Land of the free, Home of the brave – L’NBA alle prese con la giustizia sociale

Land of the free, Home of the brave – L’NBA alle prese con la giustizia sociale

A poche ore dall’inizio della regular season, gli occhi sono puntati sull’inno americano e la protesta lanciata da Colin Kaepernick. Come reagirà l’NBA?

Gli Stati Uniti sono la patria dell’epica contemporanea e ogni appassionato di sport lo sa bene. Il sogno americano amplifica gesti e storie; solo a quelle latitudini un tiro può diventare the shot e una stoppata prendere il nome di the block. Ma l’America è anche terra di contraddizioni. Non più tardi di qualche settimana fa parlavamo della svolta progressista che l’NBA sta intraprendendo negli ultimi tempi. Dal boicottaggio contro il North Carolina per la legge HB2 su bagni pubblici e transgender al discorso di LeBron, Wade, Paul e Anthony sulla giustizia sociale, per finire col piano pensionistico all’avanguardia che l’unione dei giocatori preme per inserire nel contratto collettivo. Eppure l’NBA resta l’unica lega professionistica a conservare una clausola anacronistica; l’obbligo di osservare in piedi l’esecuzione dell’inno nazionale. Giusto essere fieri della “patria dei coraggiosi”, come recita l’inno stesso, ma in quanto alla “terra dei liberi” la definizione scricchiola.

Inserite nell’equazione Colin Kaepernick, quarterback dei San Francisco 49ers che lo scorso agosto ha lanciato la provocazione che ha scosso l’NFL e la nazione intera. Mentre risuonavano le note di The Star-Spangled Banner lui stava seduto prima, inginocchiato poi. “Non mostrerò orgoglio per la bandiera di un paese che opprime i neri e le persone di colore”, ha dichiarato, mentre la sua protesta si diffondeva a macchia d’olio. Il sogno americano, a ben vedere, è fondato sulle disuguaglianze. È lo slancio per superarle e crearne di nuove, a proprio vantaggio. Lo sport non si sottrae a questa dinamica. Se l’NBA è un melting pot che strizza l’occhio a Europa e Asia, nonché il palcoscenico per gli eroi del ghetto, l’NFL è la famiglia puritana che cura il giardino la domenica mattina. Abitudinaria, conservatrice, eppure sprovvista di una regola che obbligasse Kaepernick a stare in piedi. La stagione è iniziata sotto pessimi auspici e i rating televisivi sono in preoccupante flessione. Doug Baldwin, wide receiver dei Seattle Seahawks, ha accusato di aver ricevuto pressioni per interrompere la protesta. Chi segue il football a volte preferisce fare finta che la questione razziale sia superata, vuole solo godersi il proprio passatempo in pace; panem et circenses, quelli che offrivano i romani per tenere a bada il popolo. Ma basta un gladiatore che si rifiuti di scendere nell’arena per svelare il trucco.

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Ai piani alti della NBA non vogliono perdere neanche un punto di share; c’è da crederci, perché valgono milioni. Ecco che allora Adam Silver ha preparato una dichiarazione elegante, degna del governo illuminato che ha finora messo in piedi. “La lega e l’unione dei giocatori hanno avviato metodi efficaci per riunirci e intraprendere azioni significative”, si legge nella lettera ai giocatori del 21 settembre. “Incoraggiare al dialogo giovani, genitori, leader delle comunità e rappresentanti della legge; riunire le persone e costruire legami di fiducia tramite il nostro gioco; supportare programmi di aiuto economico per garantire opportunità ai giovani di colore”.

Nel frattempo aveva assistito alle prove generali. Prima, in WNBA, le giocatrici delle Indiana Fevers si sono inginocchiate ma la clausola – presente anche tra le donne – è stata ignorata. Poi, nella preseason dei maschi, i Toronto Raptors hanno partecipato alla polemica sollevata da Kaepernick riunendosi durante l’inno e incrociando le mani, un rituale ripreso dai Celtics degli anni sessanta.

Le opinioni dei protagonisti intanto affollavano i media, tutti intenti a carpire un’anteprima di quello che vedremo quando il sipario si alzerà. A noi resta solo qualche ora di attesa ma nel frattempo abbiamo letto parole minacciose dagli agguerriti Shumpert e Oladipo, insieme ad altre più accomodanti accompagnate dai dubbi di un veterano come Jared Dudley. “Comprendo e supporto la protesta di Colin” ha detto, “ma mi chiedo: cosa lo convincerà a rialzarsi?”

Già. Cosa può cambiare dal giorno alla notte in anni in cui la discriminazione razziale è tornata con prepotenza sulle pagine d’attualità? Per gettare benzina sul fuoco a settembre altri due uomini di colore sono morti, vittime di operazioni di polizia; Terrence Crutcher, che era disarmato, e Keith Lamont Scott. Per il sinistro tempismo, a due passi dalle elezioni, ricorda una di quelle manovre di fantapolitica che vediamo in House of Cards.

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L’NBA, peraltro, non è nuova a simili proteste. Quella di Mahmoud Abdul Rauf, negli anni novanta, fece rumore. Convertitosi all’Islam, si rifiutava di alzarsi in piedi per una bandiera che riteneva “simbolo di oppressione e tirannia”. Fu sospeso per una partita, reintegrato con un compromesso – gli concedevano di tenere le mani sul volto, in preghiera -, ma la sua carriera in sostanza finì lì. Ostracizzato e ignorato da ogni franchigia, specialmente dopo l’11 settembre. Per restare nel basket, e in tempi più recenti, Ariyana Smith del Knox College si stese a terra durante l’esecuzione dell’inno e infine abbandonò la palestra. Era il novembre 2014; quattro giorni prima l’ufficiale di polizia Darren Wilson era stato giudicato innocente per la morte di Michael Brown, l’evento che originò i disordini di Ferguson.

Esistono anche proteste invisibili. David West porta avanti la sua da anni, in silenzio. Sta qualche passo indietro rispetto ai compagni, a testa bassa. Ha in mente le difficoltà delle persone di colore, ma anche molto altro. “Come fai a parlare di progresso e di relazioni umane, quando non viene riconosciuta nemmeno la nostra umanità?” si chiede. Per questo ha deciso di non unirsi all’iniziativa di Kaepernick, non si sente ottimista. West non è uno sprovveduto. Studia black history e legge Nietzsche e Platone. Forse ha visto l’opinione pubblica rivoltarsi contro Marcus Peters, dei Kansas City Chiefs, che ha alzato il pugno destro al cielo come facevano le Black Panthers, e ha capito che non si possono scimmiottare gli anni ’60. Quel movimento è finito, fagocitato dal consumismo, e i veterani del Vietnam ormai li dipingiamo tutti come il Tenente Dan di Forrest Gump. C’è ancora qualcuno che è onesto nei suoi ideali – Joakim Noah, ad esempio, che in qualità di pacifista non si presenta a una cena di squadra in compagnia di cadetti militari – ma sono personaggi fuori dal tempo. Anche LeBron James sembra essere d’accordo, è sensibile al tema ma preferisce altri metodi per far sentire la propria voce, come l’appello di questa estate agli ESPY Awards.

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Adam Silver si sfrega le mani a sentire pareri così moderati, per il bene del business vuole evitare sceneggiate e scandali. Il messaggio che ha diramato ai giocatori può sembrare infarcito di parole vuote, eppure lascia spazio all’iniziativa. Sta ai diretti interessati riempirle di significato, con un’azione coesa nel nome della disobbedienza civile. L’ha chiamata in causa persino Mark Cuban, il proprietario dei Mavericks, definendola una dei valori che formano la cultura americana. Nel mondo l’ha sublimata Gandhi, ma negli States l’ha portata Henry David Thoreau. “Deve un cittadino, anche per un solo momento, rassegnare la propria coscienza al legislatore? Perché possediamo una coscienza, dunque?” scriveva. “Io credo che dovremmo essere uomini prima, e sudditi poi”. In effetti la protesta di Kaepernick è intrinsecamente americana, com’è americano il Boston Tea Party; come le rivelazioni di Edward Snowden. I più accesi critici del giocatore dei 49ers, quelli che bruciano le sue magliette, si chiedono se non abbia rispetto per i veterani di guerra. La risposta arriva dai veterani stessi; Richard Allen Smith, in una lettera aperta, ricorda che ha combattuto proprio perché quelli come lui avessero il diritto di far sentire la propria voce.

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Questa è la terra dei liberi descritta da The Star-Spangled Banner. Una facciata dietro cui si cela un’America dove, secondo un’inchiesta del Washington Post, una persona di colore ha 2,5 probabilità in più di essere uccisa dalla polizia rispetto a un bianco. Un’America dove tanti sentono parlare di Henry David Thoreau perché era l’autore preferito di Alex Supertramp, quello del film Into the Wild, ma pochi vanno a leggersi il suo saggio sulla disobbedienza civile. Per questo uno come David West è disilluso. Sta due passi indietro, invece che due passi avanti. “La protesta nasce nella coscienza del singolo”, dice. “È un’esperienza solitaria”. Se le parole di apertura di Adam Silver si trasformeranno in comitati, donazioni, iniziative, sarà solo quando le coscienze dei singoli si uniranno in un desiderio collettivo. Da stanotte vedremo se nella patria dei coraggiosi qualcuno lancerà l’appello.

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