambasciatore nella città dell’amore fraterno, giustificato come un normale “controllo” e la conseguente e immediata declassazione di Hinkie, devono far riflettere. Se poi si aggiunge che per ricoprire il vacante ruolo di General Manager è stato selezionato il figlio di Colangelo, Brian, i più maliziosi possono comprensibilmente sparlare a riguardo.

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Senza lanciare sentenze di nepotismo, possiamo però trarre assunti da questa atipica vicenda. L’invasione di una entità che deve essere super partes in una realtà privata e auto-gestionale, come quella di una franchigia, è un fatto importante, seppur passato in sordina. Giusto dar dei consigli o eventualmente attuare delle sanzioni e multe da parte della lega, ma orientare forzatamente e con la pressione le scelte di una società è sbagliato, o almeno è un quid mai successo e momentaneamente escluso ed estraneo da quelle leggi non scritte della NBA.
Silver si è sempre rivelato meno diplomatico del suo mentore, Stern; egli è infatti più interventista e meno neutrale: un fattore più importante di quello che può sembrare e soprattutto una caratteristica che può influenzare drasticamente l’andamento della lega nel futuro prossimo. Non è da escludere, infatti, nei prossimi anni la possibilità di osservare un atteggiamento sempre più autoritario ed egemonico da parte della NBA sui singoli proprietari. Tutto questo sempre in funzione economica (pensare, per esempio agli sponsor sulle maglie…).
Il futuro ci sarà rivelatore, intanto godiamoci il presente, prestando però sempre attenzione allo svilupparsi di nuove dinamiche. La fluidità e la libertà d’azione che Stern aveva concesso e per la cui creazione aveva combattuto, sembrano scricchiolare e una presenza più pressante si sta imponendo. Ora comprendere la positività o la negatività di questo è impossibile, poiché, come già detto, nel basket il dopo determina il prima; nonostante ciò, non è ammissibile comportarsi da nichilisti passivi e lasciare accadere le cose senza interrogarsi e senza accorgersene.

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